perìgeion

un atto di poesia

Cesare Basile, un attraversamento in fotogrammi

Me li può guardare i meloni cinque minuti che vado a farmi un panino.

 

“Me li può guardare i meloni cinque minuti che vado a farmi un panino?”

“Certo”.

Immagine tratta dal profilo Facebook di Cesare Basile.

Ad eccezione delle copertine dei dischi, le altre immagini sono tratte da outsidersmusica.it

 

 

di Francesco Tomada

 

Da molto tempo sono un ammiratore di Cesare Basile, una delle figure più importanti della musica d’autore italiana. In rete si possono trovare già articoli, interviste e recensioni su di lui in gran numero; ho pensato dunque di raccontare le mie impressioni sul suo lavoro disco per disco, esaminarne il percorso per come lo ho vissuto io da lontano, seguendolo e aspettandolo e ascoltandolo. E raccontarlo con sincerità, perché io ho consumato tutti i suoi lavori ma non tutto è riuscito allo stesso modo, nessuno può scrivere dieci capolavori in una vita o mantenere sempre lo stesso livello. Acquistai The last floor beach dei mitici Quartered Shadows, gruppo di cui faceva parte, al momento della sua uscita, poi persi di vista Basile fino a Closet Meraviglia. Dopo quel disco recuperai facilmente Stereoscope e con molta più difficoltà La pelle, il suo esordio solita. Il mio percorso per questi primi lavori non corrisponde con quello cronologico di uscita, li dispongo secondo l’ordine e l’animo con cui li ho ascoltati, con i link ad alcuni brani – uno per album – per chi non conoscesse ancora questo artista unico.

Un grande ringraziamento va inoltre a Marco Salanitri per il suo aiuto.

 

 

closet

 

2001 – Closet Meraviglia (ViceVersa).

 

In una recensione dell’epoca lessi qualcosa che suonava come “finalmente tutto è al suo posto, il disco perfetto”. E’ vero, ma aggiungo: ogni cosa cerca e trova il suo posto, in una musica personalissima che scava uno spazio fra canzone e tradizione, che a volte conserva il “formato canzone” e altre invece lo ridefinisce dimenticando le alternanze fra strofe e ritornelli, costruendo percorsi fatti di parole e atmosfere e dissonanze. Un suono caldo anche quando si fa più acceso e rude, come in Nostra signora dei coltelli, mediterraneo in Di Schianto, conturbante ne La suonatrice di hammond. Ecco, Closet Meraviglia traduce le promesse in realtà, disegna una nuova coordinata possibile per la musica d’autore e per Cesare Basile, coniuga dolcezza e perversione, accessibilità e profondità (mi vengono in mente Bevi, stai su oppure Fra il tuo corpo e la cena). A conti fatti Closet Meraviglia è un capolavoro, ma è anche il punto di partenza per i lavori futuri: forse a Cesare Basile sarebbe bastato riproporre quel suono, raffinarlo appena, per avere riconoscimento critico e notorietà. La strada scelta sarà invece diversa, nel senso che Basile si confronterà con il livello raggiunto ma per eguagliarlo e andare oltre seguendo percorsi differenti; ma Closet Meraviglia rimane il disco che fissa l’asticella da superare per lui e per gli altri, riprendendo e rinnovando il percorso della musica d’autore italiana.

 

1998 – Stereoscope (Black Out / Mercury).

 

È il lavoro più elettrico e forse più apertamente “rock” di Basile. Forse, dopo gli anni berlinesi e dopo il ritorno a casa di La pelle, Basile sentiva il bisogno di confrontarsi con un tipo di scrittura familiare, e ciò che ne esce è il disco che mi sembra più direttamente legato ai suoi anni giovanili. L’impianto sonoro è quasi tutto dato da chitarra-batteria-basso, con quest’ultimo che spesso diventa determinante nel dettare le linee su cui si sviluppa il pezzo. E’ anche, forse, il lavoro più chiaramente pop: alcune canzoni (penso ad esempio a Incendiami la vita, che apre il disco) hanno un potenziale commerciale molto elevato, oltre ad essere senza dubbio “belle” canzoni. Al tempo stesso, però, le scelte produttive penalizzano forse il disco e non sempre riescono a differenziare i singoli brani fino a conferirgli una chiara identità nell’insieme: forse per questo quelli che preferisco sono quelli che in qualche modo si staccano dagli altri, come il bozzetto acustico di CGDFCE o l’arrangiamento particolarissimo ed evocativo di Senza resistenza. A distanza di anni, Stereoscope sembra la piattaforma fissata sulla terraferma, in modo da poter spiccare il balzo.

 

basile

 

 

1994 – La pelle (Lollypop).

 

Ad ascoltarlo a posteriori è chiaro che si tratta di un esordio da solista. Ne ha i connotati, soprattutto una certa eterogeneità che presenta tanto richiami alle esperienze precedenti quanto ad atmosfere più acustiche (se non sapessi che Basile diffida di questa definizione direi quasi cantautorali). Ma è un disco che già di suo ha molto da dire e dunque sarebbe sbagliato riascoltarlo come se fosse semplicemente la promessa di quello che verrà poi, anzi io lo vedo tuttora come un gioiello in sè. La qualità della scrittura, anche se all’interno di canoni che in senso lato si possono definire ancora rock, è sempre elevata e decisamente personale; bello e straniante il contrasto tra musiche ricche ed esuberanti e testi spesso abrasivi, come in Circo d’ombre o in Useless hate. Ma forse gli episodi migliori sono quelli in cui Basile già si distacca dalla musica prodotta in precedenza: il ritmo spezzato di Teresa dei piccoli fiori, la obliqua Haiku di Sicilia, e la splendida title-track conclusiva, inquietante e cupa. Non a caso mi sono spesso figurato l’intro di questo brano in uno dei lavori successivi, per i quali finisce per rappresentare una dichiarazione di intenti, uno sguardo lanciato verso il buio.

 

2003 – Gran Calavera Elettrica (Mescal).

 

Se Closet Meraviglia era, appunto, dolcezza e perversione, Gran Calavera Elettrica sceglie una strada diversa: i suoni diventano non duri ma spigolosi, scarnificati, sia quando sono prevalentemente acustici e leggeri, come nel Cantico dei tarantati, sia quando invece acquistano le cadenze di una elettrica discesa negli inferi, come nella successiva A che serve lo zolfo. Più in generale è un disco plumbeo perché odora di destino imminente e anche di morte – e non a caso In coda è una sorta di Spoon River moderna. Odora anche di quel giudizio universale che segue gli addii e ne diventa resa dei conti: è il grido che scioglie i voti di Tutto tranquillo, l’albergo condiviso da chi si ama e tradisce ne L’orto degli ulivi, la spigolosità di L’albero di Giuda. È forse il lavoro dove si sente più nitida l’impronta di John Parish, soprattutto nel suono di certe chitarre che irrompono stridendo, mentre gli archi si fanno da parte, diventano sottolineature ma non caratterizzano quasi mai il suono come nel disco precedente. Gran Calavera Elettrica ha la grazia di una donna giovane, bella ma fin troppo magra, lo sguardo affascinante su una pelle di zigomi tesi. Ricordo che feci ascoltare il disco ad un’amica e lei rimase stupita da come la voce sembrasse quella di un uomo giovanissimo: ma la gioventù non è solo un fatto anagrafico, è costruire qualcosa di perfetto come Closet meraviglia e poi decomporlo per ripartire verso una diversa perfezione.

 

 

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2005 – Hellequin song (Mescal).

 

Uno dei lavori più estremi di Cesare Basile, che già di suo non ha tra le proprie priorità quella di essere accomodante. Un disco che radicalizza la scelta della spoliazione, con diversi brani che sono affidati a un fraseggio di pianoforte, o sostenuti da una trama percussiva su una strumentazione scarna (Dite al corvo che va tutto bene); ci sono molti strumenti, certo, ma raramente si sovrappongono e si stratificano con densità. Anche le parole si fanno spesso più rarefatte e lasciano spazio ai silenzi, e in diversi brani alla lingua inglese che non aumenta l’accessibilità. Stacca ma non stona affatto anche la scelta del singolo Fratello gentile, con una linea decisamente aggressiva e un testo aspro come pochi, tutt’altro che poetico. Al tempo stesso, in brani come Finito questo oppure Usa tutto l’amore che porto, è anche il lavoro forse più intimo, personale e disilluso di Basile. E’ un disco nero, oscuro, che chiude la porta alla speranza ed è giusto così: se si devono esplorare gli abissi che sia fino in fondo, senza tenersi nessuna rete di protezione, nessuna ancora per una possibile salvezza. Ho amato questo disco con fatica, con il bruciore continuo che da bambino dava l’alcool quando si doveva necessariamente disinfettare una ferita e così ne definiva i contorni.

 

2008 – Storia di Caino (Urtovox Records).

 

Album che nella mia mente appare piuttosto diverso dal precedente. Anche se è vero che non mancano blues scheletrici appare come un lavoro corale e stratificato, in cui la musica – pur restando ormai lontana dal rock – ripresenta una rabbia oscura e cupa (Storia di Caino, Canto dell’osso) e la esprime con una strumentazione complessa. Al tempo stesso è forse il lavoro più urbano di Basile: penso a All’uncino di un sogno con la sua atmosfera nebbiosa appoggiata su una linea di basso, e ovviamente al contrasto stridente che lascia Il fiato corto di Milano sospesa fra una musica quasi allegra, una voce femminile che blandisce e un testo esplicito e aspro. E’ ancora un lavoro che parla di perdita, ma sposta il punto di vista dal privato al collettivo: è la storia della miseria dell’uomo e non di un uomo, a partire da quel Caino che uccise il fratello garantendosi così una discendenza. Non è solo nella figura di Caino che si esprimono le immagini bibliche o più in generale religiose, ci sono rosari, preghiere, è tutta una cultura che viene a galla e ritorna nuovamente privata, quando Basile, in 19 marzo (per chi ama le definizioni “una ballata in punta di piedi”?) canta “non sapevo pregare ma esigo la fede”, e in quell’esigo ci sono tutta la dolenza e l’orgoglio dell’essere umano. Un nuovo punto di arrivo e dunque, per Basile, una nuova partenza.

 

 

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2011 – Sette pietre per tenere il diavolo a bada (Urtovox Records).

 

Ammetto di non sapere se Basile sia tornato in Sicilia prima o dopo la scrittura e la registrazione del disco. Inoltre so che parlare di un lavoro di transizione acquista di base una connotazione negativa che non voglio dargli; allora preferisco pensare a un disco di migrazione, che sottolinea uno spostamento geografico che è anche cambio di prospettiva. Già da L’ordine del sorvegliante è un disco integralista, con le ritmiche che spesso si trasformano in un tappeto ipnotico, la voce che diventa un crooning quasi recitato, testi che non lasciano scampo né speranza (“i fiori si son presi i miei odori”), un altro disco buio dove compare, non a caso, anche quel dialetto che avrà sempre più spazio da qui in poi. Pochi gli spiragli di luce: l’orizzonte si allarga appena in Elon Lan Ler grazie alla dolcezza degli archi, nel breve e intenso bozzetto finale di Questa notte d’amore a Catania. E poi ci sono brani che stanno nel tutto ma fanno storia a sé, come accade con Sette spade, con la sua melodia semplice ma contagiosa e ariosa, e quei versi che alla fine restano nella testa: “sorella mangi terra e loro [mangian] pane”, e mi torna in mente “da una parte il miele dall’altra la cera” di Ho visto Nina volare, ma qui non è una donna che divide il buono dallo scarto, è che ad alcuni è destinato il meglio, altri sembrano sempre e per sempre condannati agli avanzi.

 

2013 – Cesare Basile (ViceVersa).

 

É il disco dove la musica di Basile diventa musica popolare, inteso nel senso migliore del termine, cioè quando la voce (parole e musica, appunto) di un autore diventa voce di tutti; da questo punto di vista è sicuramente uno dei lavori (capolavori?) migliori di Basile, in cui la concordanza di tutti gli elementi disegna un insieme unico e irripetibile. L’idea che mi giunge è quella di una Sicilia che è in alcuni momenti ancora ferma al secolo scorso, un grido di dolore che spesso è il grido di chi nello svolgersi della storia ha perso. Al tempo stesso devo dire che è anche uno dei dischi in cui faccio più fatica ad entrare per quello che è un limite tutto mio: l’uso del dialetto, che è così necessario e così musicale nei suoni, mi esclude dal vivere immediatamente la coincidenza fra le parole e la musica, ne riconosco il valore ma non riesco a farne parte come potrebbe accadere con una lingua mia. Allora mi fermo su due brani in italiano, gli ultimi. Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer è una canzone di protesta vera, con una chitarra lancinante che dice più di cento grida; e soprattutto Sotto i colpi di mezzi favori, uno dei pezzi più belli di sempre. C’è tutto: una linea melodica sussurrata, un testo sulla Sicilia che parla di amore, denuncia, contraddizioni, falsità ma soprattutto appartenenza, quel guardare la terra dall’alto che in un unico verso è capace di disegnare il senso di comunità di una intera regione affondata nel mare.

 

 

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2015 – Tu prenditi l’amore che vuoi e poi non chiederlo più (Urtovox Records).

 

Un altro album in cui l’italiano passa in secondo piano. Vale dunque quanto scritto prima ma vale di meno, perché nella sua assoluta sicilianità questo lavoro mi pare più rabbioso e meno rassegnato, e la rabbia è un sentimento gridato che forse si comprende meglio in qualsiasi lingua. La voce spesso diventa di carta vetrata, acida come e più della musica che la sostiene. Al tempo stesso anche Tu prenditi l’amore che vuoi… mi sembra un lavoro più corale, negli intenti se non necessariamente dal punto di vista musicale: sarà per la voce di Rita Oberti in La vostra misera cambiale, o per il cantato di Ciuri che sembra quello di molti uomini assieme, ma soprattutto perché appare il momento in cui Basile diventa portavoce (come in qualche modo annunciava in Sotto i colpi di mezzi favori) di una terra. E’ un lavoro civile nel senso migliore del termine, anche positivo dove allo stato delle cose oppone una visione differente della dignità e del valore umano. Forse sono le esperienze che Basile sta portando avanti in questo periodo (il teatro Coppola, la rinuncia al Tenco, la lotta contro la SIAE), il suo essere “un punk con il mandolino”, ma Tu prenditi l’amore che vuoi… trasmette rabbia, certamente, però non una semplice rabbia cieca, piuttosto un rifiuto volto alla riflessione e al cambiamento. Gli accordi aperti che introducono la conclusiva Di quali notti sembrano indicare una porta che diventa strada nella coda finale del brano, nel suo finire lasciandosi quasi incompiuto.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 01/02/2016 da in musica, ospiti, saggi con tag , , .
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