perìgeion

un atto di poesia

MADRE ACQUA. Frammenti di vita di Sergio Atzeni.

 

Con grande gioia torniamo a parlare del cinema di Daniele Atzeni che abbiamo già incontrato attraverso un piccolo grande gioiello: il pluripremiato “I morti di Alos”( I Morti di Alos ).  Lo facciamo con un’opera dedicata alla figura di un grande scrittore come Sergio Atzeni analizzata da un altro scrittore e poeta che continua a fornirci, oltre alla sua stima e al suo affetto,  contributi sempre preziosi. Ringraziamo pertanto Marco e Daniele per il loro appassionato lavoro e per la bella sensazione che scaturisce dal mettere in relazione persone di talento, umanità e spessore, cosa che ci appaga particolarmente.

 

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A cura di Marco Ercolani

 

Daniele Atzeni, con Madre acqua. Frammenti di vita di Sergio Atzeni, realizza un intenso docufilm sull’opera e la vita dello scrittore sardo Sergio Atzeni, dove si alternano interviste ai familiari dello scrittore, foto di repertorio in bianco e nero degli anni Settanta, e la voce dell’attore Fausto Siddi, che intona frammenti drammatici e lirici tratti dal libro Il quinto passo è l’addio: la voce risuona dal ponte di una nave come quella del protagonista del libro, Ruggero Gunale, colta in un viaggio di sola andata dalla Sardegna al continente.

È nel momento in cui una vita termina che di quella vita possiamo realmente parlare, perché solo allora ne conosciamo l’inizio e la fine. Nel 1995 lo scrittore, all’età di quarantadue anni, è travolto da un’onda anomala sulle coste sarde e muore: forse si era spinto troppo oltre, verso uno scoglio pericoloso. E il pericolo, il rischio, non erano certo estranei a Sergio Atzeni.

Giornalista militante, scrittore non classificabile in gruppi o correnti, Atzeni aveva già al suo attivo tre libri, due pubblicati da Sellerio (Apologo del giudice bandito e Il figlio di Bakunin), e il terzo da Mondadori (Il quinto passo è l’addio). La sua carriera era in ascesa, benché non fosse ancora un autore celebre. Dai ricordi e dai commenti di familiari, amici, scrittori, emerge il ritratto di un uomo mai conformista, ostinato e solitario, in dialogo conflittuale con se stesso. Di giorno è correttore di bozze, impiegato all’Enel, scrupoloso traduttore (traduce dal creolo Texaco di Patrick Chamoiseau); e di notte scrive, “con una lentezza che ha qualcosa di spaventoso”, come riferisce lui stesso. Paragona la sua ars scribendi all’artigianato di un falegname, di un ciabattino. Possiede una grande capacità di comporre e scomporre storie, non è uno scrittore improvvisato o un narratore impulsivo. “Credo che le vite di tutti gli uomini meritino di essere in qualche modo ricordate, trasmesse.” – scrive – “Questo è il compito che si devono assumere gli scrittori piccoli: gli scrittori grandi creano le grandi metafore, i capolavori; gli scrittori piccoli hanno il compito, molto più modesto di raccontare, così come sono capaci, le persone che hanno conosciuto”.

Modesto e spavaldo, sorridente ma sempre consapevole della sua cifra autoriale, Atzeni si ritaglia una strada eretica nel panorama letterario italiano. Il suo stile narrativo è irto, spigoloso, corale, con frammentarie accensioni lirico-sapienziali, originale nelle prospettive narrative, consapevole della dissociazione  novecentesca dell’io narrante. La letteratura è sempre “il paese della lingua”, ma nello scrittore non viene mai meno il rispetto della propria identità originaria. La sua “sardità” non è certo un simbolo di restaurazione ma un richiamo evocativo e ancestrale, una radice mitica indagata con attento e raffinato lirismo. Scrive Atzeni: “…si balla in Sardegna come pezzi di marmo; si muove solo il piede, appena appena, e ci si tiene per le braccia, rigidi, fermi. Abbiamo qualcosa del Sudamerica, balliamo anche, noi ma con maggiore tristezza, una maggiore rigidità”. Il “ballo triste” della scrittura è evidente nel ritmo delle sue frasi, frammentario e lieve, ma incisivo e potente. Ma ciò che emerge dal poetico e scrupoloso docufilm di Daniele Atzeni (omonimo ma non parente di Sergio e già regista dello splendido I morti di Alos), è il ritratto di uno scrittore fiero, solitario, litigioso, onesto, ostinato, insoddisfatto, la vita sempre tesa al prossimo libro. Isolato nella sua casa di Quartucciu Sergio scriveva tutte le notti, accompagnato da una musica assordante, rispettato dai suoi vicini che vedevano in lui, comunque, lo “scrittore”.

Sarebbe facile rimpiangere, oggi, tutti i libri che Atzeni non ha scritto, a causa della tragica fine, ma forse la sua opera è proprio l’opera ribelle, lirica, aspra, inclemente, che ci ha lasciato in eredità. Questo docufilm, sospeso tra testimonianza e commozione, rigoroso ed essenziale, mantiene viva, per le generazioni a venire, la leggenda dello scrittore: una leggenda che evoca il suo stile e la sua voce, ma anche, attraverso le immagini, il suo incantato, disincantato, infantile sorriso, svelato per magia del montaggio da alcune foto degli anni Settanta e Novanta (“il bambino udì voci, si fermò, smise di ricordare, allungo le orecchie”).

In Passavamo sulla terra leggeri, il suo libro forse più personale, microstorie, frammenti, tradizioni popolari classiche e preclassiche, leggende nuragiche, costruiscono una sinfonia rapsodica dove forme e ritmi narrativi si intrecciano e snodano, sempre fedeli alla storia e al mito dell’isola di Sardegna. “Eravamo gente alta e stando nell’isola siamo diventati piccoli perché tutto trapiantato nelle isole di questo mare diventa più piccolo, più scuro, più gustoso? […] Nella montagna trovammo caverne, nelle caverne la pietra nera e cominciammo a levigare armi da taglio per noi e per i rari naviganti che accostavano e pagavano con tessuti morbidi e colorati di porpora…”. Libro-testamento, il suo. Atzeni scrive all’amico Sergio Dettori: “Il trenta agosto metto il punto finale: spedisco e parto. Poi si vedrà”. Il 6 settembre dello stesso anno, il 1995, morrà nel mare dell’Isola di San Pietro. Non vivrà quel futuro di emarginazione e di alterità temuta dal suo alter ego Ruggero Gunale: “Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra gli uomini”. A quella comunità non isolana, di “non libera libertà”, il destino lo ha sottratto per sempre. Madre acqua (titolo di questo docufilm e titolo originale pensato dall’autore per Il quinto passo è l’addio) si rivela la simbolica, tragica epigrafe della sua sorte terrena: quel quinto passo dispari che si inoltra fuori dal coro e sigla l’addio.

Marco Ercolani

Trailer MADRE ACQUA

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4 commenti su “MADRE ACQUA. Frammenti di vita di Sergio Atzeni.

  1. maurizio manzo
    14/04/2016

    L’ha ribloggato su ilcollomozzoe ha commentato:
    Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura.

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  2. Antonio Devicienti
    14/04/2016

    Splendido!

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  3. ninoiacovella
    16/04/2016

    “Il quinto passo è l’addio” mi fu regalato quindici anni fa da una collega di lavoro sarda quando lavoravamo entrambi in una nota multinazionale americana. Una prosa lirica che mi colpì profondamente. Il destino ha voluto che mia moglie fosse sarda e che a Cagliari tornassi ogni estate. Dopo questo splendido articolo di Marco, penso che, quest’anno, andrò in pellegrinaggio a raccogliere dal vivo le tracce del passaggio in vita di Sergio Atzeni.
    Grazie di cuore.
    Nino

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  4. marco ercolani
    16/04/2016

    Ringrazio Perigeion (e soprattutto Christian Tito) di avermi fatto conoscere il docufilm di Daniele e di avermi avvicinato all’opera di Sergio, che già conoscevo (ma solo di sfuggita). E’ stata un’occasione per avvicinarmi a quei destini estremi e solitari che da sempre mi accompagnano.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/04/2016 da in Senza categoria.
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