perìgeion

un atto di poesia

In Australia senza titolo 4

 

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di Pericle Camuffo

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WEST MACDONNELL RANGES

 

 

I Ranges sono una discesa a picco nel tempo dell’intero pianeta, strisce di roccia rossa che corrono per 400 chilometri da est a ovest a ridosso del Tropico del Capricorno, una specie di barriera naturale in mezzo al nulla, ma non dividono niente, non separano. Sono semplicemente qui da un tempo immemorabile. Sono le formazioni geologiche più antiche della Terra e avevano la maestosità dell’Himalaya prima che vento e pioggia le riducessero a qualcosa non più alto delle colline, anche se, a ricordo di tale dimenticata maestosità, il monte Zeil allunga le braccia fino a 1531 metri d’altezza. Fiumi antichi hanno lasciato le loro impronte sulla roccia esausta, ferite profonde, tagli netti, perpendicolari, e sul fondo di alcune di queste gole scorre ancora dell’acqua, ed io è lì che sto andando, per bere il sangue della terra dalla sua vena più sacra. I MacDonnell, per gli aborigeni dell’Australia Centrale, sono la traccia lasciata dal Serpente Arcobaleno che nella sua corsa sotto la superficie terrestre, ha alzato al cielo queste rocce rosse piene di sangue, ancora vive.

Ma tutto ciò che di sacro e di viscerale ancora conservano, viene spazzato via dal casino di gente che sguazza nella Big Hole di Ellery Creek, una pozza gelata lasciata dal fiume. Non c’è parcheggio, non c’è ombra, non c’è aria, solo facce paonazze che tolgono la magia ad ogni centimetro di sabbia e di acqua e di roccia. Me ne vado con lo spettro dei festanti pendolari del fine settimana accampati in ogni buco, in ogni fenditura, in ogni stagno da qui a Glen Helen.

Serpentine Gorge è una fonte battesimale chiusa tra sponde di roccia che la proteggono dal sole. E’ una meraviglia inaspettata. Ho gli occhi pieni di vento caldo e secchi dopo aver camminato sulla terra arsa e pietre e alberi che stanno per esplodere, ma finalmente sono da solo. Il chilometro che la separa dalla strada è un ottimo deterrente per i festanti rompipalle e resto quasi senza respiro di fronte a questa pozzanghera di acqua putrida e verde.

Il silenzio succhia via l’aria dalla bocca. Un silenzio fatto di mille piccoli ronzii e battiti di minuscole ali viranti, e fruscio di alberi mossi dal vento. Rimango ancora un po’ seduto sulle rocce e mi tolgo le scarpe e le calze e sento la terra con le dita dei piedi. Calpesto le rocce che hanno visto l’inizio del tempo in modo che la loro energia mi attraversi facendomi brillare come una stella mentre apro le braccia al cielo offuscato dal caldo.

Glen Helen Homestead. Punto di ristoro e di ritrovo da dove partono i tour organizzati in grossi autobus 4WD colorati di serpenti e coccodrilli. C’è un gruppo di ragazze tedesche venute dalla Baviera fin qui a dire cazzate e a giocare a biliardo. Mi sfidano. Pagano tavolo e birre che ruotano più veloci delle palline colorate. Io gioco e bevo e vinco. Vogliono sapere da dove vengo cosa faccio dove vado e perché, i tedeschi sono gente precisa. Rispondo seccamente a qualche domanda, e saluto l’Australia on tour vagando nell’atmosfera del pub che si sta facendo accogliente, lievemente eccitante.

Si abbassano le luci e inizia lo spettacolo. Era da un po’ che stavano riempiendo la zona in fondo alla stanza con microfoni e casse. Un tipo che sembra Lino Toffolo inizia a cantare ballate country australiane che nessuno conosce ma che tutti cantano seguendo un testo tutto inventato. E fuori il vento e il buio e gente nel prato sigillata nei sacchi a pelo tutti uguali e tutti in fila nella dormita organizzata secondo il foglio del programma che hanno ricevuto sul bus alla partenza della loro avventura. Piscio sulle loro teste, quasi, e me ne vado nella zona buia dove ho sistemato la macchina.

Mi chiudo dentro con l’ultima birra da finire. Le alte pareti di roccia sono uno schermo più nero del buio, si vedono anche se è notte, risaltano con la loro fierezza, hanno una tonalità diversa, più densa, e il vento oscilla alberi stanchi mentre laggiù un enorme bush fire illumina l’orizzonte in un tramonto artificiale che non ha fine, magia di scintille e odore di legno bruciato.

Le rocce tagliate dal lavoro millenario del Finke river, mostrano tutti gli anni che hanno, sono rugose come la faccia di un vecchio. Sulla loro pelle c’è tutta la storia che hanno sopportato, sono la mappa dell’intera loro esistenza, e si vedono i solchi più decisi scavati dalle lacrime e dalla tristezza di sentirsi erodere piano piano dalle acque del fiume, di sentirsi violare. C’è sofferenza in queste rocce, che fa l’aria pesante e che ti affatica mentre ci cammini vicino, mentre tenti di stare in equilibrio sulla ghiaia multicolore del letto del fiume che non c’è, che ha lasciato a testimoniare della propria presenza solo delle enormi pozzanghere verdastre che tremano al leggero vento del mattino, anche se cento milioni di anni fa era un corso d’acqua immenso, largo come il Congo e immerso in una foresta tropicale. Si avverte l’energia della lotta continua fa acqua e terra, del loro contrasto e del loro amore, perché l’uno non può esserci senza l’altra. Questo fiume e questa terra si sono incontrati milioni di anni fa e hanno cominciato la loro storia, la loro vita insieme, e non si sono separati mai.

Vado a fare colazione e il Mereenie tour pass, un permesso che mi consente di attraversare le terre aborigene da qui a Kings Canyon, anche se non sono sicuro di arrivare fino laggiù.

Da qui iniziano le piste di sabbia. E’ come varcare un confine, finisce qualcosa e ne inizia un’altra. Gli occhi si socchiudono, la presa sul volante diventa più decisa, piedi ben saldi sui pedali. E’ quello che voglio, quello per cui ho speso una barca di soldi per questa macchina. Ho messo la trazione integrale, anche se non è proprio necessaria, ma mi fa sentire più all’interno di questo mio viaggio.

La macchina va bene, rimane piantata a terra, e comincio a sentirla vibrare tra le mani, la sento rispondere ad ogni mia sollecitazione. Davanti agli occhi, solo una lingua rossa che sembra sparire all’interno della bocca enorme e spalancata che è l’outback australiano, che inghiotte tutto, che ti risucchia.

Risalendo una piccola stradina che si impenna parecchio, con i rami che grattano sul tetto e le ruote che affondano, arrivo al Tyler Pass. Da lassù si ha una magnifica vista del Gosse Bluff, il cratere che ha lasciato una cometa circa 130 milioni di anni fa e ormai solo anello di pietra rugosa e monti bassi e terra che ha ricevuto il dono ghiacciato del cosmo pieno di vita e acqua in un’esplosione di gioia e nuvole. E adesso, di tutto quel frastuono è rimasto solo il silenzio della fine, di quando il fumo si posa e la terra smette di tremare, un silenzio enorme, tale e quale al botto che l’ha generato, della stessa forza e intensità, come se la terra si fosse rannicchiata e fosse rimasta zitta per non sentire il dolore, per fare in modo che tutto passasse velocemente. Quel silenzio è rimasto qui. Dalla terra è passato agli alberi e all’erba. E’ passato in ogni cosa, è stato assorbito. Qui tutto è intriso di silenzio, di quella contrazione antica che la terra ha fatto per difendersi da chi l’ha violata così in fretta.

Scendo, e vado verso quell’anello muto, ci vado dentro. C’è una strana energia al suo interno, c’è ancora più silenzio, è come se l’impatto avesse lasciato una zona di vuoto, avesse tolto ad ogni cosa il suono, la presenza. Si avverte qualcosa che ha a che fare con il sacro, con una dimensione che non è dell’uomo. Per gli aborigeni della zona questo cratere, Tnorala, è il grande piatto in cui mangiavano gli Antenati ancestrali scesi dal cielo durante il Dreamtime. E loro, gli aborigeni, vengono qui a nutrirsi dell’energia che tiene vivo questo anello di roccia, e ringraziano. Dovrei farlo anch’io, ringraziare e uscire senza disturbare, come si esce da una chiesa, con un piccolo inchino.

Ndappa è il nome aborigeno di questo luogo. Prima che venisse trasformato in area da campeggio, c’era solo terra, e prima dei turisti e dei bianchi, su questa terra c’erano solo loro, gli aborigeni.

Di tutta la sacralità del luogo non è rimasto che il cartello che lo ricorda, poche righe per l’uomo bianco, perché l’uomo bianco non ha storia, “white man got no dreaming”, ha scritto William Stanner, è cosa nuova e destinata a durare poco, non ha ricordi, non ha leggende, ruba e uccide e occupa le leggende degli altri popoli senza capirle, senza esserne parte, e le chiude in riserve o in ghetti per non sentirle urlare, per non doverle affrontare fino in fondo. L’uomo bianco tappa la bocca alle leggende con il piombo delle pallottole e il ferro delle catene e malattie e alcol e rabbia. L’uomo bianco mette steccati e filo spinato, divide, separa, allontana, e si perde. Inevitabilmente si allontana dalle proprie origini, dalla terra e dal cielo, per scendere all’inferno. E allora bastano poche righe per raccontare un mito all’uomo bianco, il resto sarebbe solo tempo sprecato, e gli aborigeni non hanno mai sprecato niente, per questo sono sopravissuti. Ma hanno dovuto andarsene anche da qui, calpestare la propria identità e la propria terra, fino a non riconoscerle più.

Il sole scende tra le montagne piatte e rosse, lasciando nell’aria un senso di sottrazione. Trascina la tua coscienza laggiù, oltre il deserto. Scendi con lui, piano piano, a morire nella sabbia per rinascere luminoso dall’altra parte del mondo, nuovo e pulito. Forse è proprio questo che vorrebbero da noi gli aborigeni. E’ questo il viaggio che ci suggeriscono di fare. Seguire il sole e bruciare per poter rinascere. E allora sì che spenderebbero ben più di quelle quattro righe per raccontarci il loro mondo, per insegnarci miti e leggende, per istruirci al rispetto della terra, perché sarebbero sicuri che all’interno della nostra anima ci sarebbe rimasto uno spazio vuoto disposto all’ascolto, alla comprensione, alla crescita.

 

 

8

 

 

PALM VALLEY – HERMANNSBURG – WALLACE ROCKHOLE

 

 

Palm Valley, 4 WD only, di pietre larghe, levigate dal Palm Creek, solo ricordo di un fiume che ha ferito la terra. Roccia rossa, di sangue. Guido in una vena aperta da urla giganti nel tempo del sogno, in seconda ridotta. La macchina fatica ed io non so fin dove può arrivare prima di capovolgersi. Ma invece regge, si impenna, passa oltre, a volte devo fermarmi e scendere, cercare la via migliore, a piedi, il passaggio sicuro, vedere cosa nasconde la curva, il dosso, uno sguardo per non morire. Completamene solo sul letto del fiume, schiaccio pietre che hanno visto la nascita della Terra, sento l’acqua scorrere, sento il suo odore, il suono, la forza, tutto questo è rimasto tra le crepe del mondo come un vociare costante che mi accompagna, che mi distrae, che mi tiene in vita. Quattro chilometri in mezz’ora di sudore e paura, senza indicazioni, solo una lunga discesa verso la valle che, nelle leggende Arrernte, è stata luogo di catastrofe, esseri ancestrali bruciati, sottratti al fuoco e diventati palme a rigare il cielo azzurro. Vecchi tronchi diritti verso il nulla, da migliaia di anni, milioni di anni.

Palm Valley è una festa di colori e canguri rimbalzano sulle rocce, lontano. Due ore di camminata, di afa e piedi che bruciano, strisce sulla sabbia, la mia sola memoria, dissolta dal vento e dal vibrare d’insetti. Vicino alla scaletta di legno che mi riporta dove ho lasciato la macchina, il cartello “wetpaint” è l’unica traccia d’uomo qui sotto, memoria del suo passaggio inutile. A Palm Valley, l’uomo può solo indicare a se stesso la via più rapida per scomparire.

Nel 1876, i pastori luterani Kempe e Schwarz, appartenenti alla Chiesa Luterana del South Australia, partirono da Adelaide con 33 cavalli e 3100 pecore per stabilirsi dove oggi sorge la missione di Hermannsburg, a circa 135 chilometri ad ovest di Alice Springs. Diciotto mesi dopo la loro partenza, fondarono la piccola missione che divenne un luogo in cui gli aborigeni trovavano rifugio nei periodi di siccità e potevano evitare di essere massacrati dai bianchi, nonostante la chiesa Luterana, nell’Australia Centrale, avesse come obiettivo primario la distruzione di ogni loro aboriginalità ritenuta primitiva e sacrilega ed il loro in programmi religiosi e occidentalizzati.

Qui ha lavorato il reverendo Carl Strehlow che, tra le altre cose, ha tradotto il Nuovo Testamento nella lingua Arrernte alla fine degli anni Venti, e qui ha vissuto e dipinto Albert Namatjira che con i suoi acquarelli è stato il primo aborigeno a portare all’attenzione del mondo il paesaggio dell’Australia Centrale e il primo aborigeno ad essere onorato con la cittadinanza australiana nel 1957, premio per il suo essere un perfetto prodotto della politica dell’assimilazione. Il suo stile pittorico, infatti, era quello dei bianchi, quello che aveva appreso dal pittore Rex Battarbee. Si dimentica, però, che Namatjira è esistito solo perché ha smesso di essere aborigeno, anche se nelle enclavi bianche del Northern Territory, rimaneva sempre e comunque un nero, spazzatura. Nel 1958 venne arrestato con l’accusa di aver procurato alcol ad un altro aborigeno che, completamente sbronzo, uccise la moglie. Rinchiuso in un campo di prigionia, ne uscì dopo due mesi completamente distrutto, abbandonato e tradito da chi con i suoi lavori si era fatto un sacco di soldi. Non prese più in mano il pennello. Morì poco dopo, nell’agosto del 1959.

Nel 1982 la terra della missione venne restituita agli aborigeni, tradizionali proprietari. Adesso, è solo un luogo di desolazione e di sporcizia. Ci sono rifiuti ovunque, anche se sembra che agli aborigeni tutto questo schifo non interessi, ci camminano in mezzo e passano oltre. Questo tipo di sporcizia non gli appartiene, non sanno che farsene, non è roba loro, fa parte di un altro mondo, quello dei bianchi. Nella loro storia di raccoglitori-cacciatori seminomadi non si è mai presentato il problema dell’accumulo di rifiuti. Quando nel loro campo ce n’erano troppi, se ne andavano e basta, senza pulire, senza mettere tutto in grossi sacchi neri, perché quello che lasciavano sarebbe stato assimilato dalla terra. Era impossibile, per loro, inquinare, la loro era un’esistenza ecosostenibile. E così adesso gettano per terra tutto ciò che hanno tra le mani, perché dentro di loro non è cambiato nulla, continueranno a vivere nel bush, anche se chiusi dentro a dei recinti, anche se protetti, assimilati, riconciliati.

La zona in cui sono allineate le loro abitazioni è chiusa al pubblico, non vogliono altre invasioni, ne hanno avute abbastanza. Non c’è un cancello o una recinzione, solo un cartello che ti invita a starne fuori. Puoi usare il supermercato e la stazione di servizio, ma nient’altro. Cammino sulle strade di polvere come un fantasma di cui loro ne avvertono solo il riflesso, una vaga ombreggiatura.

Rispetto il cartello e mi tengo lontano dalle case. Qualcuna è comunque visibile, ma ciò che colpisce non è tanto la casa in sé, ma il giardino, che non ha nulla a che fare con l’idea di giardino che può avere un europeo o un bianco in genere, perché il giardino, in realtà, non c’è più. Al suo posto c’è una specie di discarica a cielo aperto, un cumulo di vecchi divani e carcasse di auto arrugginite, coperte e materassi sfondati, avanzi di cibo e di vita: è questo il loro no al nostro modo di vivere. Tutta l’Australia bianca pensa di avere la coscienza a posto sapendo che il Governo stanzia fondi e sussidi per le comunità aborigene, che fornisce addirittura le case a questi poveri disgraziati, e permette loro di realizzare il sogno di tutti gli australiani: avere una casa con giardino. Ma questo non è il sogno degli aborigeni. Questo è uno degli esempi più netti del divario incolmabile che c’è tra i due mondi, tra quello bianco materialista e competitivo, orientato verso il profitto, il progresso, il controllo dell’uomo e della natura, e quello aborigeno, dove ciò che conta è il legame con tutto ciò che vive, con lo spirito della terra, con gli Antenati, dove il compito principale non è quello di guadagnare e accumulare ricchezze, ma impegnarsi per mantenere la terra intatta, come è stata loro consegnata dagli eroi del Tempo del Sogno.

Però non sono sicuro che questo loro modo di vivere sia in realtà un modo di rifiutare, che abbia a che fare, non dico con una sorta di coscienza di classe, ma con un radicato senso critico che li porta a prendere le distanze da ciò che considerano malsano, pericoloso, inutile. Non so se siano vittime od eroi, se vivono così perché sono stati rifiutati dalla società bianca della quale vorrebbero, se gli fossero date le possibilità, far parte, oppure se la loro marginalità è un atto di resistenza, che mai li porterebbe, anche se invitati, ad accettare l’ingresso nel sistema economico e di valori dell’Australia bianca. Forse dovrei fermarmi e chiedere a qualcuno cosa significa essere aborigeni nel XXI secolo, se lottano per avere la possibilità di essere bianchi e di vivere come i bianchi, se rivogliono le loro terre per sfruttarle e per trarne profitto come fanno le varie multinazionali straniere, se ciò che vogliono, alla fine, è la possibilità di diventare ricchi. Ma nessuno mi degna neanche di uno sguardo, nei loro occhi c’è solo sospetto, indifferenza. Una ragazzina seduta fuori dal supermercato segue con la coda dell’occhio la mia uscita dal loro mondo, nel quale, per la verità, non sono mai entrato.

La comunità di Wallace Rockhole, è del tutto diversa. Tutto è ordinato, pulito e ben curato. Ben, un ragazzone di 24 anni ma che ne dimostra almeno 10 di più, mi spiega che ha ricevuto in eredità dal padre la custodia di questa terra. Leggo nei suoi occhi la fierezza di appartenere ad un popolo che è a contatto con una conoscenza ed una spiritualità di uno spessore del tutto diverso da ciò che io possiedo. Ci accordiamo per un breve giro da fare nel pomeriggio, mi farà lui da guida.

Camminando tra le rocce e il bush Ben mi indica piante commestibili e medicinali, racconta un po’ la storia di questa terra e di se stesso ma continua a non rispondere alle mie domande sulla sua cultura e sulla sua gente, chiude il discorso dicendo sempre che questo è tutto ciò che posso sapere, che può dirmi o mostrarmi, che il resto sono “cose sacre” di cui non può mettermi al corrente. Non gli interessa raccontarmi storie e leggende, e forse veramente non può farlo, ma descrivermi la condizione attuale del suo popolo. Quando inizia a parlarmi di questo, smette di scherzare, cambia espressione. La sua faccia diventa antica, solcata dalle cicatrici che due secoli di persecuzioni e maltrattamenti hanno lasciato sulla sua gente. Mi dice che in Australia si sta svolgendo una specie di apartheid sudafricana, che l’appartenenza etnica è ancora un fattore fondamentale per la persecuzione, che le carceri sono piene di aborigeni, mentre per gli stessi reati ai bianchi viene data solo una multa. Mi racconta di torture e di violenze gratuite, di umiliazioni e sputi e calci e manganelli, della sua gente che si toglie la vita impiccandosi alle sbarre delle celle, dei diritti umani che sono solo parole inutili su inutili trattati, e della nuova strategia di eliminazione, della nuova forma di genocidio mascherata da sussidio che invece di integrare e riconciliare, separa e allontana e scaraventa i giovani sulle strade, senza lavoro, senza istruzione e senza speranze. Li svuota di ogni identità e tradizione, recide legami con le famiglie e con la terra, calpesta tradizioni e millenni di storia dando loro un’unica via d’uscita, quella dell’alcol e della droga e dell’oblio. Generazioni intere costrette a ciondolare ai bordi delle città senza niente da fare e da capire, senza sentirsi nemmeno persone, perché l’aborigeno senza la sua terra è solo un lenzuolo sbattuto dal vento, è solo sporcizia, spazzatura da eliminare. E visto che non sono riusciti ad eliminarli con le varie pulizie etniche del passato, i bianchi fanno in modo che gli aborigeni si riducano a spazzatura ubriaca e maleodorante, offrendo così la giustificazione per un intervento duro, perentorio, al limite della legalità.

Dopo aver messo sul tavolo quel “paese segreto” di cui ha parlato anche John Pilger in un bel libro, dopo avermi mostrato che l’Australia, al di là della facciata patinata di paese della libertà e del benessere, è fondata sul razzismo, sul sopruso, sul sangue e sulla prepotenza, Ben tace. Mi guarda fisso e mi getta in faccia i suoi occhi di rabbia, e per un attimo penso che in qualche modo ce l’abbia anche con me. Non so che fare o che dire. Ma poi gli si apre il sorriso, ridiventa il ragazzone simpatico di prima, mi assicura che le cose cambieranno presto, e mi saluta.

Non so se le cose cambieranno, né come si potrebbe cambiarle. L’Australia è stato il paese delle grandi conquiste democratiche in anticipo sul resto del mondo ed ha giocato un ruolo di primo piano nelle grandi battaglie internazionali per i diritti umani. Nel 2011, Melbourne è stata considerata, dall’Economist Intelligence Unit, la città più vivibile del mondo, ed altre 4 città australiane sono entrate tra le prime dieci di questa classifica. Nell’ultimo indice dell’International Human Development, l’Australia è al secondo posto tra i paesi più vivibili al mondo, di poco dietro alla Norvegia ed in maniera significativa davanti agli Stati Uniti, che sono al terzo posto. Eppure, gli aborigeni hanno statistiche da terzo mondo. E allora, di fronte a questo, si capisce che c’è una precisa volontà che le cose nei confronti dei nativi rimangano come sono o addirittura peggiorino, c’è la precisa volontà che in un paese così attento alle conquiste sociali venga mantenuta in vita una situazione diffusa di razzismo che punta all’eliminazione degli originari abitanti del continente.

Forse ha ragione George Pitt-Rivers quando scrive che il problema indigeno, dove è presente, è dovuto al fatto che alcuni indigeni sono sopravvissuti e non sono stati “sterminati dalla benedizione della civiltà”. In Australia, gli aborigeni sono sopravvissuti, e sono diventati un problema. Se fossero scomparsi, come avevano annunciato Darwin e dopo di lui molti altri, forse adesso verrebbero ricordati con orgoglio, sarebbero motivo di vanto per gli australiani, verrebbero indicati, con nostalgia, come i custodi di qualcosa di prezioso che abbiamo, purtroppo, perduto per sempre.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 03/02/2016 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , .
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