perìgeion

un atto di poesia

Trittico del distacco, di Pasquale Di Palmo

 

 

di palmo

 

di Francesco Tomada

 

 

Ci sono libri che sembrano in qualche modo coagularsi attorno ad un’idea centrale non per una costruzione intellettuale, quanto perché nella vita stessa dell’autore si verifica uno snodo che conferisce al tempo e agli accadimenti un significato diverso e più profondo. Trittico del distacco di Pasquale Di Palmo (Passigli) è uno di quei libri: la sezione Centro Alzheimer, non a caso posta nel mezzo della raccolta, è il catalizzatore, il fulcro attorno a cui le altre sezioni si radunano. Dedicata all’ultimo periodo di vita del padre, Centro Alzheimer consiste in una manciata di poesie potentissime, dirette, in cui la crudeltà della malattia emerge nelle sue continue e inesorabili sottrazioni, quelle che fanno in modo che un figlio perda progressivamente suo padre quando questi è ancora vivo ma di una vita ormai diversa, una “fiamma spenta” fatta di “occhi bramosi solo di caligine”. Questo figlio non augura “a nessuno / di finire come sei finito tu”, ma al tempo stesso sa bene di non potersi esimere dal dovere dell’assistenza, per affetto e per necessità; questo figlio vede il genitore spegnersi e ne attende, forse quasi ne invoca la fine come termine di giorni senza presenza: “eri inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere”; questo figlio cerca di trovare una consolazione in un aldilà possibile: “Fa’ che ti sia, in un’altra vita, di nuovo figlio”. Le poesie di Centro Alzheimer sono dure come lo è la malattia, ma al tempo stesso pietose e dolci, ricche di un affetto inesausto. Ad incastonarle, in apertura e chiusura, si trovano due testi in dialetto veneziano, quel dialetto che il padre parlava correntemente pur essendo un immigrato, ed in effetti sono poesie dialettali nel senso migliore del termine, fondono l’immediatezza di una lingua colloquiale con l’intensità del ricordo e del dolore.

Attorno a Centro Alzheimer si raccolgono le altre due sezioni del libro, Addio a Mirco a precederla, e I panneggi della pietà a seguirla. Addio a Mirco è dedicata al cugino, morto suicida, a cui sono rivolte due delle poesie presenti; più in generale però i testi sono radicati nei tempi – passato e presente – e nei luoghi di Pasquale Di Palmo, vivono di vie, di negozi, di colonie e campetti dove si giocava a calcio, e delle figure che hanno popolato e popolano oggi questi luoghi. E’ come se l’autore, vivendo il vuoto delle situazioni e delle persone che irrecuperabilmente non ci sono più, sentisse oggi, qui e adesso, il bisogno di dare voce a quelli che adesso non possono averne una propria e dunque rischiano di non averla mai, come i ragazzi Down che “sfoggiano zainetti multicolori” o lo strambo Danilo che si incammina verso la Caritas. E’ una pietas umana priva di retorica, asciutta, necessaria; è il gesto di chi, attraverso le perdite, comprende che non ci sarà sempre tempo abbastanza per tutti e per parlare di tutti.

Simile sembra, per molti aspetti, l’atmosfera dell’ultima sezione, I panneggi della pietà: anche qui, germogliando da una fotografia dove Pasquale Di Palmo c’è e non c’è (l’immagine ne ritrae i genitori e la madre al tempo era incinta di lui), si compongono quadri di minuscole botteghe, campi da calcio di periferia dove gli adolescenti giocano spesso con quella cattiveria che è connaturata all’età, e da lì emergono le figure del portiere Franchino che “quando rideva sembrava che piangesse”, del compagno “sui campi più rognosi e insalubri di Marghera” Fabio Chinellato, del nonno mai conosciuto a cui l’autore deve il nome. Diverso è invece il registro scelto per questa sezione: si tratta di prose piuttosto brevi, rastremate e tese, in parte scritte prima di Trittico del distacco. Ma, come dicevo all’inizio, esse sembrano trovare qui la loro giusta collocazione, in una galleria di volti che devono essere raccontati oggi, adesso, prima di perdersi in un nulla senza nome. Soltanto allora il poeta può tacere, “finalmente muto, in spregio alle nuvole che ti burlano”.

Meritano di essere segnalate, infine, la prefazione di Giancarlo Pontiggia e la postfazione di Maurizio Casagrande: si tratta infatti di due scritti che, con attenzione e con grande acume, analizzano il libro dal punto di vista contenutistico e formale come di rado accade nei testi critici che accompagnano una raccolta di poesia.

 

Alcune poesie della sezione Centro Alzheimer possono essere trovate qui.

Per questo preferiamo pubblicare prose estratte della terza sezione del libro, I panneggi della pietà.

 

***

 

Venivano chiamate canicole le partitelle a sette che si disputavano nei pomeriggi d’estate sui campetti spelacchiati di qualche oratorio. Ne ricordo in particolare uno, privo di un solo filo d’erba, con le linee tracciate con il gesso sul terreno duro come una petraia. Si trovava forse a Sacca Fisola e per raggiungerlo la squadra del Dopolavoro Postelegrafonici doveva imbarcarsi in vaporetto.

I giocatori erano Pulese che caracollava con le gambe arcuate di un mastino, Gino Valentini stopper che sbandierava lo sfregio grintoso dei basettoni e dei calzettoni rigorosamente abbassati, il portiere Papette, soprannominato Pape, che parlava con la bocca storta e assomigliava vagamente a Maier. L’asso era Busato, un postino che ogni giorno arrivava da Pellestrina alla stazione di Mestre per intraprendere il suo giro di consegne. Centravanti veloce e potente, veniva trattato dai colleghi come fosse un oriundo. Con l’allenatore, che era mio padre, passava in rassegna le osterie prima di ogni partita, parlando di schemi e strategie che venivano puntualmente disattesi.

 

***

 

Mi dirigo con mia madre verso una casa che ricordo alta come quelle del Ghetto, sotto una luce insopportabile. Forse è un mezzogiorno d’estate e le nostre ombre irregolari si incidono come vele lungo il tragitto.

Dell’interno della sua abitazione ricordo il baule sempre sigillato, i gradini ripidi in legno, un letto enorme in cui mi sveglio abbagliato da un pulviscolo d’oro mentre mia zia si spoglia.

Non rammento mio nonno che somigliava a Stan Laurel. Lo rivedo in fotografia mentre cammina sottobraccio a sua figlia, perduto in un impermeabile color crema, gli occhi buoni di chi ha imparato a morire giorno per giorno prima di morire davvero. Mia madre, incinta di me, ha appena diciott’anni, sorride nel giorno delle sue nozze il 26 gennaio del ’58. Cielo di carta moschicida sullo sfondo.

 

***

 

Vedo il mio nome contrassegnare il volto di un giovane che non ho mai conosciuto. È una giornata d’inverno del ’65. Per un bambino che dubita della propria identità osservare il ritratto di quell’ectoplasma rappresenta qualcosa che esula dalla sua comprensione. La fotografia non è a fuoco, l’espressione risulta minacciata da un presagio di nebbia come se il viso di Pasquale Di Palmo stesse per essere cancellato di lì a poco nel delirio della campagna di Grecia. Mio padre ha trentatré anni, proprio come il suo al momento della scomparsa; quando rimase orfano era poco più grande di me. Ha gli occhiali scuri, è ancora scarno. Mi tiene per mano. Io mi chiedo perché l’ovale di quel fante abbia usurpato tra i fiori secchi il mio nome.

 

***

 

Lungo il rettilineo di via Ciardi eccolo avanzare sottobraccio al padre minuto, il testone incassato fra le esili spalle. Procedono con metodo svoltando per via del Gazzato, in un silenzio fin troppo eloquente, scavato giorno per giorno dietro lo schermo di parole e gesti consueti.

Franchino è un gigante che supera in altezza il padre come una torre il perimetro delle merlature. È naturale quindi che, nelle nostre partitelle improvvisate, fosse destinato a giocare in porta. Si spostava con i movimenti di un bradipo, con la stessa lentezza con la quale il ralenti avrebbe svelato ai nostri occhi le azioni decisive di Petruzzu Anastasi, di Bonimba.

Più che un portiere era la sagoma di un portiere, come uno di quei manichini in legno usati negli allenamenti per fungere da ostacolo alle punizioni battute a foglia morta. Soltanto la sua mole poteva involontariamente opporsi ai palloni che rimbalzavano contro le porte dei magazzini, tra le carcasse di una 600 e di una Ford o dietro il convento delle suore invisibili che mutavano voce.

Ricordo ancora con raccapriccio il tiro con il quale lo colpii in piena faccia, le manone calate sugli occhi, la piuma del cappello scossa dai singhiozzi.

 

***

 

Quando rideva sembrava che piangesse. Ancora adesso l’eco di quel singulto gutturale si propaga nel labirinto della memoria. Franchino rovesciava all’indietro la testina rattrappita di tartaruga e apriva la bocca sdentata, emettendo un suono simile al lamento di un animale ferito anziché ad una manifestazione d’ilarità. Gli amici sogghignavano a loro volta, canzonandolo per quella risata sgangherata che parodiava inconsapevolmente il pianto. Poi riprendevamo a giocare lungo le coordinate polverose di un cortile di periferia. Franchino era il nostro portiere, immobile come una statua svettante nella canicola di un giorno imprecisato di un’estate del ’67 o del ’68, e muoveva nell’aria soltanto le mani enormi delle persone che sanno, che non sanno.

 

***

 

In quella stessa chiesa di Sant’Antonio dove, a distanza di qualche mese, si sarebbero svolti i suoi funerali, Fabio Chinellato, classe 1958, residente in via Casati 27, mi parlava sommessamente dei miglioramenti della sua salute. Anch’io ero convinto che si sarebbe ripreso e spiavo tra i banchi semideserti la linea della vita che si snodava lunga e marcata sul palmo della sua mano sinistra.

Sul sagrato dove ci salutammo per l’ultima volta, in seguito riconobbi a stento in quegli ectoplasmi occhialuti e panciuti accorsi alle sue esequie gli stessi adolescenti che con noi condivisero le interminabili partite sui campi più rognosi e insalubri di Marghera, quando crossavo controvento per il cammeo della sua testa ricciuta.

 

***

 

 

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2 commenti su “Trittico del distacco, di Pasquale Di Palmo

  1. ninoiacovella
    19/05/2016

    L’estratto di prose lirche di questo libro sono tra le cose più belle lette da un po’ di tempo a questa parte.
    Grazie a Pasquale e a Francesco.
    Nino

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  2. Carla Bariffi
    20/05/2016

    un titolo invidiabile e un contenuto, riguardo soprattutto alla poesia, notevole per la sensibilità dimostrata nel cogliere gli aspetti di una realtà (per non chiamarla malattia) silenziosamente diffusa.
    Complimenti!

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Questa voce è stata pubblicata il 18/05/2016 da in ospiti, poesia, recensioni con tag , , .
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