perìgeion

un atto di poesia

Laura Corraducci: il Canto di Cecilia e altre poesie

 

 

corraducci 2

 

 

 

di Marco Ercolani

 

«La casa si è sfatta nella polvere
la sigaretta l’ho spenta ancora sulle scale
la tua sciarpa mi vola lungo i fianchi
quando ammaestro ogni congiunzione
domando scusa
se il permesso di soggiorno nei tuoi sogni
non lo troverai sul letto con le chiavi»

Afferma Jean Starobinski: «Cosa c’è dietro l’apparenza? Una forza immane, quella di Afrodite, o il vuoto ingannevole di un retroscena?». Il lettore non deve saperlo e non è tenuto a saperlo.
Di un poeta, la prima cosa a sorprenderci, a fermare la nostra attenzione, è l’originalità del “tono”. Capita ad ognuno di noi di ascoltare una nota musicale e capire a quale autore appartenga, anche se non sappiamo riconoscere il singolo brano. Riconosciamo non la melodia o i suoi timbri, ma quell’atmosfera che potremmo definire la “voce” dell’autore. Alcune sospensioni timbriche ma pervase di melodia dell’ultimo Schubert sono diverse da certe audaci sospensioni, tonali ma astratte, dell’ultimo Beethoven. Ogni poeta ha il compito di studiare il proprio patrimonio tecnico per rappresentare al meglio il suo tono: non cercando ciò che gli è estraneo, ma trovando ciò che a lui è consentito (direbbe Danilo Kis, “ordinato”). Deve avere la “pazienza” di scoprire la propria voce scrivendo, la propria luce, di cui è solo lui responsabile.
Nella poesia di Laura Corraducci vibra una impellente necessità espressiva, che è maturo combattimento con la vita e con l’amore («uscire dalla sua anima diventerà facile / tirerò alci e pungi alle pareti / nella quiete fingerò la resa / per vederti crollare le ginocchia / intercettarti il cuore sarà impresa da soldati»); si percepisce una certa calma achmatoviana, soprattutto nel definire il clima di certi incontri amorosi. La poesia di Laura è poesia di dettagli, ma tutti avvolti in clima sospeso e intenso, di dialogo con l’umano o con il divino. La sintassi riflette questo dialogo ad alta temperatura emotiva, intima e cosmica insieme («il mare stasera si è preso ogni parola / per te che stai seduto sul cemento / con pensieri affittati alla banchina / e una vita che ha smesso di guardarvi / la mia lanterna in balia dei margini / resta un punto fermo agli smarriti / per tenerci insieme come anelli / quassù nella lingua della luna»); una riflessione impetuosa e struggente, ma condotta con voce tranquilla, come di chi conosce la forza dei legami, la bellezza delle metafore, il mistero del Canto, la potenza della tragedia. Si narra che Cecilia, martire cristiana, condannata alla morte per soffocamento, invece di morire cantava lodi al Signore e che, quando la pena per asfissia fu convertita in pena in morte per decapitazione, il carnefice vibrò i tre colpi legali lasciandola ancora viva, immersa nel suo sangue
Il Canto di Cecilia è diviso in sei sezioni: Il filo intorno al dito, I nomi rimasti, Versi per fari e guardiani, Nella tasca sinistra, Il sonno della sera e Il Canto di Cecilia.
Se le parole giocano da sempre, consentendosi libertà analogiche sempre nuove, il poeta le sceglie, le combina, organizza il gioco con il suo contrappunto rigoroso; pensa un nuovo ordine, personale come un autoritratto. E attraverso questo contrappunto la poesia si fa pausa dove tutto si concentra e si esprime, precisa epifania:

«gomitoli di neve sulle vie
coperte tutte le panchine
la giostra delle voci ammutolisce
e la gente si confonde con le case
anche se non mi copro i capelli
la mia pelle non la sento quasi mai
così vengo a cercarti dietro i muri
mi levo il sale dagli occhi e annuso
quel silenzio che ti divora il corpo
ci stendiamo insieme dentro il buio
perché l’attesa nasca ancora
dalle gambe della notte
e tracci strade nuove all’infinito».

L’enigma del poetico è una lingua esatta, oscura solo per eccesso di precisione nella rappresentazione di un suo sentire. Il poeta è strumento di una visione ex-straordinaria del mondo, ekstasis che irrompe in uno stato di quiete. La visione poetica è “esperienza epifanica” che viola i meccanismi della visione soggettiva, paesaggio che si impone allo sguardo, shock non controllabile né dalla coscienza linguistica né dalle categorie simboliche: anche se filtrata dal fluire soggettivo della percezione, questa esperienza è qualcosa di petroso e di “altro”: è visione in stato di allarme, che manca l’oggetto e ammutolisce nel rappresentare la violenza di questa mancanza, e che proprio in quel momento trova le sue parole. In una poesia, che porta come epigrafe la citazione della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, Laura scrive: «il tuo viso che giace muto / in fondo al letto / lo sorveglio di nascosto / senza farmi ritrovare / il corpo ferito dalla notte / lo sento attraversare i corridoi / annodare le distanze / nello spazio dei seni / stringo i pugni sulle tempie / il duello con la morte / ha il rumore dei tuoi passi».
L’esperienza epifanica, se provoca improvvise zone d’ombra nella continuità della percezione, stati di soglia e di dubbio, non ha dubbi nel determinare la sua visione. Diviso tra possessione e volontà, tra dionisiaco e apollineo, il poeta offre segnali discontinui ma abbaglianti. La sua visione, in senso arcaico, è un udire voci; è, per Sara, un essere attenta all’amore dei vivi come alle voci dei morti e inventare una struttura architettonica che esprima le vibrazioni della commozione e l’energia della compattezza, come trapela da quest’altra poesia, dedicata ancora ai detenuti di un carcere:

«questa scritta di penna sul muro
è il confine nero al nostro esilio
la firma sul nostro angolo di morte
del male che ci è uscito dalle dita
e non c’è verso di farlo ritornare
si dice che solo i morti non possano abbracciare
così noi rimaniamo ogni sera ad osservarci il petto
con le braccia che restano sepolte nella terra».

___________________________________________________

Laura Corraducci è nata a Pesaro nel 1974 dove risiede ed è insegnante di inglese.
Nel 2007 pubblica il suo primo libro di poesie dal titolo Lux Renova.
Suoi inediti sono apparsi su “Punto Almanacco della poesia italiana” 2014, Puntoacapo; “Gradiva” con nota critica di Giancarlo Pontiggia; “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 2”, Raffaelli editore.
Sue poesie sono state tradotte in lingua spagnola, inglese e olandese.
Ha recentemente pubblicato per Raffaelli (2015) la sua seconda raccolta poetica dal titolo Il Canto di Cecilia e altre poesie.

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2 commenti su “Laura Corraducci: il Canto di Cecilia e altre poesie

  1. amara
    10/01/2016

    oltre ai bei testi, un bell’articolo che aiuta ad apprezzare ancora di più

    Mi piace

  2. ninoiacovella
    10/01/2016

    Concordo sul discorso di Marco sul tono. La Corraducci ha una raffinatezza di tono ben difinita, e una capacità di affondo nel territorio vero della poesia che appagano il lettore in tutti i sensi. Grazie per la proposta.
    Nino

    Mi piace

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