perìgeion

un atto di poesia

Tutte le lucciole vennero al pettine, di Francesca Pellegrino

 

lucciole

 

dalla premessa di Francesco Tomada

 

Le due raccolte Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni (Kimerik, 2009) e CHERNOBYLOVE – Il giorno dopo il vento (Kimerik, 2010) avevano lanciato con prepotenza il nome di Francesca Pellegrino nel ristretto novero dei poeti emergenti capaci di esprimersi con una lingua propria, giovane eppure già definita e padroneggiata: merito di una scrittura asciutta, distante dal lirismo manieristico ma evocativa nella sua capacità di procedere a scatti tra angoli acuti e momenti di rasserenamento e dolcezza infinita. Il fatto stesso che le due raccolte fossero state pubblicate in un intervallo di tempo decisamente ridotto era la testimonianza di una voce che quasi non riusciva a trattenere le parole e soprattutto la necessità di raccontare e raccontarsi. Per questo terzo lavoro, Tutte le lucciole vennero al pettine (Edit@, 2015), si sono dovuti invece aspettare cinque anni; non che l’autrice tarantina sia rimasta nel frattempo inattiva, ma viene da chiedersi quali esigenze abbiano richiesto un tempo così lungo per sedimentare in versi, e che cosa sia cambiato nel frattempo.

La prima risposta, che arriva immediata, è confortante: non è cambiata infatti la qualità della poesia di Francesca Pellegrino, che anzi – se possibile – si è fatta ancora più consapevole del valore delle parole, che sono armi preziose e potenti e dunque devono essere usate nel modo opportuno. La scrittura conserva e rafforza quei tratti distintivi che avevamo imparato a riconoscere, mantiene e incrementa un’urgenza espressiva costruita con sapienza e istinto di pause ed accelerazioni, di spigoli (questi forse appena smussati rispetto al passato) e rallentamenti, di momenti che tolgono il fiato ed altri che invece inducono al respiro. Non si tratta dunque di una lettura che pacifica, ma al tempo stesso è una lettura che aiuta, nel senso che induce ad esplorare quelle profondità dello spirito che muoiono quando vengono colpevolmente dimenticate. Allora la prima cosa che appare importante sottolineare è che questa raccolta, come e più delle precedenti, è l’espressione di una voce necessaria che aderisce al proprio tempo eppure se ne discosta, e contiene in sé quella dose di verità che rende un lavoro non soltanto bello, ma prima di tutto degno e vivo.

L’atmosfera di cui Tutte le lucciole vennero al pettine è invece decisamente diversa rispetto a Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni e CHERNOBYLOVE – Il giorno dopo il vento. Se prima infatti Francesca Pellegrino rivolgeva lo sguardo soprattutto sugli affetti del proprio mondo dall’esterno, adesso invece il percorso affrontato appare per lo più introspettivo e solitario. Non si tratta però di un soliloquio, ed è bene specificarlo subito: il tempo trascorso e le esperienze spesso dolorose sembrano aver portato all’autrice la necessità di un confronto con se stessa, per tirare le somme – per quanto possibile – e cercare di capire cosa è rimasto e cosa, invece, è andato perduto per sempre. Non stupisce, e anzi appare come un gesto di umiltà e coerenza, che la rabbia si sia stemperata (non ci sono colpevoli da accusare, “i contesti, semmai, quelli sì che ti hanno devastata”), che siano quasi scomparse le figure legate a un ambito familiare. Altre figure si affollano invece all’orizzonte interiore, e sono quelle che nel tempo hanno fatto parte di Francesca e sono state deluse, perse per strada, le tante Francesche dimenticate o incontrate per un attimo così breve (“Ci conoscemmo nell’istante dell’addio”) da non poter essere né comprese né accettate. “Periodicamente, mi racimolo i pezzi / e incollo persino a casaccio”: sono moltissime queste lucciole che hanno amato una volta sola, alcune conservano un nome proprio, Animabella Senzafronzoli, Finalmentequercia, Misonoscordatadite, altre ancora si affacciano alla memoria attraverso un gesto, un comportamento, un sogno non realizzato. Se questo è riallacciare i fili di un percorso che nell’interiorità è stato interrotto molte volte, allora è necessario affrontare le tante piccole morti che si sommano nella vita di una persona, in modo da potersi non proprio piacere ma quantomeno accettare e riappropriare di sé: “ho bisogno che tu mi capisca / che mi perdoni e che mi ami” scrive Francesca a se stessa, a ogni Francesca incollata a casaccio.

La rabbia è ancora presente ma appare interiorizzata, confinata a “un posto d’onore sul fegato” nella certezza “di avere un fegato / che lavora per me”. Le ferite non sono rimarginate e hanno lasciato segni indelebili, ma forse guardarsi dentro ha permesso di metabolizzarle almeno in parte, di coglierne il dolore ma sentirlo più distante e meno vivo. Difficile dire se ciò voglia dire essere diventati più forti oppure no, se sia il giusto significato da dare all’espressione diventare adulti: “In totale assenza di vento e di pioggia / … / si direbbe intera tutta la (di me) figura”, ma in effetti un’esibizione di indipendenza sarebbe solo dissimulare le crepe che dall’anima non arrivano agli occhi. “Altrimenti… franerebbero in un istante tutte le (di me) / impalcature”: Francesca Pellegrino ha conosciuto il rischio di una pace apparente e dunque cerca l’esatto contrario; se c’è una forza conquistata con il dolore è proprio nel dichiarare le proprie debolezze in modo da renderle manifeste. Prima ancora della bellezza della poesia viene dunque il suo valore, perché è difficile scrivere un libro tanto intimo e nudo, tanto femminile da concretizzarsi in “una X con le perline fluorescenti” è in “una Y, credo / che non conosco / ma che sento fin dentro il midollo di ogni cellula”, tanto spietato da raccontare che giunti verso i quarant’anni – l’età dei primi bilanci – ci si trova con “un tempo storto fra le tante ossa / qualcosa che non si rimedia”. Tutte le lucciole vennero al pettine rappresenta anche l’ammissione di una e tante sconfitte, di tutte le “cose urgenti che ieri / ho dimenticato di comprare / tornando a casa”, rappresenta anche la cronaca consapevole di una profonda disillusione; è una testimonianza cruda, ma non una resa. Allora è un libro che spaventa ma fa bene: fa bene perché, senza proporsi di dare insegnamenti, è l’esempio di come si possano chiamare per nome le proprie speranze anche quando diventano fantasmi, di come una persona riesca ad indossare la propria trasparenza con coraggio, ricomponendo i frammenti che sembravano perduti fino a potersi di nuovo appartenere.

 

***

 

Dalla sezione “Scintilla”

 

[Mia cara me]
guarda, distiamo quanto basta
per essere identiche e parallele, quindi impossibili.
Praticamente
(mille gocce d’acqua)

 

***

(…)


Non so che farne, non lo so
affatto. Parole che sanno, che sono
la perfetta geometria del buco che ti contiene
un guanto di stelle impotenti
vuoto d’acqua, io e tu, la sete.
Senza che mai si possa
si debba (si possa)
amore.

 

***

[…]

Non è colpa tua, tu non c’entri.
I contesti, semmai, quelli sì che ti hanno devastata
tutte quelle cose fragili
e la solitudine, anche.
E tu non sei una che fugge
non l’hai mai fatto
non potevi che diventare quella che sei.
Quella che è sempre rimasta.
Ti amo anche per questo.
Ma non posso più restare. Non sempre. Non posso più.
Mi manca qualcosa di più di un respiro.
Ho bisogno che tu mi capisca,
che mi perdoni e che mi ami,
smisuratamente anche,
così come ti amo io
che ti lascio libera di avere catene
e di tutto questo inutile coraggio.
E anche stavolta, non chiedermi perché
io non ho risposte
e tu non devi necessariamente capire tutto
risolvere, ottimizzare:
le cose capitano, come devono
a volte si rompono, altre invecchiano.
O, semplicemente, si allontanano
come me che sto andando via, amore mio.
Le chiavi sono sul tavolo
e in frigo ho lasciato qualcosa di pronto.
Basterà, sai bene che non sarà per molto.
Come sempre. Addirittura, potrei
essere già di ritorno al tuo risveglio.

 

***

(…)

Ti sbagliavi, non sei ancora tornata
e scusami fin d’ora
se non parlerò al tuo ritorno:
i silenzi vanno interpretati a memoria
sulla base delle cancellature e delle omissioni.
Proprio come nascono le privazioni.
E tu sei la madre di te stessa, in questo.
Ricordi da piccole?
Tu che facevi castelli coi sogni freschi di notte
e io a ripulire e riassettare
prima che fosse ieri:
la sabbia sotto le suole è davvero insopportabile.
E poi, non sta neanche bene.
Non ce la fai proprio ad ascoltarmi
siamo nate insieme ma tu non sei mai cresciuta.
Ed è inutile che ti copra la coscienza
con le mani
non c’è mai stato tempo per l’infanzia e neanche i soldi.
E’ ora che tu sappia la verità sulle lucciole:
amano una volta sola
e poi muoiono.
Muoiono, lo capisci questo?
(anche se tieni gli occhi chiusi, piccola mia)
Quando tornerai, cerca di farlo in silenzio
e di sorridere senza esagerare
risulteresti inopportuna.

 

***

[…]

Certe volte, non di certo sempre
sto dentro una bolla
trasparente e fragile come me.
E ce ne andiamo in giro
lei, che la sostiene in vento
ed io ferma e zitta
che quasi non respiro altro
che anidridi (tutte mie).
Poi, quando è passato almeno un secolo
e siamo arrivate in paradiso
lei scoppia
e mi arriva tutta la sua pioggia
addosso.
E ritorno a casa.

 

***

Trapasso di luce la cruna
considerato che il filo
ormai non lo indovino più
fintanto che di cose dimentico
finanche il nome.
E di niente resta pieno
il buco.

 

***

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5 commenti su “Tutte le lucciole vennero al pettine, di Francesca Pellegrino

  1. ninoiacovella
    17/01/2016

    “È ora che tu sappia la verità sulle lucciole:
    amano una volta sola
    e poi muoiono.”
    Sta tutta qui, la semplice complessità della poesia.
    Autrice che mi ha catturato, sin dai titoli dei suoi libri.
    Nino

    Liked by 1 persona

    • fscapellegrino
      18/01/2016

      “semplice complessità” – un lavoro difficilissimo. L’altro giorno si parlava con un mio amico e tra le tante parole, c’erano queste “la semplicità non è un affare facile”. Grazie

      Liked by 1 persona

  2. fscapellegrino
    18/01/2016

    Francesco, grazie con tutto il cuore.

    Liked by 1 persona

  3. christiantito
    19/01/2016

    Capita che in un solo giorno, nello stesso giorno, conosci due poete (o poetesse) tarantine e sono brave e ti ricordi con orgoglio che è da lì che vieni. Piacere di conoscerti Francesca. E grazie a Francesco che dal confine mi riporta a casa per farmi vedere ciò che mi era sfuggito. Christian

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  4. gpalumbo
    02/03/2016

    che meraviglia…

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