perìgeion

un atto di poesia

Martina Campi – La saggezza dei corpi –

 

A  cura di Christian Tito

 

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Martina Campi, La saggezza dei corpi, Arcolaio, Forlì 2016.
Disegno di copertina di Francesco Balsamo.

Sono stato felice, molto felice, di fare la postfazione a questo libro. Non solo perché credo fermamente nel talento cristallino di Martina Campi, non solo perché in pochissimo tempo mi sono affezionato alla sua scrittura, al suo mondo e dunque a lei, ma anche perché mi sono particolarmente cari tutti i temi toccati.
Come ogni raccolta di vera poesia dovrebbe fare, ci troviamo di fronte a uno di quei casi in cui si è compiuto un lavoro che potrebbe essere molto utile a chiunque nutra curiosità e interesse per l’essere umano e il suo mistero.
D’accordo con l’Autrice e l’Editore, pubblico l’intera postfazione intervallata da estratti di  alcuni dei sette giorni che compongono il poemetto. Il consiglio sincero, se amate tanto la poesia, è di leggere l’intera opera ottimamente prefatta da Sonia Caporossi. Sarebbe una di quelle volte in cui non se ne può che uscire arricchiti.




 

Quando penso ai poeti che ho amato e che amo penso alla loro voce. Quando penso alla loro voce non mi riferisco al suono emesso nell’aria nell’atto del parlare, ma a quel faticoso processo di estrazione della forma unica, irripetibile e dunque riconoscibile della propria singolarità. Con Martina Campi questa prospettiva ha subito nella mia percezione un’integrazione. E’ stato ascoltando la sua voce (e mi riferisco questa volta esattamente alle onde sonore emesse nell’aria dalle vibrazioni delle sue corde vocali) che ho subito una forte fascinazione e un immediato aumento della curiosità verso la sua opera. E’ in quell’aria smossa che ho sentito il suo timbro unico, inconfondibile e, dal mio punto di vista, o meglio, di “ascolto”, profondamente toccante. Sono arrivato alla conclusione (se a una conclusione poi si arriva) che questa poetessa si possa avvertire in tutta la sua essenza non disgiungendo l’oralità dalla scrittura e dunque consiglio vivamente a chi l’apprezza di cercare anche in rete i numerosi frammenti dove è possibile godere di questo completamento.

Giorno #1

il cuore è la prima cosa da liberare (1)  –

 

I

è un fiume oggi la ferrovia
dal quale straripano i binari e oltre
gli argini folli i fogli, i sedili
galleggiano e si allontanano, lasciati (andare,

via) c’è una mano tra i palazzi e un muso
tra i raggi del sole che sbatte e sbatte ancora
da dove vieni? dov’è trascorsa la notte?
E percorre i contorni, li stringe, li logora, li rovescia

arrivano le mattine così, sugli angoli
spezzati e gli orologi, baldacchini per le mani
che scivolano sul volante, che la bocca, è
a metà

la bocca, colonna d’auto è spina
dorsale ricurva a strapiombo
sulle vertigini cerulee dei palazzi,
sulle geometrie che spiazzano

diritte quei contorni che sono lampioni e
liceali in circolo ai cancelli e salvagenti
dissestati, urlanti, alberi sguarniti, alberi alti
alti, alberi persi, in altezza

con le foglie a sfoltire che
cadono giù, in anticipo cadono, disordinata
-mente, sopra di noi
intenti

addossano ogni domanda ripetuta, di mia voce che
chiede, chiede e la tua bocca a metà, a ripetizione
la meta, non c’è, acqua? non c’è acqua? Ecco perché questa è
una mattina che si fissa al semaforo

 

 

Giorno #3
il cuore è un canale privo di ostruzioni, dove tutto passa (2) –

 

III

questo grigio qua
scalcia via tutti
gli scalcinati dicono: sono
in tanti a fare i gruppi, sono in tanti
la malatesta girando si confonde
e si annaffia
alla fine, che camminando ci si bagna
destinati a morire per forza e non
hanno neanche i figli

quei somari dei figli
non hanno neanche finito di pagare
l’estate non fa per noi

 

Non credo sia un caso che questo piccolo poema si chiami “La saggezza dei corpi”. L’autrice in molti passaggi sembra realmente dare voce ai propri arti, ai propri organi. Per intensità e ispirazione alcuni versi sembrano giungere direttamente dalla carne. Martina Campi, pur avendo (anche) una forte componente mistica, onirica e impressionista, ha un timbro che è al contempo materico, concreto, come di una energia conficcata sotto pelle e liberata in forma di parole.
La scena del poemetto è quella di un corpo che narra ciò che gli accade essendo relegato per sette giorni in uno spazio insieme ad altri corpi sconosciuti. Questi altri corpi sono altre persone. Martina (potrebbe sembrare una banalità, ma , mai come in questi tempi, è invece discrimine decisivo) è persona che sente e tratta i suoi prossimi come persone. Lo spazio in cui le cose accadono, descritto a scansione giornaliera lungo l’arco di una settimana, è quello dell’ospedale. È lo stesso luogo che fu per molti letterati occasione evolutiva del proprio essere e conseguentemente della propria arte. La malattia, l’interruzione della “sana” routine, a volte, è foriera di svolte nel proprio modo di stare al mondo. In tali condizioni il tempo e lo spazio possono subire un’alterazione “tutto concorre a sfasare la sensazione / mancata del tempo, per un nuovo ordine dei minuti / bianchi e bianchi, minuti che sono bianchi”.

Giorno #4
abbiamo tanto bisogno di tutto ciò che piangiamo (3)

I

nell’acqua svelta della mattina a spruzzi
si contiene la voce che manca e i pianoforti
piccolini, piano aggiunti
nei passi ossuti

verso la porta nel tempo
di arrivare
e svanire, di nuovo, raggiunti
nel bianco

quando ci siamo rivisti
c’era molto caldo
e avevamo la raccolta
delle lacrime agli occhi

ci siamo seduti come attorno
a un tavolino da giardino
senza che ci fosse alcunché,
da appoggiare o stendere

e ci siamo detti del tempo
e delle zanzare e tutti gli altri insetti
volando mentre i vecchi guardavano
il telegiornale, poco più in là

nel tempo che occorreva
per saperci (di) tutto
coi minuti sfoltiti come siepi
precipitose, al collo

ritagliati nello spazio
che si sporge oltre i davanzali
che di là ci sono i muri (le ringhiere)
ci sono le voci perdute, ci sono i sonno-incoscienti

 

 

III

la Gina cercava il sole
e controllava
come un capitano consumato
i movimenti del vento

ma chi era di passaggio
stava in silenzio e la guardava
con sospetto
chiedeva di sottecchi
conferma ai muri

allora parlavamo tra noi una lingua di sciagurati
come polvere sulla polvere (4)
per far dorare gli avanzi del pomeriggio

 

Ma la modifica, quella più evidente e vertiginosa, accade a chi quello spazio e quel tempo lo vive da dentro con tutta la sua non comune sensibilità, in piena sinestesia. È così che la Gina e Maria, i corpi a lei prossimi, possono diventare compagne di stanza, fonte d’ispirazione e, riconosciute in quanto persone, anche di conforto, di divisione della pena del non sapere chiaramente il perché di un soggiorno tra aghi nelle braccia e macchine che indagano il corpo e nel corpo; diventano complici di una lingua sciagurata con cui demolire insieme l’angoscia di quei corridoi sotterranei dove si giunge innanzi a uomini che tentano di capire dove risieda e in cosa consista il problema ( si pensi a questa anche come metafora interna di una mente lucida e fine che prova a indagare nelle proprie zone sotterranee e ombrose) . È in questo accadere che, mentre si sfaldano i contorni e la memoria delle abitudini di fuori, il fuori si fa progressivamente terra straniera “e così la notte sa di buio e neon, / rivela nei corridoi le voci più lontane / che somigliano a un silenzio addormentato / come le cose, o le case, cui sappiamo
/ essere appartenuti (e tutte le foglie insieme) / ma il quando invece, non lo sappiamo più” e forestieri diventano coloro con cui , pure, fino a poco prima si era divisa la vita “ fuori è una terra straniera / fuori è tutta un’altra storia
/ e anche loro che arrivano, / con l’amore nelle borse, / e le migliori intenzioni”.
Gina e Maria, in questa zona nuova e sospesa, diventano legami nuovi e noti
“ quando parliamo / (o le sento sussurrare), / so che siamo ancora vive
/ che non ci siamo mosse da qui / so che quello che sta per arrivare è solo un altro giorno / è solo un altro giorno / è solo un altro dono” legami con cui , nella comune fragilità avvertita da chi si sente prossimo alla caducità dei corpi e delle cose, è possibile traghettarsi alla viva percezione del dono che è insito in ogni giorno e in ogni respiro.

Giorno #5

– finché non avremo perdonato i nostri genitori, non avremo perdonato noi stessi (5) –

 

 

II

amici miei, dove siete?
(abbracciatemi)
qui è tutto bianco, e la notte non si rimargina
anzi si sbobina il buio che sta in basso e viene, su

il computer lo chiamavamo
bollettino dei morti
chi è morto oggi?
chiedeva la Gina

io e Maria ridevamo e rideva anche lei
scampate al sospetto
della bruta follia
scampate di brutto alle glaciazioni

e forse non lo sapete, che Maria ha un dolore
sommesso, piegato, sotto il cuscino
ogni mattina si alza presto
per cambiarsi da sola le lenzuola

poi quando arriva il mezzo giorno
saluta con garbo gli avventori
e, sbucciando una mela,
si distende sul letto, al contrario

è che all’improvviso, mi mancano tutti
poi, dalle serrature gentili
sopraggiunge una voce sottile:
è normale avere paura

 

Giorno #6
Col cuore puro viviamo in pieno paradiso (6) –

 

 III

e so che dovrete andare
e so che dovrò andare anch’io
per diverse stanze, corridoi
che non s’incontrano più

abitudini che attraversano il caldo
agguantano i bianchi del giorno irreversibili
le ore
scorrono
non curanti

dalle terrazze
dalle sale d’attesa
dalle stanze con la televisione

 

Martina sente tutto e in questi sette giorni, nonostante gli occhi smarriti, la confusa-mente, lo scampare d’un soffio alla bruta follia, forse sente ancora di più e ci rende partecipi, quasi inondandoci, di tutto quel sentire. E’ proprio in questa condizione che , a volte, con la raccolta di lacrime agli angoli degli occhi , attraverso la distanza, si può riflettere meglio anche sui più importanti e decisivi legami di fuori e a quelli chiedere e dare perdono per le reciproche incomprensioni.
L’ultimo giorno, quello in cui l’autrice “ pensando / alle persone / belle aspettando / sul letto, vestita”, ci restituisce una donna diversa da quella entrata sette giorni prima, che si sente“ come se il cuore/ non fosse più il mio”. Martina Campi, stupefatta delle sue paure letteralmente e graficamente cancellate è una donna rinnovata in soli sette giorni che, in una pagina di altissima poesia , non sa a cosa va incontro, ma desidera ardentemente andarci fino a quando “…tutto ritorna com’è / e tutto intorno s’aggira fino ai prossimi giorni, ignoti”.
C’è il ritorno e c’è l’ignoto. C’è la vita insomma. Grazie Martina.

 

 

1,2,3,5,6: A. Jodorowsky, I vangeli per guarire, Oscar Mondadori.

4: P.Conte, Elisir, dall’album: Una faccia in prestito, 1995.

 

 

 

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4 commenti su “Martina Campi – La saggezza dei corpi –

  1. francescotomada
    21/03/2016

    Belle note, e un gran bel libro. Davvero, un lavoro che spicca e merita la lettura.

    Francesco

    Mi piace

  2. Pingback: Recensioni , commenti, interviste | Martina Campi

  3. Pingback: Riviste e Webzines | Martina Campi

  4. Giorgio Galli
    30/12/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 21/03/2016 da in Senza categoria.
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