perìgeion

un atto di poesia

Ancora un intervento di Giorgio Galli su Charms: “Amica”

 

Ammiragliato_San_Pietroburgo

 

 

Una prima versione, incompiuta, di questa poesia appare nella lettera di Charms alla zia Koljjubakina del 21 settembre 1933: “Ti mando questa poesia scritta ieri. Per la verità non è finita. La fine deve essere diversa, ma ciononostante mi sembra che in essa ci siano quell’armonia e quel tono malinconico con il quale l’uomo parla della predestinazione, a lui incomprensibile, dell’individuo nel mondo”.
Una settimana più tardi, il 28 settembre, Charms invia la versione della poesia che qui leggiamo all’attrice Klavdija Vasil’evna Pugaceva, sua infatuazione, forse, tra il primo e il secondo matrimonio. Stavolta, il suo commento è diverso: “Da quando Lei è partita ho scritto solo una poesia. Gliela mando. Si intitola Amica, ma non parla di Lei. Questa è un’amica dall’aspetto piuttosto spaventoso, con dei cerchi sul viso e un occhio scoppiato. Non so chi sia. Forse, per quanto possa suonare ridicolo nella nostra epoca, è la Musa. Ma se la poesia è risultata triste, questo sì è colpa Sua. Mi dispiace che lei non conosca i miei versi. Amica non assomiglia ai miei versi di sempre, così come io ora non assomiglio a me stesso. La colpa di ciò è Sua. Ed è per questo che le mando questa poesia”.
Quale colpa aveva commesso Klavdija Vasil’evna? Aveva lasciato Leningrado (che Charms, in molte lettere, continua a chiamare Pietroburgo) per Mosca. Dopo l’esilio a Kursk (1931-32), dopo la fine dell’esperienza di Oberiu (1930), Charms è solo. Lo confessa a modo suo, facendosi schermo del paradosso: “Caro Boris Stepanovic, grazie mille d’avermi risposto. Avevo l’impressione che tutti quelli che si trasferiscono a Mosca cambino e dimentichino i loro conoscenti di Leningrado. Credevo che ai moscoviti i leningradesi sembrassero degli idealisti con cui non si ha neanche di che parlare. Mi restava soltanto la fede nella Sua immutabilità. In questi nove anni, dacché la conosco, sono cambiati tutti. Lei è rimasto esattamente com’era, benché la sua vita sia cambiata quanto quella di nessun altro di quelli che qui conosco. E tutt’a un tratto mi era sembrato che Lei fosse diventato un moscovita e che non avrebbe risposto alla mia lettera. Sarebbe stato inverosimile esattamente come se io avessi scritto a Nikolaj Makarovic e lui mi avesse risposto. Però oggi, ricevendo la Sua lettera, ho provato una gioia immensa, qualcosa come ‘Urrà! La verità trionfa!’ Quando qualcuno si trasferisce a Mosca io, amante di Leningrado, lo prendo come un’offesa personale. Ma il Suo trasferimento a Mosca, caro Boris Stepanovic, mi rattrista infinitamente. Tra i miei conoscenti a Leningrado non è rimasto neanche un uomo vero, neanche un uomo vivo. Uno si mette a sbadigliare se si comincia a parlare con lui di musica, un altro non riesce neppure a svitare un bollitore elettrico, un altro la mattina non fuma una sigaretta se prima non ha mangiato qualcosa,un altro ancora ti prende in giro e ti mette in tali impicci che c’è solo da restare esterrefatti”. Così scrive Charms il 3 ottobre di un anno non specificato -forse il 1936.
Non importa qui conoscere le identità delle persone indicate (che comunque è nota, e chi vuole può indagare nel bellissimo libro Casi, a cura di Rosanna Giaquinta): importa capire qual è lo stato d’animo con cui Charms compone questa poesia. E capire che questo stato d’animo s’è protratto per circa un decennio, dai giorni dell’esilio fino alle ultime pagine di diario conosciute, risalenti all’estate del ’40.
Come viveva Charms? Viveva, come molti leningradesi poveri, in un appartamento condiviso, dove ad ogni famiglia era assegnato un certo numero di metri quadri in base al numero dei componenti. Non c’erano muri a dividere i metri quadri di una famiglia da quelli di un’altra, solo dei separé. E il numero di squilli al campanello determinava chi dei coinquilini avesse un ospite. Charms non può pubblicare perché la sua poesia non è conforme al realismo socialista, e anche i critici più avvertiti lo considerano poco più che un buffone. Il gruppo Oberiu è stata un’avanguardia nata quando l’avanguardia era già finita, nel 1928: più che un’avanguardia, un sismografo dello smembramento delle avanguardie, un gesto provocatorio per dire che preso “farà notte”. Ora anche quello è finito. Charms sopravvive pubblicando su riviste per bambini. Ma le autorità hanno da ridire anche sui suoi scritti per bambini, e nel 1937 gli proibiscono per un anno di pubblicare.
Quando Charms sposa Marina Malic, nel 1934, è già un uomo annichilito. Forse Marina Malic non si rende conto appieno né del genio né della disperazione di suo marito, se quando lui le legge i suoi scritti, ride. Ma è anche vero che chi vive lo sfacelo ci si abitua e finisce per considerarlo naturale. In effetti gli scritti di Charms sono sì assurdi, ma mai surreali o fantastici: vi si può ricostruire nei dettagli lo stradario di Leningrado, le condizioni di vita dei cittadini -dal problema della coabitazione a quello degli scomparsi. La logica non è quella della realtà, ma gli elementi sono attinti dalla realtà più nuda, sono di un realismo elementare. Per questo Marina Malic rideva: vedeva il lato comico degli scritti del marito, e non poteva intuirne la tragedia perché lei stessa ci era dentro.
Ma Charms, dentro di sé, non ride. Il diario ne dà testimonianza:

Sono completamente abbrutito. E’ terribile. Impotenza totale in tutti i sensi. La degradazione si vede perfino dalla calligrafia.

Ma quale folle pertinacia c’è in me nell’inclinazione al vizio. Aspetto per ore seduto al tavolo, giorno dopo giorno, per ottenere un risultato qualsiasi. Ecco cosa significa un genuino interesse! (18 giugno 1937)

La mia caduta è immensa. Ho perso del tutto la capacità di lavorare. Sono un cadavere vivente. Abba Padre, sono caduto. Aiutami a risollevarmi. (7 agosto 1937)

Vado a una seduta della sezione degli scrittori per l’infanzia. Sono certo che rifiuteranno di aiutarmi e mi cacceranno dall’Unione. (13 novembre 1937)

Non riesco a fare niente. Ho sempre voglia di dormire, come Oblomov. Speranze nessuna. Oggi abbiamo mangiato per l’ultima volta. Marina sta male, ha sempre la febbre… Io non ho energia. (30 novembre 1937)

Mi meraviglio della forza dell’uomo. Oggi è già il 12 gennaio 1938. Le nostre condizioni sono peggiorate ancora di molto, tuttavia tiriamo avanti. Dio, mandaci al più presto la morte.

11 marzo 1938, ho venduto per 200 rubli l’orologio di Pavel Bure regalatomi dalla mamma.

Le nostre cose vanno sempre peggio. Non si sa cosa mangeremo oggi. E cosa mangeremo in seguito -non lo so proprio. Facciamo la fame. (25 marzo 1938)

Per me sono arrivati i giorni della fine. Ieri ho parlato con Andreev. Il colloquio è andato molto male. Non c’è speranza. Facciamo la fame, Marina si indebolisce e come se non bastasse io ho un dente che mi fa un male spaventoso.

Siamo perduti -Dio, aiutaci! (9 aprile 1938)

Due elementi ricorrono in queste note: il senso di impotenza e abbrutimento -che, sul piano letterario, corrisponde alla passività di fronte all’orrore di tanti personaggi charmsiani- e l’invocazione a Dio affinché lo aiuti o lo distrugga. Charms è credente, e vive la propria disperazione come peccato d’accidia. In alcuni racconti (Come mi fecero visita i messaggeri, La vecchia) è esplicita l’attesa di un miracolo o di un intervento divino; ma l’intervento divino non arriva. La fede coincide colla rassegnazione e il credente Charms somiglia al credente Ivo Andrić e alla sua disperazione in Dio. Ma, se Charms ha peccato d’accidia, di certo non gli sono mancate fortezza né temperanza: mai, in queste pagine, scrive da vittima, mai leva una protesta contro il sistema sovietico. Della sua condizione Charms non accusa che se stesso.
Ricapitolando, negli anni Trenta Charms esperiva l’invadenza degli altri -le umiliazioni della coabitazione- ma al contempo soffriva la mancanza di amicizie, di autentici rapporti umani. I rapporti che aveva col suo prossimo erano rapporti di potere, da cui immancabilmente era schiacciato (il colloquio fallito con Andreev). Scrive poesie e prose che quasi nessuno legge perché la dittatura non permette che circolino. Quest’uomo solo intitola la sua poesia Amica, e scrive di non sapere chi sia quest’amica: forse la Musa, forse la malinconia di essere soli di fronte a una fortuna di cui non può essere faber. Manda questa poesia ad un’amica lontana, di cui sembra infatuato.
Leggiamo Amica:

Sul tuo viso, amica,
due scarabei-arrotini
hanno tracciato centodue cerchi,
la cifra sette e la lettera K.

Su di te passano gli anni,
la fresca bocca si è fatta verde,
l’occhio è scoppiato per il maltempo,
nelle narici risuona il vento.

Cosa accada nella tua anima
non so. Ma di colpo
può aprirsi scricchiolando
il grosso baule dei tuoi pensieri.

E subito sarà chiaro
a tutti il tuo dolce sogno;
e il tuo spirito, come gas,
volerà via dal petto.

Cosa attendi? Perturbazioni di pianeti?
O il moto delle folle stellari?
O -la mano sulla colonna-
sospetti l’intrecciarsi dei destini?

O aspetti che il desiderio
scenda in volo a te dai cieli
e che il respiro del tuo petto
il pensiero muti in parola?

Non viviamo a pieno ritmo,
non contiamo i nostri giorni,
ma i minuti di anno in anno
sono sempre più evidenti.

D’ora in ora ira e avarizia
ci afferrano nel loro cupido cerchio,
e la stoltezza d’un tempo
di colpo abbassa lo sguardo.

E allora, accordata la lira,
e udito della lira il suono,
canteremo. E per il mondo
il nostro canto sarà come un sogno.

E i fiumi scorreranno più forte,
e dalle alte rive,
le palpebre sollevate,
per l’infinita serie dei secoli

mirerai con freddo occhio
ogni giorno la nostra gloria,
e sulla tua alta fronte
mai si poserà l’ombra.

Questa poesia può sembrare una filastrocca, una cosa buttata giù per passatempo; a chi la pensa così consiglio semplicemente di copiarla. Perché, sentendo nella propria mano ogni parola, se ne comprende la malinconia, anzi la tragicità onirica. La Musa-Amica è un essere in disfacimento, deturpato dal vandalismo del Tempo. Troppo banale dire ch’è un’immagine di morte. E’ una creatura inintelligibile, ma colma. Una creatura immobile, fissa mentre i minuti passano, che forse attende eventi miracolosi, forse attende semplicemente il momento di prendere la lira e cantare. La sua condizione ricorda la condizione reale del poeta. Ma anche dire ch’è una poesia autobiografica è troppo banale. C’è dell’altro. Non ho lo spazio per discutere gli scritti teorici di Charms, ma posso darne un’idea. Il più famoso dei racconti charmsiani, quello intitolato Quaderno azzurro n. 10, dove si parla di un uomo che in realtà non esiste e di cui quindi è meglio non parlare, porta nel manoscritto l’annotazione a penna rossa: contro Kant. E’ quindi genuinamente speculativo il nocciolo dell’arte di Charms, e il suo problema centrale è quello della conoscenza. Solo che in Charms la conoscenza si dà al contrario: di qui l’attacco al sistema conoscitivo fondamentale dell’età moderna. Per Charms il fenomeno non si può conoscere, il noumeno si è sganciato da ogni logica e segue una via tutta sua. L’unica cosa che resta da fare è registrare il mondo. Ma questa registrazione meccanica, eseguita da una mente che ha abolito ogni catena causale, ogni consequenzialità, e che guardando il mondo trova logicamente soltanto eventi assurdi, questa registrazione di fatti slegati e mostruosi -Casi, appunto- non è priva d’armonia. E’ a suon di logica che Charms mostra l’assurdo. L’assurdo di Charms funziona proprio perché tiene presente il suo contrario. Negli scritti teorici, egli usa -ad un alto livello di raffinatezza- gli strumenti della logica formale per arrivare ad abolirla, a rivendicare l’autonomia dell’arte dalla logica. Definisce la parola una sciabola, perché è la sola arma di conoscenza del reale. Ma il reale si dimostra inconoscibile. Dunque la Musa-Amica è in disfacimento perché non è riuscita nello scopo che Charms assegna all’arte, quello di conoscere il mondo. Fare arte, per Charms, significa armarsi della propria qualità e fare della propria qualità il metro con cui conoscere il mondo. Ma la qualità di Charms è quella di guardare il mondo con una mente liberata dalle sovrastrutture logiche. Questa mente può solo registrare eventi slegati, straordinari o minuscoli che siano. Per giunta, lo spettacolo che si presenta è quello di un microcosmo così squallido e assurdo da non meritare nemmeno di essere conosciuto -solo di essere deriso. Dunque anche l’arte è priva di senso, e la sciabola della parola è una misera arma se serve a conoscere un reale insignificante. Di qui l’attesa di un evento significativo -divino forse- e la constatazione però che di significativo non c’è proprio niente. Quello che rimane è l’armonia. L’armonia non abbandona mai Charms, nelle sue prose, nelle poesie, negli astrattissimi teoremi delle pagine critiche. Il 13 ottobre 1933, circa due settimane dopo aver inviato Amica a Klavdija Vasil’evna, Charms scrive: “Io sono il creatore del mondo, e questa per me è la cosa più importante. […] In tutto ciò che faccio metto la consapevolezza di essere il creatore del mondo. […] Non mi interessa che uno stivale riesca comodo, solido e bello. Mi interessa che in esso ci sia lo stesso ordine che c’è in tutto il mondo; che l’ordine del mondo non abbia a soffrire, non sia contaminato dal contatto con il cuoio e con i chiodi, che, malgrado la forma di stivale, esso conservi la propria forma, resti quello che era, resti puro. E’ quella stessa purezza che permea tutte le arti. Quando scrivo versi, mi sembra che la cosa più importante non sia l’idea, non il contenuto né la forma, né il concetto nebuloso di ‘qualità’, bensì qualcosa di ancor più nebuloso e incomprensibile per l’ingegno razionalistico, ma comprensibile per me e, spero, per Lei, cara Klavdija Vasil’evna, e cioè: la purezza dell’ordine. Questa purezza è la stessa nel sole, nell’erba, nell’uomo e nei versi. L’arte vera appartiene alla categoria della realtà prima, crea il mondo e ne è il primo riflesso. Essa è senz’altro reale. […] Non si tratta più semplicemente di parole e pensieri scritti sulla carta, si tratta di una cosa reale quanto la boccetta di cristallo dell’inchiostro che sta dinanzi a me sul tavolo. Sento di poter gettar via dalla carta questi versi, e di poterli gettare contro la finestra, e che il vetro si romperà. Ecco cosa possono fare le parole! Ma d’altra parte, come possono essere deboli e misere quelle stesse parole! Io non leggo mai i giornali. E’ un mondo inventato, non creato. Sono soltanto dei miseri, logori caratteri tipografici su cattiva carta ruvida”.
Inutile dire che l’amicizia con Klavdija Vasil’evna si romperà a breve, che Charms rimarrà ancora più solo e la sua Musa -la sua prosa e poesia- canterà solo il disfacimento. Il sogno liberatorio dei versi centrali di Amica rimarrà un sogno. La fine che fece Charms la sappiamo. Sparì. Una fine che gli si addiceva, dato il suo nichilismo? No. Innanzitutto perché l’uomo Charms non era nichilista, ma un credente disperato in Dio; e poi perché a nessuno si addice una fine così orrenda.
Proviamo ora a rileggere Amica. Quella che a prima vista sembra una fantasticheria bizzarra ci dischiude una metafora dell’intero percorso charmsiano, conoscitivo, esistenziale, creativo ed anche religioso. Una metafora così autobiograficamente bruciante e così artisticamente riuscita che sembra essersi imposta all’autore di slancio, dopo una lunga sedimentazione interiore: una metafora così dolorosa che lo stesso autore non ha voluto vederne -o ha finto di non vederne- il valore.

 

 

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4 commenti su “Ancora un intervento di Giorgio Galli su Charms: “Amica”

  1. Giorgio Galli
    06/03/2016

    Grazie ancora

    Liked by 2 people

  2. marco ercolani
    13/03/2016

    Bellissima e appassionata riflessione, Giorgio. Da leggere e rileggere attentamente.

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  3. Giorgio Galli
    01/06/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

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  4. anna
    02/06/2016

    è una fortuna per tutti, Giorgio, che tu condivida le tue conoscenze e le tue riflessioni… nonostante i minuti siano di anno in anno sempre più evidenti e l’occhio sia scoppiato per il maltempo.

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Questa voce è stata pubblicata il 06/03/2016 da in ospiti, poesia russa, saggi con tag , .
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