perìgeion

un atto di poesia

Carlo Penati: Empeiria

 

 

Carlo Penati - Empeiria - Copertina
 

di Marco Furia

 

 

Una poetica arte profana

 

Con “Empeiria”, Carlo Penati presenta una precisa e acuta versificazione imperniata su quesiti poetico – filosofici:
“che cosa sappiamo?”
“la conoscenza ci salva dall’orrore?
“che cos’è l’esperienza?”
sono davvero interrogativi di grande portata.
Mancano, ovviamente, risposte esaurienti, poiché la stessa natura delle domande consiste più in toni allusivi che in richieste in senso stretto.
Come una musica rimanda a entità che si formano nell’atto medesimo dell’ascolto e, dunque, sono variabili, così l’interrogarsi di Penati si volge a qualcosa di non perfettamente definibile.
Si può dipingere o fotografare un volto, ma la sapienza, la conoscenza e l’esperienza non possono essere ritratte.
Possono essere narrate?
Per via poetica, sì.
Questo è l’impegno del Nostro, il quale scrive:
“ho oltrepassato la linea sottile
tra l’autorità e l’esperienza
per essere soltanto
artigiano di me stesso”.
Oltrepassato il “sottile” confine del comune linguaggio, la via da seguire, per Carlo, è quella di “essere soltanto / artigiano” di se stesso, ossia di riconoscere la propria individualità nell’agire (si noti, a questo proposito, l’uso del termine “artigiano”) che coinvolge anche il mondo: il fare è gesto, atto esterno e, perciò, in ogni maniera, rapporto con il fuori.
Possibilità di narrazione, dicevo.
Narrazione intesa come avvicinamento alle circostanze del sapere, del conoscere e dell’esperire, ossia come attenzione a significativi particolari tendenti a comporre un disegno non del tutto definito.
La risposta si trova a pagina 31:
“piacere di sentirsi
nel cuore dell’esistere”.
Sentire di esistere, accettare con fiducia la presenza di un indeterminabile quid che, a ben vedere, non è nemmeno un enigma (“enigma” è già una parola) ma è, piuttosto, naturale contingenza.
La risposta, insomma è l’esistere non doloroso.
Il Nostro, forse, non ha mai patito sofferenze di alcun genere?
Non credo: il tono dell’intera raccolta mostra come la pronuncia appena citata costituisca lo sbocco di un arduo percorso.
Alla fine, riconoscere se stessi nel rivolgersi al mondo è la risposta a domande altrimenti destinate a restare tali.
Soltanto nel vivere si può trovare soluzione a certi quesiti.
Si legge a pagina 35:
“che cos’è il sapere se non
un continuo commiato senza partenza?”.
Si tratta, ancora una volta, di una domanda a prima vista chiusa in se medesima che, invece, indica la via di una possibile risposta in un vivido divenire il cui più intimo valore si rivela nell’apprezzamento, non nella spiegazione.
Così, i due versi
“esercito ogni arte profana
che chiede ardite misure”
costituiscono, con evidenza, un invito a procedere nella giusta direzione.

 

Carlo Penati, “Empeiria”, Anterem edizioni, Verona, 2015, pp. 60, s.i.p.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 09/02/2016 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , , .
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