perìgeion

un atto di poesia

“Minimalia” di Adriana Gloria Marigo

 

 

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Tramonto a Luino (foto di A. G. Marigo).

 

C’è quell’aria, verso il tramonto, in cui cielo e terra danzano un enigma, una nostalgia, una gioia senza oggetto.

Mi delizia l’autunno, (quel) il fiammeggiare per spoliazione.

Mi vieni incontro, appare il limite.

Gli assedi preparano occulte vie d’uscita.

Eppure, davanti alla pagina bianca, accingendosi a scrivere, prende una angoscia, una inadeguatezza, che chiede compassione e ardire.

Mai aprire una recriminatoria con un uomo molto piaciuto e amato: lasciarlo andare come vela a sfinire sull’orizzonte.

Attorno a un libro riuniamo gli affini.

Hai lasciato alle pietre di Venezia particelle musicali: così l’aria risuona anche dove s’addensa per bruma.

 

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Avete appreso della scoperta di quel pianeta preziosissimo, diamante in tutto? Io sarei contemplativa: lo userei per aumentare le capacità introspettive meditando sulla luce che emana, sulla sua caduta entro lo spazio.

Trovo oggetti come fossero stralci di una testimonianza – antecedente a me – dell’anima; piccoli oggetti che nell’alfabeto della zona d’ombra mi indicano dove porre attenzione, come leggere ciò che è da leggere: in una grammatica e sintassi accuratissime.

Mi sfilo da questa liturgia. Non c’è responsorio.

Tra te e me un convolvolo di silenzio: autografo in calce al brevetto di volo.

Ci spartimmo stelle innumeri, eppure cade un’ora buia.

Al cuore non s’addice il tempo e i suoi ostacoli.

Quelle grafie in cielo spesso mi sono affabulazioni.

All’attesa, come davanti a un arcano.

 

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Biarritz

 

Apprendere la lettura dell’invisibile: esercizio quotidiano alla sbarra.

Tu sei in capo a Plutone, ma io conosco le vie dell’aria.

Magnanimo il Tempo che consente la fatica del valore.

Mai il mare s’acceca a tutta la luce che l’inonda.

Arriva l’autunno: lo vedo nell’erba del mattino, tra i pampini che rinserrano la luce dentro le vene del loro tardo verde.

La disciplina dell’ ala sulla cecità del vento.

La sinfonietta della luce tra le fronde in città.

I poeti, sempre oltre l’ordinaria fissità delle cose.

 

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Giuseppe Penone: da scorza a scorza.

 

Ciascuno con i propri talenti, per i propri talenti nel teatro del mondo, unico luogo in cui inscenare il sogno.

Nel limite insiste la soglia all’illimite.

Poesia è vita che non si addomestica.

Chi s’apre alla Bellezza sta tra i Beati, quelli di cui scrisse Maria Zambrano.

Ciò che prima è nel pensiero, poi è nella materia delle cose come conservazione dell’idea.

*
Mi vesto di sera,
del suo frusciare stellato.

*
Sto nella corolla del giorno,
orbita di sole.

Che noiosi, i sapienti: tutte quelle esternazioni, omaggio all’indecorosa vanità.

È terrore vano il pensiero di perdersi, se l‘intuizione di una luce pur distante ci raggiunge negli occhi, solleva verso l‘alto.

 

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Biennale di Venezia 2012 (foto di A. G. Marigo).

 

Le parole mi furono carezza e bisturi per il porto franco d’ora.

Tra tante contaminazioni preferisco la bella parola italiana, sentirne il suono immaginato e pronunciato. Pensare che posso scegliere tra dantisti e petrarchisti o un parlato semplice. Mi piace vedere le lettere combinare parole, ascoltare la voce che le sostiene in dignità e bellezza.

La verità ha costo elevato sotto ogni latitudine e tempo.

Giungono sogni come dei, visitazioni di regalità sovrana.

Si scrive in solitudine. Dal silenzio_verbo interiore. Contro il silenzio ottuso del mondo.

Certe idee si moltiplicano come petali sotto aria buona.

La zoppia del dio, la diversità, consentirono ad Efesto di forgiare le armi di Achille: creazione che magnifica la tensione dell’intelletto, magia che abbacina ogni umano conformismo. E la poesia, non è questo, in fondo?

Le piccole cose – schegge di cristallo – splendono care di più, per destino di riflettere l’appartenenza.

Domani la città è un fatto marginale. Vado all’onda.

Il mare ha bisogno della sponda. Essa non si dà, né si sottrae. Sta.

I libri hanno il potere implacabile di venirti a cercare. Inaspettatamente un libro abbandonato ti chiama, ha voce diversa da quella che hai ascoltato qualche anno prima. E tu la segui: vi trovi la tessera mancante al mosaico del mondo che vai facendo.

 

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Maria Helena Vieira da Silva: Biblioteca.

 

Lanciai piccole biglie colorate mentre sfilacciavi l’oro di un’ora irreversibile.

Capovolgere il consueto, tendere al guizzo barocco, alla voluta che contrasta la gravità.

La domus del sé è grandiosa quanto il castrum dell’ego.

La Bellezza si eleva, fluttua e ricade sulla barbarie di ogni tempo.

Nella profondità immaginativa il pensiero è estetico.

Di ogni cosa la densità si dissolve.

Quando infuria la densità della terra, mi solleva ardente (la) Poesia.

La parola è una frontiera.

 

_47_Max_Rothko[1]

 

C’è una libertà che fagocita il male e lo riconsegna moltiplicato.

Si smuove sempre un po’ di polvere nell’atto di sollevarsi.

Necessariamente parte della memoria la devo all’oblio.

Non conosco altro modo se non la schiavitù di essere.

Spesso l’ombra è più interessante della luce che la cela.

Sarà eleganza formale, espressione di una borghesia di certezze, sicurezze e potere, indubbiamente il contrario di ora in cui i confini sono così evanescenti che tutto è prossimo alla volgarità. Se non già volgare.

E sull’immediato trovare il segno che cambia la cosa, l’avvia al transito meta-morfico. Insomma, incontrare Mercurio.

Lume del cuore pensante, libera nos dalla ragione implosa.

Galantuomo è il tempo: quando completa la raccolta degli indizi nella provata certezza, millantatori, ruffiani, falsari, pagliacci del sentimento emergono in piena luce.

La letteratura tutta è il tentativo di elaborare, sanare la ferita d’amore narcisistica. Alle volte con il sacrificio della propria persona.

L’anima della natura segue la via magistrale, esattamente come la natura dell‘anima.

Non mi è concesso l’odio, ma il dolore: ciò che mi fa affine al nascere.

Disciplina medicale della poesia, giro di vento che scioglie il fiocco.

Parlare e sparlare, questo è il sistema.

Mercanti nel Tempio: l’aria è trapassata, ferita dal loro vociare, dall‘ urlarsi qualche novità all’ apparenza eccellente di breve destino, rotolando qualche nome altisonante che si presta allo spreco.

Le persone sono meridiane bellissime: disegnano ombre.

Da dove vengo mi porto l’usanza alla non servitù e il solo animale domestico della parola.

Questo inverno che non assolve al richiamo del gelo s’appella all’attrazione del verde.

La parola è zoccolo di stambecco sulla verticale del silenzio.

Se voglio comprendere la Poesia, devo leggere altro oltre la poesia: anche Tycho Brahe o il Mausoleo Brion di Carlo Scarpa.

Superata Monfalcone si è perduti. Sospesi. Ogni cosa si smemora. Il treno rallenta la corsa tutta in curva, segue l’abbraccio del Carso, scivola verso la città mentre dal mare sale luce opalescente, immota e il presagio di giungere dove qualcosa è all’attesa nella lontananza.

Ho conosciuto alcune persone che, per darsi qualche credibilità – a se stesse, agli altri – consegnano parole d’accredito presto smentite da un fatto all’apparenza banale, ma decisivo. Ecco, ciò che sembra accadere per una svista, un’emozione non governata, è invece il chiaro dell’ombra.

Attenta alla cifra analogica, incontro il tutto.

 

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Analogia.

 

La menzogna resta menzogna, nonostante i suoi raffinati orpelli.

Siamo sempre nel luogo del simbolo, noi stessi simbolo.

Le cose iperuraniche ci vengono incontro con parola di poesia.

Troppi deliri in corso, troppe sembianze di vero a stringere coscienze informi, annodare nascenti accenti. In qualche punto vitale accade il tempo dell’intuizione primigenia, la riconquista del fuoco.

Disfiamo le valigie e già nominiamo il viaggio: la memoria affila le sue lame di Toledo.

 

_81_Toledo[1]

 

Giove e Mercurio insieme alleati insistono sul fluire del mio essermi, impegnano il mio tempo e il suo documento.

C’è chi vive il presente in una continua retrospettiva, chi in una progettualita` di futuro: ciascuno con il proprio specchio deformante, funzionale.

Davanti al mare tacemmo: c’era l’assolo del suo spirito.

Sul drappo della notte il mattino batte zecca d’oro.

L’intermittenza, il frammentario, la linea d’ombra pongono il quesito, invitano alla conoscenza, reclamano la risposta, poiché dove è il varco insiste la presenza.

L’affondo della parola, la conversione del silenzio.

Non importa come ci chiamano. Importa come noi scegliamo e chiamiamo a noi il mondo.

Ciò che ci sovrasta, imprigiona e libera: il Tempo.

 

_89_Musée_d'Orsay[1]

Musée d’Orsay

 

La Poesia, il nume che ci ha guardato, segnato con il sigillo della Fenice: destino di morire e rinascere. Questo il dolore e il potere che ci intesse della malia di un dire transeunte.

Gli empi non possono sostenere la luce dello sguardo del pugnalato, subire la lettura che egli potrebbe fare di ciò che di turpe sta nel loro profondo oscuro. Si rivolgono alle spalle, ritenendo che ciò che sta “dietro” non emani la stessa luce degli occhi. In questo consiste il sacrilegio della persona: assommare la dimenticanza che tutto della/nella persona promana luce sacra alla codardia e all’ignavia, dal momento che della loro colpa vogliono fare discolpa.

Mi stanno intorno tre dee: due erranti, una stanziale (Cvetaeva, Achmatova, Dickinson).
E alcuni dei circonfusi di luce.

I secoli sono una lunghissima teoria di buoni propositi. Ogni epoca ne riporta in vista una marea. L’umanità, per quanto ne so, ha compreso ben poco delle esperienze: il male continua a fare la sua parte di aguzzino, il bene la sua parte di purificatore. Non esiste l’angelo sterminatore; ogni discorso sulle cose buone è dei visionari e la loro voce s’alza generosamente libera: che la si ascolti altrettanto liberi, questo l’invito. Ma forse, questa natura che non chiede alcun compenso, se non di essere intesa, è forse limite, impedimento, ritardo all’accadere del bene, al suo affermarsi decisivo sopra la stirpe del male?

Tu mi fosti felicemente improprio. Come nome lento o acquisito.

Avevamo somiglianze per bisogno di libertà e sentimento. Ma i modi dichiaravano le distanze.

Fuori dalla mia opinabile perfezione vive l’inquieta mia perfettibile scaglia d’oro.

Quando le cose sono in ombra, nella luce di mezzo, si acuiscono i sensi: l’oscurità si promette nella misura calante della luce e in quella soglia emerge l’intuizione, il baluginare di qualcosa d’antico che chiede di salire alla vestizione nuova, commossa e sempre creaturale, poiché ciò che è stato ancora sarà, ma ogni volta in altro stupore.

Ancora non v’è sufficiente crepuscolo affinché la nottola di Minerva inizi a volare.

Ai quadrivi di Mercurio v’erano improvvise migrazioni di vento, clamore di stelle e il preludio del Grande Carro.

Rendere reale l’immaginazione: lo scopo principale di ogni arte e di ogni artista.

Ogni raccolta di poesia che si scrive è sia atto d’amore, sia atto di conoscenza nei confronti del mondo. In definitiva verso se stessi, essendo inscindibilmente dentro il mondo.

Poeti, archiatri di medicamenta. Se calligrafica compiono l’opera.

Il tempo futuro è già compromesso nel tempo presente.

Che fanno, i poeti, se non accendere visioni…

 

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Il valore è il discrimine tra mediocrità e grandezza.

Quando pronuncio o scrivo “studio”, indico una forma appassionata di dedizione a qualcosa che incontra la mia attenzione.

I poeti, sempre oltre l’ordinaria fissità delle cose.

È la verità, il racconto della menzogna.

Verderame
verdemare
mare verde
rame verde
per le rame
m’involai
al celeste

Gli oggetti hanno una vita e dal loro silenzio mistico emergono nelle forme che s’affacciano al nostro sentimento.

 

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Igor Mitoraj

 

Dall’àncora petrosa del tempo s’alza la stondata parola.

Per l’eterodossa visione, per il frangente azzurro del mare, accenderemo il tripode di Platea.

Meglio questo darsi al sangue proprio, che al pascolo del recinto.

Allitterazioni tra vero e reale.

E’ bene che di Holan si riparli: la sua poesia è grandiosa per le ardue metafore che ci obbligano a entrare dentro la visione. E sono vibranti: poesia che usa il logos quanto la filosofia e non ci consegna razionalità, ma la percezione di un sentimento mosso da moltissima presenza. Assurdo definirlo “intellettuale” e lo prendo tanto a cuore questo poeta, poiché è facile per critici supponenti licenziarlo con una definizione veloce quanto superficiale, stantia e sclerotica.

 

*****

 

ADRIANA GLORIA MARIGO ha pubblicato: Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, La Vita felice, 2012; Senza il mio nome, Campanotto, 2015; ha generosamente offerto a Perìgeion alcuni dei suoi Minimalia, ancora inediti in volume, insieme con un’immagine associata ad ogni pensiero – per motivi di spazio e di leggibilità dell’intero articolo sono stato costretto a sceglierne soltanto alcune, ma confido in un’imminente edizione cartacea capace di offrire la completezza di un lavoro che spesso trae spunto da un’immagine o che ad un’immagine rimanda. A. D.

 

 

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7 commenti su ““Minimalia” di Adriana Gloria Marigo

  1. Ringrazio in modo speciale Antonio Devicienti che ha curato la successione dei miei testi e delle fotografie, i collaboratori di Perìgeion che ospita questi miei liberi pensieri e ogni lettore che si soffermerà in lettura.

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  2. Giulia Santoro
    15/03/2016

    Intenso e fragile…!

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  3. Carla Bariffi
    16/03/2016

    Splendide rappresentazioni d’arte …cimentarsi in queste sentenze è impresa difficile e pericolosa perchè scoprire nuove definizioni è sempre arduo.

    questa minimalia in particolare mi ammalia:

    *Hai lasciato alle pietre di Venezia particelle musicali: così l’aria risuona anche dove s’addensa per bruma.*

    rende la dolcezza di un’atmosfera…
    Ciao Gloria, un saluto caro 🙂

    Liked by 2 people

  4. christiantito
    17/03/2016

    Siamo noi che ti ringraziamo, Gloria, per queste tue preziose e spesso illuminanti intuizioni che ci hai donato in anteprima. Christian

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 15/03/2016 da in ospiti, scritture con tag , , .
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