perìgeion

un atto di poesia

Ivan Ferrari – Un racconto e tre poesie

 

 

ivan fotodi Amara

 

MAL DI TESTA

 

Lin Tai guardava Manuel come se non riuscisse bene a metterlo a fuoco. Ogni volta che le tazze si urtavano, il rumore gli dava una stilettata alla nuca.
“Sei pallido stamattina. Ti senti bene?” urlò il barista gettando le stoviglie sporche nel lavandino.
Lin Tai si piegò sul bancone. Era come se una mano di metallo lo tenesse per la collottola e non lo mollasse più, con l’intenzione deliberata di fargli più male possibile.
“Ho un po’ di mal di testa” sussurrò “Non è che mi fai un caffè?”
Non aveva alcuna voglia di un caffè, anzi, al pensiero gli veniva da vomitare ma sperava che almeno così Manuel smettesse di far rumore per qualche minuto.
“Seguro que sí! Ma tu non me la conti giusta.” Manuel si avvicinò con il viso a quello giallognolo di Lin Tai.
“Dimmi un po’, non è che lo hai fatto di nuovo?”
“Dai Manuel, ho solo un po’ di mal di testa…”
“Tu lo stai facendo di nuovo”
“Manuel, lo sai che ho bisogno di soldi.”
“¡Eres un jodido idiota!”
“ Poche volte ancora, te lo giuro”
“Per quello che ti pagheranno, poi! E tu ci lasci la pelle!”
“Eh, la pelle! Non esagerare. Stanotte mi rifaccio e domani sarà come se niente fosse stato!”
“Mmm” ringhiò Manuel con aria dubbiosa mentre gli serviva un tazzone di caffè fumante.
Lin Tai cominciò a sorbire il caffè a piccoli sorsi con lo sguardo assente.
“Ora non riusciresti a dormire nemmeno volendo, vero?” gli disse Manuel quasi con dolcezza.
Lin Tai fece cenno di no con il capo.
“E’ che ti prendono quelle sostanze, non so cosa siano, neurotrasmettitori, ormoni, non so bene e l’organismo poi deve riformarle” precisò dopo qualche secondo di silenzio.
“Che cazzo se ne faranno poi, mica l’ho capito”.
“Le vendono no? E’ ovvio. A quelli che non riescono a dormire. Vendono sonno, capito? Il business del secolo.”
“Ma non erano sufficienti i sonniferi, scusa? Bisognava fare tutto ‘sto casino?”
“Ma non è mica la stessa cosa! Questo non è sonno indotto, questo è roba vera. Mica per niente ce ne sono tanti tipi, di tante qualità. E di tanti prezzi, ovviamente. Il migliore è quello dei bambini, va anche cinquecento pezzi all’ora, ma è difficilissimo da ottenere.”
“Perché?”
“Perché non è facile farli star svegli quando hanno sonno. Magari stai lì a far di tutto per non farli addormentare e quelli si addormentano lo stesso in mezzo al casino più pazzesco e tutto è da buttare.”
“E il tuo com’è?”
“Buono. Non ho mai avuto problemi di sonno. Ho sempre toccato il cuscino e via, per dieci ore filate. Sarebbe anche una roba da cento, centocinquanta pezzi all’ora, se non fosse per i sogni.”
“I sogni? Che c’entrano i tuoi sogni?”
“E’ tutto lì, caro. La qualità è tutta lì. Un sonno è profondo, ristoratore, quando è sereno e la qualità dei buoni sogni è roba che si paga. Da quando è morta mia sorella io…, diciamo che ogni tanto i miei sogni diventano un po’ tristi.”
Lin Tai evitò lo sguardo di Manuel per non mostrargli gli occhi lucidi.
“Manuel?”
“Dime, amigo.”
“Te la ricordi Lin Hu? Eh Manuel? Te la ricordi?”
“Come fosse ieri, Lin Tai. Te lo giuro. Come fosse ieri” rispose Manuel girandosi verso la macchina del caffè per non far vedere che anche lui si era commosso.
“Sai” continuò Lin Tai “sono tante le persone che comprano sonno. Ci sono le persone stressate, gli insonni ma anche i malati e tutti i poveracci che hanno subito delle disgrazie che non li lasciano mai in pace, neanche la notte.”
“E magari ci sono anche i delinquenti che hanno la coscienza che gli rimorde e con il dinero si comprano le notti tranquille che non avrebbero mai più passato. Il sonno dei giusti che non sono e non si meritano.”
“Forse” fece Lin Tai guardando fuori dalla vetrina del Bar “Forse sì. Forse ci sono anche loro.”
“Ora che fai?” cambiò discorso Manuel.
“Oggi sono di riposo al lavoro. Non lo sai come ci si sente dopo il prelievo. E’ come avere dentro una specie di fame che non si può saziare. Come aver fame e non aver più la bocca, ecco. Proprio così. Girerò tutto il giorno per stancarmi un po’, proverò un po’ a leggere e aspetterò sera sperando che mi ritorni il sonno per farmi una bella dormita. A volte non è così facile e ci mette anche due giorni a tornare. Speriamo di no che stavolta mi sento proprio a pezzi.”
“Mi raccomando, amigo, curati di te. E prenditi qualcosa per il mal di testa. Ti do due tacos che te li mangi quando ti viene fame, d’accordo?”
“Grazie Manuel” rispose con gratitudine Lin Tai prendendo il sacchetto di carta che gli porgeva l’ amico.
“De nada, Lin Tai. ¡Adios!”
“Zài Jiàn, Manuel. A domani.”
Il barista restò solo con la spugnetta dei piatti in mano a guardare il pavimento del locale vuoto per qualche minuto.
Poi fece il giro del bancone, raggiunse la porta, espose il cartello con la scritta “Chiuso”, girò la chiave nella serratura, spense le luci e si diresse nel retro.
Si stese sulla brandina, tirò fuori dalla tasca del grembiule da lavoro un fiala di liquido incolore, la spezzò e se la versò sotto la lingua.
“Scusami Lin Tai, scusami amico mio” disse piano prima di addormentarsi.
E ancora non aveva chiuso gli occhi che già c’era Lin Hu, davanti a lui.
Era bambina e correva in un posto che lui non aveva mai visto. Con il suo viso di porcellana e quel nastro tra i capelli che avrebbe poi portato per sempre. E poi di colpo era adulta, come lui la ricordava, che passeggiava forse nel parco con quella gonna, mio dio, quella che portava la prima volta che l’aveva vista nel bar e non aveva potuto fare a meno di amarla.
Rideva, diceva qualcosa, chiamava Lin Tai. Io sono innamorata, diceva, ma non ti dico di chi. E poi scappava e rideva.
Scappava e rideva e il sogno a poco a poco svaniva.

 

§

 

 

FARLA FRANCA

Sperare di farla franca
chissà
con che statistica probabilità.
Confidare di svicolare
tra mina e mina, di spendere
moneta che non sia stata
mercede di un silenzio, prezzo
di un corpo, taglia
di un’esecuzione, condire
il pomodoro con il sale
contando non sia intriso
di malapaga e masticare
le spoglie di una giovenca senza storia
pregando non serbi memoria
della madre, dell’ultimo sparo
e fare assegnamento
di scansarsi il tumore, l’herpes
genitale, la sepoltura di un figlio,
di un fratello, la demenza,
la zoppia,
il tradimento.
Sperare di farla franca
mentre vanno a segno i colpi
nelle caselle intorno
e consolarsi
dello stupore del vicino
muto che affonda e l’abisso
che lo inghiotte
spavaldamente chiamarlo sorte.
Farla franca
e presentarsi al conto
con questo medagliere
di agguati sventati di pericoli
scampati per un soffio
di fortunosi accadimenti
e uscire di scena cadendo
nel buco predisposto
per l’annullamento
forte d’aver schivato
i precedenti cento.
 
 
MAI PIU’ (Venti novembre)

Non tornerà mai più il 20 novembre e noi
si sta in casa, perché fuori fa freddo; tu
passi tra le mie dita e le ditate sul vetro
eclissando per un attimo lo spettacolo
di ora che va in onda da ore e sui palmi
reggi la biancheria stirata, (sulle dita
che disperatamente vorrei a stringermi
il sesso) e assorta scorri a riporla
spostando con le gambe un’aria che mai
più sposterai e le regali per l’ultima volta
il tuo odore di vita (mia) che si dilegua
cadendomi in grembo.
Se pronunciare il vero servisse a negarlo
se indovinata la soluzione ci fosse il premio
che aspettavo quando scoprivo dov’eravate
nascosti griderei libero me liberi tutti
da averne a profusione di 20 novembre fino
alla nausea fino a scoppiare, ci sarebbe
un merito a pronunciare la formula atroce:
mai più tornerà
il 20 novembre.
Non tornerà mai più il 20 novembre 2014
nient’altro e tu siediti sulle mie gambe
inghiottimi la lingua rendimi muto
rendimi ignaro come di tutto è ignara l’aria
di fuori che oggi si svela affollata dal taglio
di un sole radente, gremita di fiocchi, creature
minute, del fluttuare inerte del filo di un ragno
assente da tempo, o forse già morto
in fine d’estate.
 
 
E PER QUESTO SI MUORE

Se ti mostrassi tanto nuda a me
quanta la pelle che hai
così che lo sguardo
si facesse incapace di volgersi
ad altro
mai più saresti nuda per me
mai più
saprei riempirmi d’alba
aprendo all’alba le imposte
(né di dopobarba di tram
di moka di subbugli di tosse
di propositi nati traditi)
se spalancassi queste
che m’indichi adesso, verdi,
tentando la mia debolezza.
Sarebbe repertorio per sempre
il tuo gesto infantile e sfrontato,
il ciglio socchiuso, metallo il vino
che versi, se mai lo assaggiassi,
ritornello il tuo gemito
sotto il montarti mio disperato.
Solo stupore c’importa
e cerchiamo, l’alfa sola
e il resto è replica,
memoria, beta alla enne
seconda volta infinita
e per questo si muore.

***

 
Ivan Ferrari, classe ’63, medico, ginecologo, ha compiuto studi classici e storici, ama la letteratura, i viaggi e il vino. Da sempre scrive sia in prosa che in versi dividendosi tra queste nature complementari senza risolversi ad abbracciare definitivamente né l’una né l’altra. Inventa i propri racconti e le proprie poesie in sala operatoria, mentre guida, mentre cammina, traendo spesso ispirazione dalle tante storie vere che il suo lavoro gli fa conoscere. Collabora attivamente con collettivi di poesia in rete e da circa un anno cura un proprio blog dal nome “Un racconto al giorno” ( http://ivanoferrari.org/ ) che ad oggi conta oltre trecento contributi originali. Ha pubblicato recensioni, prefazioni, racconti brevi e poesie su libri e riviste a stampa e digitali.
 

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Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza (J. L. Borges)

Un commento su “Ivan Ferrari – Un racconto e tre poesie

  1. Carla Bariffi
    22/04/2016

    poesie un po’ troppo lunghine, per i miei gusti …
    comunque complimenti a Sonia che finalmente ha potuto dire.

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Questa voce è stata pubblicata il 17/04/2016 da in ospiti, poesia, poesia italiana, prosa con tag , , .
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