perìgeion

un atto di poesia

Del pesce e dell’acquario

 

 

delpesce-e-dellacquario

 

di Marco Ercolani

 

«Verrà che non abitiamo i nomi
non li saprete più pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
La polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
Solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare»

Poeta visionario e barocco, Ilaria Seclì: i suoi versi appartengono al mondo dei poeti “scorticati”, dei “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe a spiegare il trasalire dell’emozione che questa voce poetica trasfonde al lettore. Azzardo un’ipotesi: la poesia non è parlata solo dalla potenza delle sue immagini ma è lei stessa la natura tragica del poiein. Scrive Hölderlin: «Perché questo è il tragico in noi, che abbandoniamo in completo silenzio, impacchettati in qualche contenitore, il regno dei viventi, non che, divorati dalle fiamme, scontiamo le fiamme che non siamo riusciti a domare».

Quelle fiamme, il poeta le sconta attraverso l’esperienza del vuoto:

«se è possibile un vuoto di fantasma
io lo sento,
l’arnia colma, l’aria d’oro,
il taglio netto del momento spense
per i tempi innominati ogni fame»

In Ilaria la “volubile ermeneutica del caos” è anche “patafisica delle formiche” perché «Tutto ciò che è in basso è anche ciò che sta in alto», come scrive Ermete Trismegisto, e il poeta ne è consapevole:

«L’alfabeto rovesciato
per quel solo vivo affanno per la strada»

Le regole vanno sovvertite se erompe la vita: non c’è un finale “verosimile”e “obbligato” a nessuna storia. Il fluire delle sensazioni inventa da sé le sue strade. Come accade in questi versi inediti, che prospettano la visione di una “parola ripudiata”:

«le chiavi seguono mappe di desideri morti
infilate a toppe di meccanica sopravvivenza
resta la parola ripudiata dai vocabolari
ora postuma nella panchina del giorno
data in eccesso e sconosciuta ai calendari»

La parola è parola affabulante, vivente, da toccare, da assaporare, da cullare:

«la forma che alla nuvola manca all’acqua alla vita
è tutta qui in carne e ossa, passi respiri insonnia»

Domina sempre, nei versi di Ilaria, una febbre analogica, una “tempesta emotiva”, un’eruzione che vuole sciogliere il peso delle comuni parole: è, la sua, una poesia sempre sul punto di disintegrarsi, tra furore e dolcezza, che trattiene a stento nella lingua dell’alfabeto la sua violenza di genesi. «Se la profondità non ha letto per l’acqua / resta richiamo d’inferno e pietre, occhi di bambino / prestati a voglie adulte, il gioco è strada secca / coi morti che arrivano…»; «stava inerme e niente è nuovo, ma quel rumore morso / lo schianto lento appena sopra l’ombelico / cosa dice cosa dice cosa dice».

Ilaria è costantemente posseduta da un daimon che cerca nuovi segreti, convergente e divergente, fedele alle parole di Char quando definisce la poesia “come un canto di uccello che sta sottoterra e cerca di risorgere, che è risorto da uno spazio troppo bianco”. Non è di quello spazio “troppo bianco” che si occupa il poeta ma del turbinoso accavallarsi di immagini che cancellano quel biancore per colmarlo di immagini:

«un silenzio dei pesci fecondato dall’acqua
per il mistero lungo convesso alla parola
il mai visto
si piegano in danza familiari melodie
e col giunco d’ebano cuciono il pensiero
scivolandolo poi, e per sempre
nella quiete illesa del mare.
lì, il mantra dei millenni
lì, il segreto semplice alla porta
del rovesciamento esatto
né alcuna lingua scioglieranno».

Poeta appartato e ustionante, che non cerca clamori ma non vuole silenzi, che vive dentro lo spazio eccezionale della poesia («Lo spazio regolato da altre esigenze è utile solo per le misure esatte del loculo»), Ilaria Seclì lavora con lirica ostinazione, come testimoniano le pagine del suo blog “Le ragioni dell’acqua”, da cui ricavo questo frammento:

«L’abilità a riprendersi gli effetti personali
svuotare case e poi riempirle, varcare soglie
entrare e uscire dall’uscio, uscire/entrare
portare i minimi resti di una storia e certi odori,
incensi, candele, l’angelo di Laura. Altri,
stranieri, cuciono trame di disagi nuovi»

Da diversi anni, inoltre, Ilaria lavora a un libro ancora inedito di “prose poetico-geografiche”. Per chi è appassionato dell’irrequietezza e della perfezione, un’opera non è mai finita (la parola fine non ha senso) ma neppure abbandonata; è sospesa, come una pausa dentro una riflessione interminabile. Di quest’opera l’autrice scrive: «La verità è che le geografie che lo percorrono come vene ora evidenti sulla pelle ora nascoste e sotterranee, non sono mappate, non hanno nomi di battesimo, né sono presenti nelle cartine. Sono geografie dell’altrove che il compromesso col mondo definisce Cividale del Friuli, Praga, Trieste, Lecce. Eppure, eppure, questi luoghi davvero sono testimoni e medium, tramite. Come per le Creature, esistono quelle tutte presenti e centrate nel fatto del mondo e altre con baricentro irriducibile, nate e prese da altre patrie, altri destini».

Da questo libro traggo alcuni frammenti:

«Sono l’altalena perenne, l’imperturbabile dondolìo di ciò che è vivo e vive fra le cose morte

[…]

PAESI SOMMERSI

Eppure è tutto un inno di morte, lo scintillìo di pupille senza corpi né viso, l’ombra di pesci mostruosi che avvisano respiri interrotti.
Dicono che quella è terra di ciclopi. Che di nessun estraneo è gradita la presenza.

[…]

L’impero è lì, in una maceria bianca.

[…]

Sono un’esigenza di inizio e un tormento di fine.

[…]

Afasica nostra lingua, arriva dove deve.

[…]

La parola d’ordine è muta, la conosce il tempo senza tempo. Hai capito».

Un poema interminato e interminabile – un’opera-arcipelago, erratica, arroventata, evaporata, impossibile. Ma la scrittura è sempre l’impossibile che lavora dentro la parola: nulla è più complesso e più evidente di chi ritorna dall’abisso non pietrificato nel sintomo ma traversato dal bagliore di una poesia. «Cuore aperto. Nella vita come nella fine. Morte a cuore aperto». L’opera di ogni scrittore nasce come maschera aperta verso l’abisso, ne restituisce frammenti, aloni, barbagli. «Un giorno una bomba esplose nel mio cuore. / Ora io sono soltanto / frammenti (Emmanuel Carnevali)». Fra “disappartenuto / mondo e infuocate panchine” l’autore può solo coordinare, sonnambolicamente, il flusso delle cose che salgono dal nero («…morte intenzioni / nessun cimitero vi avrà. Nessun orlo vi finirà») e non concludere, non definire.

«con la stessa grazia estatica a passi
lenti affondi il mare, indovini l’alfabeto
verde, la distesa che acceca, la luce nera
coordinate senza nomi o numeri, senza
indicazioni, un’eredità celeste che un dio
a dispetto del mondo deve averti rivelato

[…]

La finestra è verde,
il legno mangiato. Chissà cosa vedranno
gli ospiti quando apriranno il suo gancio
gli ospiti che apriranno la finestra.
Se vedranno la luce di tremenda maestà
trasparente come ambra. La finestra
non ha casa. La finestra è verde.
La casa splende».

Ma che cos’è lo splendore di questa casa? E cosa possiamo dire della poesia, che adesso leggeremo, se non descriverla come un vaso che contiene emozioni, saperi, memorie, sapori – un vaso che, grazie alla trance del poeta, trova i versi che lo modellano proprio in quella sua forma esatta e fluttuante, colta sul punto di crearsi e di dissolversi? “Le ragioni dell’acqua” (il titolo rimanda al blog di poesia che la stessa autrice gestisce in rete) sono realmente il centro da cui si irradia la poesia di Ilaria Seclì:

«né linea più fedele all’orizzonte.
il palmo stellare preme il muro
sui secoli di pietra. striscia la lucertola
le lancette dell’Immobile Afono

[…]

tutto resiste al sinistro rombo di vento
venturo. la colomba appollaiata in cielo
l’ultimo sorriso la cenere bianca
l’ultima sillaba gracchiata sul marmo».

 

Ilaria Seclì, Del pesce e dell’acquario, Faloppio, LietoColle, 2009

 

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11 commenti su “Del pesce e dell’acquario

  1. marco ercolani
    19/02/2016

    Grazie, amici. Da sotto la Lanterna vi ringrazio. E vi aspettiamo presto (e numerosi).

    Liked by 2 people

  2. iole
    20/02/2016

    amata

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  3. Carla Bariffi
    20/02/2016

    In bocca al lupo!:-)

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  4. christiantito
    20/02/2016

    Ilaria…quanta bellezza ci porti. Quanta lucidità nella visione. Grazie Marco. A presto.

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  5. leragionidellacqua
    20/02/2016

    E Qui, da Voi, l’acquario si fa casa. Grazie, Marco. Un abbraccio.
    Ilaria

    Liked by 1 persona

  6. Giorgio Galli
    22/02/2016

    “Poeta appartato e ustionante, che non cerca clamori ma non vuole silenzi”; “poesia sempre sul punto di disintegrarsi, tra furore e dolcezza” sono di quelle folgorazioni che solo un poeta può avere su un altro poeta.

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  7. Giorgio Galli
    23/02/2016

    Ancora: “…la scrittura è sempre l’impossibile che lavora dentro la parola: nulla è più complesso e più evidente di chi ritorna dall’abisso non pietrificato nel sintomo ma traversato dal bagliore di una poesia”. Poche parole che folgorano pagine e pagine di possibli analisi. Grazie Marco. (E Ilaria.)

    Liked by 1 persona

  8. marco ercolani
    23/02/2016

    Grazie, Giorgio, delle tue parole. Hai colto con grande precisione come ogni scritto critico deve nascere dalla forza (e dalla magia) di un incontro.

    Liked by 1 persona

  9. marco ercolani
    23/02/2016

    Giorgio, ho visto sul tuo blog un libro di poesia di Anna Bergna. Mi sembra interessante: l’autrice potrebbe spedirmi il volume? Per definire i dettagli lascio qui la mia mail: mark.ercolani@libero.it
    Grazie

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    • Giorgio Galli
      24/02/2016

      Grazie per la tua risposta Marco. Per quanto riguarda Anna Bergna, è molto riservata, ma glielo ho chiesto e ti scrivo una mail appena so.

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  10. Giorgio Galli
    24/02/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

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