perìgeion

un atto di poesia

Storie di Damiano Sinfonico

STORIE

 

di Amara

 

 

Una delle cose che mi ha più colpito, leggendo Storie,  l’opera prima di Damiano Sinfonico edita da L’Arcolaio, è che sono storie senza età, non  generazionali  ed è per questo che, anche  se  l’autore è giovane e io non lo sono più, ho potuto sentirle e farne parte.

Il tono del suo verso  è spesso descrittivo eppure, forse per la brevità dei componimenti, non suggerisce noia né eccessiva personalizzazione, ma riesce ad essere perfettamente propedeutico al punto focale, al senso, quello che ognuno sente di dare. Anche il ritmo, pur non avendo una particolare musicalità, scorre fluido e piacevole.

Sono testi pacati che, pure in densità, sanno farsi ascoltare sottotono e avendo avuto il piacere di incontrare l’autore, sembrano non essere figli di alcuna forzatura, davvero simili alla voce di chi li ha scritti.

Per una nota più precisa sulla poetica cito il prefatore Massimo Gezzi che sa dirne meglio di me:

“Sono tutti versi-frase, o quasi, quelli che Damiano Sinfonico ha pazientemente cesellato per arrivare all’ importante risultato costituito da questo suo libro d’esordio. Il verso-frase non ha una storia fortunata, nella tradizione italiana: vi ricorre molto Fortini (ereditandolo anche da Brecht), a cui è impossibile non pensare; lo usano Giudici e qualche altro. Soprattutto, non lo usano frequentemente i coetanei di Sinfonico (classe 1987), di solito più orientati o a un flusso poetico sintatticamente elaborato, oppure a forme ibride, spurie, in cui poesia e prosa si confondono e si sovrappongono.”

Tornando alle mie impressioni, alcuni suoi testi mi hanno catturato più di altri, o per l’immagine particolarmente riuscita e visibile, o per richiami a situazioni vissute in cui potersi riconoscere, o per un senso che si nasconde ampio in quella che sembra essere una semplice affermazione e sono quelli che qui propongo, facendone invito alla lettura.

 

***

 

Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla.
Mi hai investito di parole che qualcuno era morto.
Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente.
Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
Mi hai colto tra miniature medievali.
Invischiato in faccende che non mi riguardavano

*

 

L’ultima colazione, in place des Vosges.
Sotto la casa di Hugo.
Ci siamo seduti sotto il portico.
Un tavolino per due.
Ci hanno servito un panino, marmellata, burro e caffè.
Abbiamo ripetuto i gesti quotidiani.
Ci siamo raccontati cose senza importanza.
Abbiamo finto che tutto sarebbe rimasto uguale.
Io non dovevo prendere l’aereo il giorno dopo.
Salutarci sì, ma non per molto.
È stato un abbraccio fugace.
Poi ci siamo allontanati.
Io scendevo nelle scale della metro.
Tu camminavi in direzione opposta.
Ho preso il tunnel della mia linea.
Ho superato il tornello.
Ho fatto altre scale.
Mi sono fermato sulla banchina.
È arrivata una metro.
Ho esitato un attimo, poi mi sono voltato indietro.

*

 

Il ponte, oggi è riservato al traffico automobilistico.
Il limite è sessanta chilometri orari.
Chi viaggia lì, vede la città abbracciarlo da ogni lato.
Chi viaggia sotto, vede un filo lungo oscurarlo.
Una volta ci ho camminato sopra, con altra gente.
Manifestavamo contro i tagli all’università.
Era l’onda, si srotolava contro i tetti accesi nel sole.
Sembrava crescere, crescere sempre.
Poi ha smesso, è scesa sottoterra, forse ancora scava in profondità.
Non so dire la fine degli altri, ci si è persi di vista.
Immagino che a camminare lì fossimo tanti.
Che forse ancora qualcuno si ricorda di quella camminata.
Che il bello era camminare sopra il ponte.
Passano le macchine, anch’io di tanto in tanto.
Ma l’aria che si respirava sopra, nessuno se la immagina.

 

*

 

Si è scherzato un’ora intera.
Le risa si propagavano nel corridoio.
Una corrente magnetica.
Altre risa rispondevano dalle stanze intorno.
Si moltiplicavano lungo il reparto.
Poi è entrato l’infermiere, arcigno.
Ci ha rimproverati.
Come potevamo disturbare una tale quiete?
L’orario di visita stava scadendo.
Eravamo agli ultimi minuti.
Abbiamo riso ancora.
Qualcuno stava morendo.

*

 

“Ho abbandonato il sogno di fare un film.
Perché mi tremano le gambe.
La voce mi manca.
Qui finisce la mia avventura.
Ho dovuto lasciare.”

 

***

 

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Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza (J. L. Borges)

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Questa voce è stata pubblicata il 08/04/2016 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , .
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