perìgeion

un atto di poesia

Silvio Perego, Una primavera all’Inferno

Perego16-9b

di Roberto R. Corsi

Il più importante articolo sulla poesia scritto nel 2015 è probabilmente Battle Lines, uscito sul New Yorker a metà giugno a firma Bernard Haykel e Robin Creswell e riproposto in Italiano sul n. 1132 di Internazionale (quaerendo invenietis). Si tratta di un’inchiesta, di carattere squisitamente antropologico e culturale, sul ruolo della poesia all’interno di Daesh (lo Stato Islamico). Senza spostare di un millimetro il giudizio fortemente critico e preoccupato per quest’organizzazione incombente sulle nostre vite così come noi le conosciamo, è utile constatare come e tentare di comprendere perché, in un sistema religioso-militare che annienta e mortifica pressoché tutte le altre arti liberali, il canone poetico classico – di solito la monorima – non solo sopravviva, ma la sua pratica venga tollerata, incoraggiata (si producono “tonnellate di poesie”, riporta l’articolo) e praticata anche dai massimi esponenti di quest’organizzazione o delle parallele (viene analizzata una poesia di Bin Laden).
D’altro canto la poesia araba poggia ex se su solidissime basi storiche e culturali: Al shir diwan al arab, la poesia è il registro degli arabi, sancisce un proverbio antico.
Mi obietterete: perchè allora il martirio del poeta Hashem Shabani (cui è dedicato il libro di cui ci occuperemo oggi) e il quasi martirio di Ashraf Fayadh? Perché gli innumerevoli casi d’incarceramento, tanto che la letteratura dal carcere (adab al-sujûn) è considerata dagli studiosi un genere letterario autonomo?
Perché ovviamente il favore per la poesia vale solo – non solo in IS: anche per gli Stati islamici internazionalmente riconosciuti e partner d’affari dell’Occidente – ove il suo contenuto sia strettamente conforme al messaggio propagandistico e religioso.
E gli esempi della poesia tollerata servono proprio a questo. Si può infatti (e qui volevo arrivare) quasi sempre ravvisare in questo filone una funzione apologetica – i tormenti, l’oppressione, le sofferenze patite – e, nella stessa poesia oppure disgiuntamente, una eroica, l’invito a prendere le armi oppure l’esaltazione delle virtù del nuovo “stato”, sempre a fini di proselitismo.

Con questa inchiesta in mente mi avvicino alla terza raccolta di poesie di Silvio Perego, uscita nel 2015 per Lepisma con la prefazione di Matteo Mario Vecchio.
Seppure il fondamento sia profondamente diverso anzi antitetico, trattandosi di poesie ispirate dai movimenti spontanei delle Primavere Arabe e non dall’interno di organizzazioni para- o anti- Statali, la prima cosa che noto è proprio la capacità di mimesi strutturale, almeno nelle prove più riuscite. Sembra davvero che queste poesie provengano da un partecipante alla rivolta popolare, per i toni e prima ancora l’accuratezza psicologica con cui sono costruite.
E scorgiamo anche in questo caso la coesistenza delle due componenti che abbiamo visto: denuncia delle proprie sofferenze e chiamata all’azione – che qui è azione di protesta, insurrezione senz’armi; e perfino a rivoluzione soppressa (a seconda dei casi, usurpata da un nuovo regime militare, traviata dal fondamentalismo, rasa al suolo dai bombardamenti) è possibile l’azione dolorosa della diaspora, dell’esilio flebilmente speranzoso di ritornare e rifondare.
Il poeta della Primavera, inviso al regime, piega al suo istinto democratico e non violento la stessa matrice poetica, civile ed eroica, lo stesso strumentario che Daesh invece usa per i suoi fini propagandistici.

In realtà ridurre tutto il libro a questo impianto sarebbe ingiusto. Già dalla “Intro” di p. 17, il cui violento incipit è particolarmente indicativo («dal divano i colpi dei bastoni/ sembravano più morbidi e dolci»), sappiamo che Perego vuole offrirci una visione plurisoggettiva: parlano gli insorti ma anche gli osservatori televisivi, si riportano stralci di comunicazioni politiche e diplomatiche, e c’è stanza per gli indifferenti che preferiscono stare in un bar (che un po’ riporta alle attese di Adonis o al celebre vecchio di Kavafis) e attendere il corso degli eventi.
In generale tutto si svolge entro un insieme sinfonico delineato: alla saison en Enfer della Primavera seguono i momenti della repressione e i tempi del destino: qui hanno spazio i morti (tra i migliori esiti prettamente poetici vi sono quelli dedicati alla morte di un fruttivendolo e a un corpo muliebre esanime), chi sceglie la via dell’esilio e chi invece decide di restare.
All’interno di una cornice così emozionalmente forte e complessa, anche molta spontaneità non levigata presente nella raccolta, per esempio alcune ripetizioni, trova una sua giustificazione. E il copioso ricorso all’anafora rispecchia il carattere di “arringa civile” grondante dai versi – liberi – del poeta di Legnano.

In morte di un fruttivendolo

nemmeno il conforto di dio
puoi avere, nemmeno quello può salvarti
perché ormai sei morto
come centinaia di ragazzi come te
morti per le strade
e nemmeno il pianto delle madri
è diverso da quello delle altre madri

…e rotolano per terra
gli ananas
e le banane verdi
nella polvere del deserto dell’anima dell’uomo
tra le fiamme del fuoco della libertà
delle future generazioni

brucia! splendi! illumina come un luminoso sole nero
nel tuo ultimo istante nel mondo

***

La libertà di scelta

c’è stato un tempo
neanche tanto tempo fa
che vivere o morire non faceva nessuna differenza
vivere con la paura addosso
non è vivere

oggi è ancora così
ma non c’è più paura negli occhi degli uomini
oggi è diverso
oggi è la speranza

e tutti sono pronti a gridare
a gridare chi siamo
fare sentire la nostra voce oltre i confini di questa gabbia di solitudine
per cercare la salvezza
e tremare al pensiero di un domani
dove poter scegliere

…e ricominciare daccapo
ogni volta che sbagliamo

***

Il nemico alle porte

il nemico è ancora alla porta
di questa casa disgraziata
infame
pencolante
alla porta di questa mia casa
trasformata in inferno,
prigione,
tomba
dove non basta serrare le inferriate
per lasciarsi tutto fuori
tutto dietro le spalle

e difendere la vita
questa vita
con la voglia di vivere

il nemico è alla porta
salirà le scale
e verrà a prendere il mio sacrificio
le mie lacrime
salirà su
per levarmi le speranze intatte da sotto le unghie
e il sangue
che gronda e chiede pace

ormai è qui,
il nemico bussa alla mia porta

***

Le colpe dei figli

hanno arrestato i miei genitori
li hanno picchiati e ingannati
hanno detto che io ero morto e sepolto
divorato dalla sabbia del deserto
e che avrebbero ucciso anche loro
se ne avessero avuto voglia.
forse le colpe dei figli ricadono sui padri?
l’eccitazione per l’incoscienza della giovinezza è la mia sola colpa.
ma s’illudono se pensano di far pagare ad altri i miei sbagli
costringendomi ad andare via.

non sanno che tornerò?

non sanno che non ho paura del crepitio delle armi,
che non mi spaventa l’idea di tornare e non trovare nessuno?
temo solo di vedere passare il momento senza combinare nulla qualcosa
non m’importa, non resterò qui a fare niente e bestemmiare.
spenderò tutto il tempo che mi resta

per difendermi in un mondo dove comunque sarei
morto.

***

Corpo di donna

la donna era bella,
era bella già così. non aveva bisogno d’altro amore.
la guardavo di nascosto
guardavo i piedi nudi
le gambe lunghe e sinuose accavallate come onde dolci.
le mani piccole e gentili in un contegno di timidezza composta.

una bellezza ancora lucida nell’atto di offrirsi.
occhi color nocciola che non lasciavano dubbi
anche se si intravedevano appena dal velo.

la donna era ancora bella in quella posa immobile e selvaggia.
la donna era morta e il suo corpo
figura umana assente
steso tra la polvere,
plastica
con tutti gli altri morti
ostruiva il passaggio
nell’aria ferma

occorre scavalcarla per poter proseguire

____________
Silvio Perego, Una primavera all’Inferno, Roma: Lepisma Edizioni, 2015, pp. 80
Foto fornitaci dall’Autore, riproduzione riservata.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

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