perìgeion

un atto di poesia

Superare l’afasia e quattro inediti in versi

 

 

Francis-Bacon_figure writing

 

 

di Maurizio Giudice

 

Ci sono degli spazi in cui il tuo non essere normale, non essere in linea col tuo gruppo sociale, non è un problema. Il consiglio di leggere libri, di aprire gli orizzonti attraverso l’arte, era qualcosa che le scuole avevano fatto, in qualche modo, entrare nei miei propositi. Ma per molto tempo tutto ciò è rimasto solo un principio morale disincarnato, come la fede cattolica: un ideale a cui tendere ma senza una spiegazione, una ragione che fosse fondata sulla mia individualità. La lettura forzata, da parte di mia madre naturale più che dalla scuola, ha risolto con l’inizio del liceo quel senso di fastidio che sentivo nell’aspirare a qualcosa che non capivo. A quattordici anni lessi il mio primo libro, il mio primo racconto: “La metamorfosi” di Franz Kafka.
Non avevo mai letto favole, fiabe o racconti per l’infanzia, il primo fu questo e ci volle più di un mese per finirlo, uno sforzo costante per trasformarmi in quel lettore futuro che per mia madre naturale era tanto importante che io diventassi. Quel racconto però non ebbe solo l’effetto superfluo di farmi entrare col tempo nella cerchia delle persone che avevano una cultura, con quello scritto compresi che la letteratura era un luogo in cui poter essere, poter vivere ciò che fuori non era possibile. Essere inadeguati non era un ostacolo, essere sbagliati per uno scrittore non era motivo di fuga o di tradimenti, ma materia su cui poter lavorare.
Trovai una motivazione per la lettura e un modo in cui le mie emozioni (non meno le mie idee) potessero vivere. Per vivere quello che ero, però, non bastava solo ritrovarmi negli scritti altrui, dovevo scrivere io stesso e, cosa non meno importante, far leggere a chi mi nascondevo chi fossi. Le mie prime poesie nacquero così, per il bisogno di dire a chi amavo quello che in altra maniera non ero in grado di fare. Il primo tentativo andò bene, mia madre naturale accettò quello che ero e che avevo bisogno che sapesse: il filtro dello scrittore mi proteggeva, non ero un disadattato, ma un artista che si stava esprimendo. La lettura delle mie poesie a mia madre adottiva fu invece un disastro e, ora capisco, non poteva essere diversamente. Mia madre adottiva non aveva due lauree e probabilmente non aveva mai letto un libro in vita sua, quindi non aveva quella maschera che la proteggesse dalla visione di un figlio problematico. Pianse, chiedendomi perché stavo così male e se fosse colpa sua. Non le feci più leggere nulla per molti anni, il trucco con lei non aveva funzionato. Una condizione che l’arte richiedeva però era che i miei testi fossero dei buoni testi, una pessima scrittura avrebbe ridotto tutto a un grido disperato che avrebbe allontanato i miei lettori dalla pagina per chiedermi se andasse tutto bene. Quel tipo di dialogo non era possibile per me e mi rimaneva solo una strada: migliorare il mio lavoro.
Sono passati più di venti anni da allora e quasi nulla è cambiato, la mia diversità ora si chiama disturbo borderline, prendo psicofarmaci, ho letto e scritto tanto e alcuni miei testi sono stati pubblicati, ma è in quel meccanismo perverso di vita attraverso l’arte che la mia persona mantiene un legame con gli altri, una voce che non devo corrompere, che mi è indispensabile.
Ma non ho un amore disinteressato per la poesia: la poesia rimane uno stratagemma, una vita vissuta da dietro uno schermo. Forse è per questo che la mia scrittura scrive dello scrivere, del mezzo e in fondo poco importa quello che sta al di là. Quello che un mio amico dice essere la mia poetica, superare l’afasia, è forse il modo migliore per dire tutto questo.

 

 

****

 

 

Αὐτοψία
The act of seeing with one’s own eyes

 

 

Non c’è nulla in questa stanza,
a parte una verticale
di fumo
in dispersione.

 

 

Questa fine è solo una mascherina.
Quadro su quadro, al cinema,
poltroncina rossa, attaccati allo schermo
(il neorealismo e altre coglionate).

 

 

Inspirazione. Espirazione.
Uno. Due.
Dall’altra parte
una donna, le braccia spalancate.
Ci esercitiamo alla distanza.

 

 

Sezione verticale, orizzontale.
Taglio. Rimozione.
La pelle rovesciata sui fianchi. Linee corrotte, deragliate.
L’occhio misura, con coltelli e forbici, attraversa.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 29/01/2016 da in ospiti, poesia, poesia italiana, scritture con tag , , .
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