perìgeion

un atto di poesia

In Australia senza titolo 1

 

1

 

di Pericle Camuffo

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Dopo il reportage di viaggio sulla Patagonia, siamo felici di ospitare ancora Pericle Camuffo con le puntate relative all’Australia. Al di là della bellezza della scrittura, quello che fa piacere è sottolineare come il viaggiatore-Camuffo (sebbene affermi di non averne titolo) tragga dal viaggio non solo il racconto, ma lo spunto per approfondire tematiche che altrimenti resterebbero sconosciute ai più. Se la Patagonia gli aveva fornito lo stimolo per la scrittura del volume United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia (2008), le ripetute esperienze in Australia lo hanno portato recentemente a tradurre e pubblicare Inside Black Australia (Qudu), la prima antologia di poesia aborigena curata da Kevin Gilbert ed edita originariamente nel 1988, uno straordinario documento di resistenza civile e sociale a testimonianza di un genocidio dimenticato. 

 

***

 

SYDNEY – DUBBO

 

Bondi beach macchiata di colori e corpi, di muscoli tesi a spezzare il mare, surf incollati ai piedi e mani alte nel sole di palloni da rugby e plastica nei seni gonfi di ragazze in costumi quasi inesistenti. Tutta questa gente si sveglia con la vita tra le mani, la stringe, la fa urlare. Io invece mi sveglio con la vita seduta sul letto che si sta vestendo per andarsene e che mi lascia solo l’incavo caldo nel materasso con cui fare i conti, con cui andare avanti. Solo un ricordo, una fantasia. Mi sveglio stanco, mi sveglio vecchio, sempre a raccogliere la vita che cade a pezzi, in briciole, come un piccolo uccello spaventato.

Devo andarmene da qui. Io sono nato in un’isola dove l’apertura del mare all’orizzonte era una comoda via di fuga. Ce l’abbiamo dentro, noi dell’isola, il fatto di andarcene. Siamo storie di pescatori che si alzano nella notte per il loro giro d’avventura, che tiravano avanti con mani screpolate e ingrossate dal freddo e calzini di lana che escono dagli stivali di plastica. Uomini di sale e di vento, piegati di tristezza, che si consumano nelle sigarette senza filtro e nella noia di rammendare le reti, ma che hanno gli occhi sempre là, a quell’orizzonte che si sfilaccia all’infinito, muto. Ci salivo su quelle barche, quelle dei pescatori, da piccolo, quando andavo a chiedere delle conchiglie da vendere poi al mercato del sabato e che mettevo in fila sopra un lenzuolo colorato. Poi ci sono ritornato, un po’ più cresciuto, ci andavo la notte, con qualche ragazzina tedesca. L’odore del mare mi è rimasto dentro, come sedimentato attorno alle ossa, e la spinta ad attraversarlo, a partire, è qualcosa che è passato attraverso le generazioni e che mi rende inquieto, come i marinai da troppo tempo a terra. Cerco l’imbarco, sempre, perché è laggiù, dove cielo e acqua si incontrano, che ho gettato i miei sogni.

E così, me ne andrò anche questa volta. Lascio tutto, ormai è deciso. Non ne posso più di stare qui. Non ne posso più di Paolo e Anita. E’ stato comodo, all’inizio. Ero da poco arrivato in città, ed ero già stanco degli ostelli. Non fanno più per me. Sono fuori età. Così mi sono messo a cercare casa. Ho visto l’annuncio sul giornale, cercavano qualcuno a cui affittare un piccolo appartamento ricavato dalla cantina, in una zona residenziale di Padstow, east Sydney. Ho telefonato, fissato l’appuntamento e sono andato lì. Dalle mie prime parole hanno capito che ero italiano. Anche loro erano italiani, di Monfalcone. Trovarmi quasi a casa, parlare in dialetto, osservare appese ai muri le fotografie della loro cittadina, ascoltare storie della Fincantieri e della Casa del Ferroviere, mi rassicurava. Anche il fatto di dover andare ogni sera a cena su da loro, non era male. Poi, però, su quel tavolo apparecchiato alla poveraccia, hanno cominciato a buttare le proprie vite perché io ne tirassi fuori qualcosa, perché le mettessi a posto. Mi usavano come un muro su cui far rimbalzare delle cose che non avevano il coraggio di dirsi in faccia. Le dicevano a me per dirsele tra di loro. Lui era emigrato dall’Italia nei primi anni Cinquanta, abbagliato come tanti dalle promesse di un futuro radioso, the land of apportunities, dove c’era lavoro per tutti, grande richiesta di manodopera, paghe alte e regolari, clima buono e vita facile. E come tanti italiani, si è però ritrovato soffocato nei campi di raccolta di Bonegilla o Greta, in condizioni disperate, a vivere in baracche e bestemmiare chi li aveva ingannati. Lui è finito a tagliare canna da zucchero nel Queensland, divorato dagli insetti e dal caldo. Gli italiani non erano ben visti a quel tempo, specialmente quelli del sud. L’allora ministro dell’Immigrazione Arthur Calwell aveva lanciato lo slogan “Popolare o perire”, ma non aveva spiegato che voleva popolare il suo giovane paese solo con persone accuratamente selezionate dai paesi del nord Europa, continuando quella politica di esclusione razziale che aveva tenuto a battesimo la federazione degli Stati australiani nel 1901.

Ma Paolo aveva tenuto duro, aveva fatto i soldi. Adesso ha tre fabbriche e non se la passa male. Insomma, ce l’aveva fatta e tanto di capello. Ma ciò che era insopportabile era l’infelicità disfatta di lei. Si erano conosciuti ad una festa da ballo in Italia. Lei aveva diciassette anni. Lui, a quella festa, l’aveva appena notata. Poi è partito. Non si sono visti per molto tempo, ma si sono comunque sposati per procura. Poi, quattro anni dopo, è partita anche lei, un viaggio di trenta giorni, da Londra, per raggiungere il suo uomo quasi mai visto e ora marito che era arrivato nel continente della speranza. Ma per lei quella speranza è rimasta un tenue sogno sgretolato in giorni lunghi come le stagioni a sgobbare a casa mentre lui tirava su la sua azienda e scopava la segretaria, e se n’è anche andato con la segretaria, e poi è ritornato e lei l’aveva ripreso perché cosa doveva fare una donna sola in un paese straniero? Gli aveva dato tutto. Era arrivata qui vergine, per poi vedersi trattata come una serva. Non riusciva più a metabolizzare l’amarezza e mi inseguiva per la casa raccontandomi particolari intimi che io non volevo sapere. Ma questo era il prezzo della loro ospitalità, la parte dell’affitto che mi avevano tolto. Comunque, lui la trattava veramente come una serva anche di fronte a me, la zittiva in un modo che mi metteva in un imbarazzo tremendo.

Lascio anche il ristorante dove lavoro. E lascio Millo e la bellezza del nostro incontro. Quando sono entrato nel ristorante, il mio primo giorno di lavoro, erano tutti lì che aspettavano e ho chiesto che cosa stavano aspettando e mi hanno detto che aspettavano Millo. E poi è arrivato, Millo, ed era il Millo che io conoscevo, il Millo della mia isola di sabbia. Ma mi ha stancato presto la sua vita da backpacker a quarant’anni suonati, la faccia cadente di cavallo anestetizzato, i pochi capelli tenuti su con il gel extra strong, i suoi festini di carta pesta e i mille ragazzini con cui riempiva la casa ogni giorno. Lascio Norton street, una sorta di little Italy dove alla fine del tuo turno esci in strada e senti solo dialetti italiani e parli italiano e ti sembra di essere in Italia che già ti girano le palle, perché tu è dall’Italia che sei venuto via e non vuoi ritrovartela davanti ogni notte, sa di presa per il culo. E lascio Sydney, che è cara da far schifo ma bella da perdersi per sempre.

Ieri ho comperato una macchina. Farò una bella corsa verso l’interno, sulle strade senza fine dell’outback, ne ho bisogno.

Stanno girando un servizio fotografico vicino alla spiaggia. La modella si stringe tra le mani i piccoli seni, annoiata e stanca, per mostrare i gioielli di plastica che ha sulle dita ad un pubblico che non conoscerà mai. Occhi come spilli d’argento perforeranno la sua immagine patinata e corretta al computer su riviste di moda. Conosce solo i miei occhi, che la fissano e la seguono come riflettori su di un palcoscenico, mentre si toglie l’asciugamano ed è nuda contro un muro, statua di cera stampata su pellicola, ma non mi eccita la sua nudità, la sento distante. Si è spogliata non per me e neanche per il fotografo, ma per le migliaia di occhi di cui non saprà mai niente. E’ solo senza vestiti, non nuda. Mi eccitano di più gli occhi verdi e larghi che mi getta in faccia quando ci incrociamo sul piccolo muretto di cemento su cui sono seduto. E’ molto bassa, vista così da vicino, una ragazza normale, quasi intimorita. Una ragazza mia per un secondo, in un possesso che non lascia neanche il tempo per un’erezione, ed è di nuovo statua di cera, laggiù sulla sabbia, lontana, con il vestito bagnato.

Dubbo. Centre Point Motel.

Stanza da 40 dollari, ma va bene così, visto che fa abbastanza freddo e non mi va di dormire in macchina. E’ la solita squallida e anonima stanza di motel. Anche l’odore è il solito, un misto tra fumo sudore e polvere. Tutto qui, per questa mia notte di solitudine, per questa mia prima notte di fuga.

Ho fatto 400 chilometri di un’Australia quasi inutile, simile ad altri mille posti nel mondo. Dopo il salto oltre le Blue Mountains, solo pecore secche e disperate, piegate sull’erba morta per non impazzire di fame e vacche sorde e lente su di un tappeto di sabbia immobile. La Great Western Hwy ondeggia come un fiume nero in mezzo alla campagna. Il paesaggio cambia leggermente dopo Orange. Si apre e respira il ritmo degli spazi aridi e rossi, annunciati da qualche cacatua che si è spinto troppo lontano.

Quattrocento chilometri di quasi noia, chiedendomi se veramente è in questo modo che voglio scappare, se questo è l’unico modo che conosco, se sia la cosa giusta da fare o se forse avrei fatto meglio a rimanere in città a cercarmi un lavoro e una casa. Solo domande che mi scivolavano dagli occhi e che cadevano per terra, mute, confuse al rumore del motore, mentre correvo verso il tramonto che si schiacciava su questa cittadina, in cerca di un po’ di pace, in cerca di un nuovo inizio.

 

 

 

2

 

WILCANNIA – PORT AUGUSTA

 

L’outback si apre nel suo rossore infinito di terra densa e spazio. Sulla strada, le carcasse dei canguri massacrati dai road trains marciscono al sole sbattuto sull’asfalto. La Mitchell highway è piena di sangue che ancora trattiene le urla di dolore degli animali uccisi uno dopo l’altro. Enormi pozze rosse e secche a loro memoria. Fa caldo. Oltre i vetri, l’Australia, quella che volevo, quella che fa quasi paura. Il traffico si è fatto rado, sfilacciato. Si guida da soli con se stessi, si sente la pressione di se stessi.

Ho passato Nyngan, il centro geografico del New South Wales. Ho fatto appena 133 chilometri da Dubbo e già mi sembra di essere in viaggio da giornate intere. Il tempo si distende man mano che ci si dirige verso l’interno, fra un secondo e l’altro c’è più spazio, più lentezza.

Cobar è tutto e niente. Le miniere di rame della CSA Mine Company, che rubano alla terra 900.000 tonnellate di minerale all’anno, mi pesano sul petto e non riesco a buttare giù i panini che cerco di mangiare.

Broken Hill è troppo lontana e sono stanco e sudato e vaffanculo anche queste strade che non finiscono più. Decido di fermarmi a Wilcannia, che hanno avuto il coraggio di chiamare “The queen city of the west” quando l’hanno fondata, nel 1864. Ma di regale non le è rimasto niente e forse l’aria signorile non ce l’ha mai avuta. Era solo una speranza di chi si è fermato qui quando c’era solo terra e che poi, dopo aver tirato su quattro case, se n’è andato di corsa. Il motel è troppo caro, e non si trova il tipo che lo gestisce. Mi hanno detto che fa tre lavori. La signora che me lo ha detto ha visto sulla mia faccia qualcosa di interrogativo ed ha aggiunto che tutti qui fanno due o tre lavori per passare la giornata e per guadagnare di più. La saluto, ma non mi ha rasserenato per niente. Continuo a chiedermi perché poi debbano fare più soldi. Forse per andarsene, ma la signora mi sembrava tranquilla, quasi orgogliosa di vivere qui. Penso che fare due o tre lavori sia l’unico antidoto a disposizione contro la morte per noia o per disidratazione. Il sorriso che reggeva la faccia della signora, però, sembrava sincero, per niente di cortesia, era una quasi felicità.

Faccio benzina mentre tre bambine aborigene curiosano nella mia vita con domande ingenue ed insistenti, traballando e ridendo nei loro vestiti colorati e sporchi. Hanno gli occhi guizzanti e attenti, classici dei bambini, ma con qualcosa di più, come se al di là di essi ci fosse un fondo di saggezza, una conoscenza che non sanno ancora di possedere. E’ il bagliore della loro seconda anima, quelle immortale, la scheggia di vita dell’Antenato che le ha legate per sempre ad esso e all’eternità del Tempo del Sogno. L’aborigeno viene concepito due volte, ma la prima, quella biologica, è quasi niente, da essa derivano solo il corpo e l’anima mortale. Il fatto determinante, invece, è il concepimento spirituale, quello in cui l’Antenato si incarna nel corpo della donna incinta, evento che assocerà per sempre il nascituro alla sua storia ancestrale, al suo totem, e così, indissolubilmente, al tempo senza fine della Creazione. Ma in qualche modo loro sono fortunate, possono starsene qui a ciondolare per le strade e ridere e giocare senza avere l’angoscia di essere prese e portate via, “assimilate”, come è accaduto ai bambini a cui oggi si ci riferisce come alle “stolen generations”. Dal 1911 al 1970, circa 100.000 bambini, la maggior parte di discendenza mista e sotto i cinque anni, sono stati deportati, segregati, ripuliti, rivestiti e riprogrammati per l’inserimento nella società dei bianchi. Separati con la forza dalle famiglie, dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua. Bambini con la bocca tappata e il nome di Dio sulle labbra scure, coperti di polvere e di insulti, chiusi in istituti di raccolta e indottrinamento dove, prima di essere spediti in famiglie adottive, subivano violenze ed abusi di ogni genere. Bambini che hanno pianto nelle notti di paura e stupore, costretti a dimenticare la loro identità, il loro colore, la loro integrità, per poi finire a lavare piatti e pulire culi di vecchi inglesi dalla pelle chiara. Servire per non morire. Servire per scomparire. Bambini che poi crescono e non si riconoscono più in giacca e cravatta o con lunghe gonne dai colori tenui. Bambini di cui il mondo non ha saputo niente fino agli inizi degli anni Novanta quando il governo di Paul Keating ha lanciato l’inchiesta Bringing them home il cui rapporto, reso pubblico nell’aprile del 1997, ha portato alla luce la vera entità del genocidio culturale perpetrato nei confronti di una razza nella piena volontà di farla scomparire.

Non so se queste ragazzine verranno in qualche modo “rubate” o se finiranno urlanti e ubriache sulle strade di Alice Springs o di Darwin, e non mi interessa saperlo. Ma voglio pensare che fino ad ora si sono salvate e che continueranno a farlo. So solo che adesso sono contente e libere e che specialmente una di loro, la più intraprendente del gruppo, è molto carina, ha lunghi riccioli neri che le accarezzano la pelle liscia del viso, e diventerà una bella donna.

Broken Hill rompe la monotonia del paesaggio. E’ larga, non grande, ma larga. Però c’è tutto, e sembra di tornare alla vita. Fa piacere anche sentire la musica di un negozio di dischi sparata sulla strada, che di solito mi fa incazzare, ma qui taglia il silenzio in modo pulito, fa stare bene.

Il caldo è atroce e la luce chiara asciuga gli occhi facendoli lacrimare continuamente. L’aria è talmente secca che la lingua si impasta e fa fatica a muoversi.

Mi sistemo allo YHA, costa poco e ho bisogno di un letto dopo la notte di ieri. Appena entro c’è questo cartello: “Questo ostello YHA è parte della grande catena che copre tutto il mondo. E’ aperto a tutti i viaggiatori, senza discriminazione di razza, religione o credo politico. E’ sufficiente presentare una valida tessera di iscrizione alla YHA”. Io la tessera non ce l’ho e probabilmente questa è l’unica ragione per cui è tollerata la discriminazione. Comunque, i dollari messi in mano al tipo della reception valgono più di qualunque tessera, anche se la discriminazione c’è, perché la stanza mi costa 5 dollari in più del prezzo normale.

L’ostello è vuoto e sa di pulito, di disinfettante. Mi chiudo nella stanza, metto il condizionatore al massimo e mi distendo sul letto sfondato.

Mi sveglio di colpo con la sensazione di essere in ritardo, ma dura un secondo, poi capisco dove sono e che l’unico ritardo che ho è quello con la mia vita, ma non posso più farci niente, è un ritardo troppo grande.

Avevo deciso di andare a Silverton, a 25 chilometri da qui, e ci andrò, nonostante il caldo. Quando esco dall’ostello, il sole sta ancora infilzando ogni cosa con precisione e metodo. La macchina è un forno. Il volante ustiona le mani e devo avvolgerci una maglietta bagnata per riuscire a guidare.

La ghost town non è niente di speciale e il Silverton Hotel rende molto di più nelle fotografie. Visto così, da vicino, sembra quasi una ricostruzione per turisti, un pezzo di scenografia abbandonato. Parcheggio la macchina e mi arrampico su una collina di terra secca e pietre rosse, con fatica. Lassù, un’installazione di dodici sculture in circolo nel vento pieno di calore, e nulla, attorno. Solo aria e foschia tra le rocce modellate in forme e simboli di mondi diversi nell’orizzonte che non si chiude. C’è la sensazione di trovarsi in mezzo a qualche luogo sacro, magico. Si avverte vibrare un’energia senza nome che esce dalle pietre rigate a mano. Broken Hill, osservata da qui, è un mare di tetti di lamiera. Onde di metallo mosse dal calore e fatte fiammeggiare dal sole che tra poco verrà soffocato dalle nuvole grigie che si rotolano addosso l’una sull’altra in un piccolo spazio di cielo, a nord. Ma non pioverà, non piove da troppo tempo e ovunque si legge: “We are experiencing an estreme drought condition, please conserve water at all time”.

Ritorno all’ostello guidando lentamente con il sole che già se n’è andato, mentre un leggero tremolio mi agita le gambe. Non so se quella strana energia mi sia entrata dentro, o se è solo lo sforzo dell’arrampicata.

La città è protetta da un’alta collina puntinata di piccole luci con il ventre sfatto e quasi prosciugato da più di 100 anni di estrazione intensiva e distruttiva. Anni e anni a scavare buchi e tunnel e passaggi segreti per portare all’aria zinco e argento e piombo, per vantarsi nei pub o per morire soffocati e malati e incazzati. La miniera, fortuna della città, Line of Lode, a trascinare ricchezza e disastri. Nel 1919, con uno sciopero, i minatori di Broken Hill conquistarono condizioni di lavoro che nel resto del mondo sarebbero diventate realtà solo mezzo secolo dopo: settimana di 35 ore lavorative; turni di notte annullati e molte altre misure di sicurezza. Negli anni Ottanta le compagnie minerarie iniziarono a sgretolare una ad una queste conquiste e la città lentamente si svuotò, i giovani se ne andarono e la polvere ha iniziato a riprendersi la città, seppellendo case, vite e sogni.

Port Augusta. Ho preso un In-site van al Shoreline Camping, per stare un po’ comodo e perché c’è un vento freddo e in macchina mi sarei gelato. Ma anche se cerco di fare il signore o almeno non il povero, sicuramente mangio da poveraccio: il solito panino con formaggio e pomodoro. Le birre, per fortuna, lavano via tutto, anche se c’è sempre la solita angoscia che è lì impastata con il mio sangue e che non se ne va.

Port Augusta, Crossroads of Australia. Non so quante volte sono già passato di qui in fughe che avevano altri motivi, altri spessori, altre menzogne. Da quando sono partito ho percorso più di 1500 chilometri, e sono stanco. Strada lunga, anche oggi. Dopo Broken Hill la desolazione è quasi eccessiva. Peterborough è un villaggio che puzza d’abbandono nei negozi lasciati sprangati ad ammuffire e muri che cadono in rovina di vite che sono fuggite e memorie di treni e ferrovia e “plenty to see and to do”. Vecchi edifici ed un ostello YMCA di pietra, solo ricordo di un passato di gente che veniva e andava, il manifesto della tristezza di un paese che scomparirà nei prossimi 10 anni. Solo vecchi in giro e ragazzini che calpestano la strada principale di poche case e cannoni in mostra lucidati e dipinti con cura e una lasta di pietra “killed in action” con nomi di morti e di guerre ormai finite. E qualche ragazzina, anche bella. A Peterborough, con 150 mila dollari, puoi comprare un edificio intero per impazzire in cento stanze dai soffitti alti e sbarre alle finestre, solo pazzia, e niente più. E stormi di cacatua riempiono il cielo di ali. Orroroo è ancora più vana, quasi svanita. L’unica cosa degna di nota è un eucalipto gigante che indicano con cartelli vistosi, quasi una speranza, un tenue barbaglio di vita. E poi solo strada, nient’altro che strada.

 

***

 

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2 commenti su “In Australia senza titolo 1

  1. tramedipensieri
    03/01/2016

    “Già un terribile genocidio poco “conosciuto”.

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  2. angela palmitesta
    08/01/2016

    MI piace come viaggia questo viaggiatore e mi piace come scrive questo scrittore.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/01/2016 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , .
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