perìgeion

un atto di poesia

In Australia senza titolo 3

 

5

 

di Pericle Camuffo

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JIM COTTERILL

 

 

La musica troppo alta vibra sul pianoforte sistemato sotto un vecchio televisore Toshiba. Sulle pareti mille stemmi e mostrine della polizia di tutto il mondo e sedie di plastica avvinghiate a tavoli di plastica dove, rinchiusi in una saliera, marciscono chicchi di riso d’oriente. Prendo una birra e mi avvicino al muro che ho di fronte: è tappezzato da articoli e foto e pagine di giornale. Una parete intera parla di un uomo, di un certo Jim Cotterill, eroe dell’outback, pioniere del turismo, uomo duro di faccia e di cuore, con le scarpe nella polvere e gli occhi al cielo. Leggo, e penso a quell’uomo in bianco e nero appeso al muro e alla sua vita esposta al pubblico come i souvenir sulle mensole, e mi chiedo se chi passa di qui, chi si ferma in questa roadhouse, poggi gli occhi sulla sua storia con la stessa distrazione con cui li appoggia sui ninnoli e sulle stronzate per turisti che riempiono i pochi scaffali all’angolo della stanza. Mi giro e Jim è lì, in piedi che mi guarda. Vado da lui e gli chiedo se lui è lui, quello appeso al muro. Mi dice di sì. Gli dico che vorrei ascoltare la sua storia. Risponde che potremmo farlo tra un po’, che ha una cosa da finire. Resto un po’ deluso, mi aspettavo un po’ più di entusiasmo, invece Jim mi ha risposto con voce piatta, lentamente, prendendo delle pause tra una parola e l’altra come se potesse ad ogni inspirazione dirmi di no, che non gli andava di parlare con me.

Devo aspettare che Jim finisca di dipingere un enorme pavimento di un’altra zona della roadhouse. Regolarmente vado a controllare a che punto è il lavoro, e la parte scoperta mi sembra aumentare anziché diminuire.

La notte arriva di colpo, crepitante di insetti e umidità. Jim ha finito il suo lavoro, ha dipinto quel pavimento e penso che se la sia presa comoda perché voleva vedere se avrei aspettato, se mi interessava davvero quello che aveva da dirmi. Ho aspettato.

Mi siedo al tavolo al centro della stanza. Jim spegne la tv, abbassa le luci e tira fuori delle vecchie fotografie che appoggia sul tavolo capovolte in modo che non le veda, non è ancora il momento, servono per illustrare la sua storia. Prepara tutto con lentezza ma con cura, come un teatrante sistema sulla scena tutto ciò che gli servirà per lo spettacolo. Si muove zoppicando e mostrando il pugno a Dinky, il dingo che tiene legato ad un catena. Mi spiega che ormai è addomesticato e che è anche famoso perché canta. Quando l’ha portato ad Alice e sua figlia stava suonando il piano, si è messo ad ululare, ed è iniziata la sua carriera. Adesso è sufficiente fargli ascoltare due note qualunque, ed inizia a cantare. Ma Jim sa che quell’urlo strozzato non ha niente a che fare con la felicità, ma è un pianto alla sua vita selvaggia, quella che ha perduto, un lungo lamento, una tristezza senza fine, ma questo non lo dice ai turisti che vengono qui apposta per sentirlo. Si appoggia allo schienale della sedia guardandomi negli occhi. Jim non è di fronte a me per vendermi la sua storia, forse l’avrei venduta io, ma per affidarmela, perché la sua vita continui a vivere in me. Jim è qui per conquistarsi l’eternità.

Nel marzo del 1952, suo padre Jack si trasferì con tutta la famiglia in Australia per fuggire ai problemi che c’erano in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale ed anche perché John, suo fratello, aveva dei problemi respiratori e l’Australia sarebbe stata un buon posto per lui, gli avrebbe fatto bene, c’era un clima migliore. E così Jack colse l’opportunità di venire quaggiù a lavorare per la South Australia Railways. Ma dopo tre mesi ad Adelaide era già scontento del lavoro. Ad Alice Springs cercavano un meccanico che si occupasse di vecchi autobus e camion. Lui ha accettato il lavoro e a settembre di quell’anno vivevano ad Alice Springs. L’uomo per cui suo padre lavorava era Len Tuit, che a quel tempo era agente della TAA (Trans Australia Airlines) ad Alice. Len aveva dei camion che facevano il servizio postale e degli autobus con cui organizzava dei tour a Palm Valley e Ayers Rock che ha incominciato a promuovere come meta turistica nel 1950 quando era quasi sconosciuto, era parte di una riserva aborigena. Aveva intenzione di incrementare l’attività turistica della zona perché ne aveva intravisto le potenzialità. Quando loro sono arrivati ad Alice nel 1952, non c’era molta gente che se la sentiva di affrontare quel viaggio massacrante per arrivare ad Ayers Rock. Dopo due anni e mezzo passati lavorando da Len Tiut, riparando i suoi bus, Jack ha aperto una sua stazione di servizio con l’aiuto della BP. Era un buon posto e lavorava bene, ma lui aveva intenzione di sviluppare qualcosa che avesse a che fare con il turismo, perché si era accorto, stando da Tiut, dell’enorme potenzialità della zona. Nel 1956, un vecchio bus dell’esercito, un 4 WD molto primitivo, senza vetri né riscaldamento e con alcune tende, suo padre e Daisy Underdown, la sua socia, hanno iniziato la loro avventura. La compagnia si chiamava Alice Springs Tours Ltd e organizzava viaggi a Palm Valley. La gente arrivava tra aprile e settembre, nessuno più tardi perché il caldo era troppo forte, non c’erano strade né aria condizionata né piscine. Nel 1958 la compagnia ha esteso i tour anche ad Ayers Rock dove ha costruito le prime sistemazioni, dei semplici bungalow che ospitavano al massimo dodici persone.

Nel 1960 suo padre è arrivato a Kings Canyon per la prima volta. Non era conosciuto come Kings Canyon, a quel tempo, ma come Kings Creek e non era per niente una meta turistica, non c’erano strade per arrivarci. E’ stato Arthur Liddle, un allevatore proprietario di Angas Downs, a parlare a suo padre del canyon. Per arrivare a Ayers Rock si doveva passare sulla sua proprietà, quasi davanti alla sua porta di casa, e così quando suo padre portava la gente ad Ayers Rock, Liddle lo chiamava dentro a prendere una tazza di té e un giorno gli ha detto Ah, tu sei nell’industria turistica, e organizzi tours a Palm Valley e Ayers Rock, vero? E lo sai che c’è un altro posto, qui dietro, a nord di Angas Downs, e c’è un bel canyon e penso sia un posto ideale per portarci la gente? Arthur Liddle si è offerto di portarci suo padre. Jim è andato con loro. Ci hanno messo un giorno e mezzo per arrivare. In quel periodo tutto l’interno dell’Australia stava vivendo una condizione di forte siccità, niente pioggia, niente erba, solo qualche albero storto dal vapore e molta polvere. Quando sono arrivati, è iniziato a piovere, non molto, qualche goccia, ma è sembrata come una benedizione. Erano arrivati nel posto giusto.

Da quel momento è iniziato il lavoro, quello vero, quello duro. Bisognava sviluppare un programma per portare la gente laggiù. Non c’era una strada per arrivarci, bisognava costruirla. Liddle ha detto Ok, non ci sono problemi, possiamo costruire la strada sulla mia proprietà. E così hanno iniziato a tracciare la strada, a farsi largo nel bush con asce, badili e con il vecchio Dodge che usavano per abbattere gli arbusti ed aprirsi un varco. In tutto questo sono stati aiutati da una famiglia aborigena con cui Jim ha mantenuto un’amicizia per lunghissimo tempo. Adesso, possiedono Tempe Downs, è la loro terra ancestrale, terra sacra che gli è stata restituita, ma a quel tempo c’erano solo bianchi che avevano le terre, grossi allevamenti di bestiame e nient’altro. Hanno costruito la strada nell’estate tra il 1960 e il 1961. Alla fine del lavoro, per percorrere quei 100 chilometri ci si impiegava tre ore, tre per andarci e tre per tornarci, non era una strada, era poco più che un sentiero nel bush, ma era già qualcosa. Poi hanno iniziato a costruire Wallara Ranch, un piccolo complesso per ospitare i turisti, più o meno dove adesso si incrociano la Ernest Giles road e la Luritja road. Mentre Jim e suo padre erano nel bush, sua madre e suo fratello erano ancora ad Alice Springs a mandare avanti la stazione di servizio. Jim non voleva ritornare in città. Ha lasciato la scuola ed ha deciso di stare con suo padre.

Nel 1964 Jim si è sposato e si è trasferito ad Alice con la moglie ed hanno iniziato ad organizzare dei tours a Palm Valley, Glen Helen e nei west MacDonnels. Nel 1970 si sono trasferiti a Sydney, a sua moglie non piaceva Alice né la vita nell’outback. Dopo due anni è ritornato qui, non ce la faceva più con quella vita di città, ma è ritornato da solo. Il lavoro andava sempre meglio, il turismo in zona aveva preso piede, ma nel 1988 la famiglia Liddle non gli ha rinnovato la licenza su quella parte della proprietà di Angas Downs dove lui e suo padre avevano costruito Wallara Ranch. La figlia di Liddle, avvocato, è arrivata da Syndey. Non sono riusciti a mettersi d’accordo. Jim se ne doveva andare. I vecchi accordi tra suo padre ed il signor Liddle non erano più validi. Nel settembre 1990 Jim ha raso la suolo Wallara Ranch. Ci sono voluti 30 anni per costruire e due settimane per distruggere. Prima di demolire, però, ha comperato qualche acro di terra qui. Sua moglie, invece, è andata ad Alice Springs, non se la sentiva di continuare a vivere nel bush, in zone isolate, avevano già perso le loro due prime figlie laggiù. Ha portato le altre due figlie a Alice dove c’era l’ospedale e una scuola vera, non quella on the air che erano costrette a seguire a Wallara. Si è trovata un lavoro in un’agenzia immobiliare, dove lavora ancora oggi. Lui è rimasto qui, ha messo su una piccola roadhouse con un’area per il campeggio e pompa di benzina. Ha ricominciato di nuovo. Stuart’s Well roadhouse ha aperto il 14 settembre 1990, e tutti ora la conoscono come Jim’s place.

Jim rimane fermo davanti a me, nella sua maglietta azzurra, rigido di fierezza e di nostalgia. Sembra esausto, ha appena finito di correre sulla sua vita, e correre cinquant’anni toglie il fiato. L’ha fatto con quel suo raccontare denso e continuo che non lasciava spazio a domande o intrusioni. Ha voluto che tutto fosse perfetto nella sua storia. Ha ricapitolato, fatto il punto e poi è ripartito più e più volte perché tutto fosse chiaro, perché io capissi ogni cosa, ogni movimento della sua anima. Io ho capito. Ho capito quei suoi occhi azzurri che si riempivano di lacrime quando mi parlava delle sue figlie, quando non la smetteva di tirare fuori fotografie e pezzi di passato per farli diventare di nuovo presente, quando mi raccomandava di menzionare sua madre Elsie che aveva faticato con loro nell’outback inospitale, quando mi parlava delle sue ginocchia malandate che doveva operare di lì a poco. Ho capito che Jim ci teneva alla sua vita, che ci teneva fino in fondo, tanto da regalarmela così, senza chiedere niente in cambio, solo un stretta di mano e auguri per tutto il resto. Lo guardo mentre se ne va zoppicando. Fuori, la notte è rigata da una leggera pioggia, come se anche lei stesse piangendo.

 

 

6

 

GLI ABORIGENI DI ALICE SPRINGS

 

 

La città è deserta. Primo pomeriggio e le vie vuote, solo qualche turista intontito dal caldo che sbircia attraverso le saracinesche dei negozi chiusi. Più in là, aborigeni che percorrono la strada in gruppi ciondolanti di voci urlate e piedi trascinati. Qui, nel Northern Territory, sono circa un quarto degli abitanti dello stato, ma molti di loro vivono nella consapevolezza disperata che Colin Johnson ha descritto nei suoi versi: “Io so che sono / nessun gergo per favore / io so che sono / acqua e terra / mescolati con un po’ di vino. / […] / Se mi vuoi, prova a cercare nei parchi senza erba, / nella solitudine, vecchi uomini che si bevono la vita”.

Nelle loro bocche di saliva e sporcizia, nei loro occhi lucidi, gialli e profondi, nel loro ciondolare allucinato e ubriaco, ci sono solo domande senza risposte. Vagano cercando un senso, uno solo, alla loro terra che non c’è più, alle loro comunità che vengono chiuse una dopo l’altra con scuse che hanno il sapore delle vecchie politiche razziste del secolo scorso. Politiche che avevano lo scopo di farli sparire dalla vista dei bianchi, per proteggerli dall’estinzione, richiudendoli in riserve o missioni, veri e propri campi di internamento, o di ridurli a copie silenziose degli europei, ma che di fatto hanno solo nascosto contratti milionari con le multinazionali dell’estrazione mineraria. Alice Springs non è mai stata, per questi poveretti, né la città di Charles Todd e del suo fottuto telegrafo o quella del Ghan, il treno che la teneva unita ad Adelaide, ma era solo la loro terra e basta, terra che abitavano da almeno 10.000 anni, tutto qui. Non sanno nulla delle lunghe lotte che la sua gente ha sostenuto nelle corti dei vari stati negli anni Sessanta e Settanta, per farsi restituire le terre che loro hanno abitato da sempre, non sanno che queste lotte hanno portato nel giugno del 1976 all’emanazione dell’ Aboriginal Land Rights Act con il quale circa il 36 % del Northern Territory è stato restituito agli originari proprietari e forse non sanno nulla di Eddie Mabo, che vincendo la causa contro lo stato del Queensland nel 1992, ha sgretolato per sempre la finzione giuridica della terra nullius con la quale gli inglesi avevano giustificato fin dall’inizio l’invasione e la colonizzazione dell’Australia ritenuta, appunto, terra di nessuno, disabitata.

No, non sanno nulla di tutto questo, e forse se ne fregano perché per loro non c’è sentenza o soluzione, loro hanno deciso di essere solo facce che si rincorrono vicino al negozio degli alcolici, facce distese sui cofani delle macchine, facce verso le nuvole, facce sotto un albero nel Todd river sempre asciutto, arido. Facce come manifesti di una condanna, facce che fotografiamo per farle vedere a casa “I veri abitanti dell’Australia”, facce di cui ridiamo, facce di bava e versi immondi, facce sedute sull’erba nella notte di afa, facce di vestiti stracciati e scarpe rotte, di carrelli della spesa abbandonati nei parcheggi assolati, facce rannicchiate negli angoli di strade vicino al Pizza Hut, facce di cabine telefoniche dipinte con una cultura che è diventata ormai solo merce. Facce di vino e violenza e facce da scappare, da vendersi per qualche dollaro, facce cacciate via oltre la rete di un ristorante. Facce di malattie trascinate sui piedi nudi, facce senza più volto. Facce che hanno deciso di essere solo le facce degli aborigeni di Alice Springs. Sono sopravissuti, certo, a quel processo di sterminio fisico e culturale che ha riempito di sangue l’Australia fin da quando il Governatore Phillip ha poggiato il piede sul suolo di Sydney Cove nel 1788, ma sembra che siano sopravissuti invano.

Penso e vedo tutto questo oltre il vetro spesso del ristorante “Al Fresco”, dove vivo il mio privilegio in compagnia di una fetta di torta al cioccolato e ad un the, seduto comodo sulla panca imbottita di finta pelle rossa. Ma mi sento a disagio, mi sento quel “povero uomo bianco della razza infelice” di cui ha scritto Oodgeroo Noonuccal in un sua nota poesia.

Lascio il locale e cammino piano nel caldo insopportabile. Esco da Todd street e incrocio la Parsons che mi porta sulla lunga Leichhardt Terrace. C’è della musica, qualcuno che canta. Attraverso la strada deserta. Mi muovo lentamente tra aborigeni distesi e seduti sull’erba, cani e bottiglie di birra vuote e non suscito nessuna emozione, nessun occhio sbatte su di me e restano lì, statue svuotate e riempite solo di vento, ed è come se non ci fossi o fossi il vento che lasciano scivolare da sempre sulla loro pelle scura senza farci caso. Non c’è nessun tipo di scambio tra me e loro, non c’è scambio tra bianchi e neri qui ad Alice Springs, vivono nella più completa ignoranza gli uni degli altri, due culture chiuse in gusci d’acciaio ognuna con le proprie colpe e menzogne e grandezze, due culture che non si sfiorano, che vivono le proprie vite nello sforzo continuo e rinnovato di ignorarsi. Non c’è la volontà di condividere niente e la colpa di questa netta separazione viene data, per comodità più che per convinzione, agli aborigeni. Eppure, la prospettiva interculturale, la comprensione reciproca, l’incontro produttivo tra le due culture sono stati concetti fondamentali e più volte affrontati e proposti da molti attivisti aborigeni. Neville Perkins, già nel 1973, scriveva: “Come penso che gli australiani bianchi dovrebbero sfruttare la preziosa opportunità di imparare e trarre beneficio dall’apprezzamento della cultura tradizionale aborigena, penso che anche gli aborigeni devano sfruttare la positività delle innovazioni tecnologiche e conoscere di più le positive caratteristiche della moderna società industrializzata”. Ma qualcosa non ha funzionato, le distanze si sono aperte sempre di più scavando solchi profondi nelle menti e nei cuori. E il fiume di sabbia è pieno di questa gente che fissa il cielo con occhi lontani, spezzati.

Dopo un po’ capisco da dove viene la musica. Lì sotto, sul letto asciutto del fiume, c’è un tipo con la chitarra davanti ad un microfono. Vicino a lui, un furgone bianco, dove una donna sta preparando salsicce sulla griglia. Mi avvicino, ascolto le parole e cado in ginocchio sull’erba. Non posso credere a quello che sento: canzoni inneggianti Cristo e le sue azioni. Canta, poi si ferma e spiega, e poi riprende con la sua chitarra e la voce da prete. Pensavo che personaggi di questo tipo si fossero estinti da tempo. Evidentemente non è così. La convinzione di convertire i selvaggi per salvarli da se stessi è ancora funzionante in questo continente nuovissimo. E tutt’attorno c’è un’aria così tranquilla, c’è solo la voce del prete chitarrista che rompe il silenzio di queste persone che aspettano solo che le salsicce siano pronte e che sperano che dentro al furgone ci siano anche un paio di birre fresche.

Mi dà fastidio questa loro indifferenza. Dovrebbero linciarlo, assalirlo, non so, fare qualcosa. Gli aborigeni australiani si sono sempre opposti all’invasione delle loro terre da parte dei bianchi. Quando si sono resi conto che gli europei non erano visitatori temporanei ma che avevano intenzione di rimanere, hanno iniziato a cercare di capire chi fossero, cosa volessero, com’erano organizzati e, soprattutto, ad ipotizzare e praticare strategie di riposta alla violenza sempre più crescente a cui erano sottoposti. Le loro lotte, le loro sconfitte e vittorie, le loro morti e il loro sangue, i loro nomi sono stati però estromessi dalla storia ufficiale australiana per quasi due secoli. Su questo “grande silenzio” è nata, cresciuta e si è perfezionata la narrazione dell’epopea bianca in Australia, dell’occupazione pacifica del continente, del mito della frontiera dove la colonizzazione si risolveva nella lotta dell’uomo bianco, dell’eroe colono-esploratore, contro le avversità della natura. Questa lotta eroica ha sorretto, ed in parte lo fa ancora, l’orgoglio nazionale dell’Australia bianca.

Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento, storici come Charles Rowley e Henry Raynolds hanno iniziato mettere in dubbio questa narrazione, presentando in maniera articolata ed approfondita l’esistenza e la consistenza della resistenza indigena all’invasione come realtà continuamente presente nella vita dei coloni. Grazie ai loro lavori, la storia dell’Australia nera è entrata per la prima volta nella storia dell’Australia bianca e, soprattutto, è stato svelato il loro fitto e costante intreccio. L’occupazione del continente non è stata per niente pacifica, ma vera e propria invasione, conquista basata sul sistematico e spietato annientamento dei suoi abitanti originari.

Gli aborigeni australiani non hanno accettato passivamente l’arrivo dei bianchi, lo smantellamento della loro cultura, l’espropriazione forzata delle loro terre ma, al di là del mito che li voleva ingenuamente tranquilli, ospitali ed incapaci di qualsiasi opposizione e per cui destinati ad essere sopraffatti, hanno reagito con fermezza e violenza. Pemulwuy, Windradyne e Yagan sono i protagonisti più citati dell’iniziale resistenza aborigena. Resistenza, va ricordato, che non è stata omogenea risposta di un movimento di rivolta organizzato, ma condotta di solito con azioni isolate di gruppi o singoli, una sorta di guerriglia spontanea, di orgoglioso e creativo rifiuto, simile a quello di molte altre popolazioni indigene azzannate dal colonialismo europeo.

Questa prima forma di resistenza, come noto, non è sopravvissuta. Le forze in campo erano del tutto sbilanciate a favore dei coloni. Decimati dalle armi da fuoco, dalle rappresaglie, dai massacri, dagli avvelenamenti, dalle malattie introdotte dai bianchi, gli aborigeni hanno rischiato l’estinzione. Ma non hanno smesso di lottare.

La resistenza aborigena, infatti, è cresciuta e si è perfezionata, con adattamenti e ristrutturazioni, durante tutto il XX secolo e, in questo primo scorcio di nuovo millennio, è diventata questione presente e centrale nell’agenda politica dei vari governi che si sono succeduti alla guida del paese, ma anche argomento di dibattito, attenzione e riflessione all’interno dell’attivismo internazionale per i diritti umani e civili.

Ma tutto questo sembra così lontano, sembra così estraneo alla loro esistenza, come se non li riguardasse. Ed io mi chiedo, cos’è stato, allora, a ridurli così, a svuotarli dall’interno, a renderli semplicemente e soltanto gli aborigeni di Alice Springs.

 

***

 

 

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Un commento su “In Australia senza titolo 3

  1. angela palmitesta
    27/01/2016

    “Jim rimane fermo davanti a me, nella sua maglietta azzurra, rigido di fierezza e di nostalgia. Sembra esausto, ha appena finito di correre sulla sua vita, e correre cinquant’anni toglie il fiato.”.
    Continuo a camminare sulle tue righe, Pericle, e mi piace.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/01/2016 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , .
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