perìgeion

un atto di poesia

Kaiser Naïf, Two thousand and ten

 

 

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di Francesco Tomada

 

Qualche tempo fa ero a casa di un amico, stavamo lavorando su alcune traduzioni. Ad un certo punto lui ha fatto partire nello stereo un cd affascinante, e mi ha chiesto se riconoscevo di chi si trattasse. No, non lo riconoscevo, anche se immaginavo che avrei dovuto; le prime idee che mi vennero in mente furono alcuni esponenti del folk inglese dei primi anni ’70, come ad esempio il mitico Richard Thompson. E invece no: si trattava di un gruppo – anzi un duo – di un piccolissimo paesino nei dintorni di Gorizia, formato da Simon Assi e Andrea Butkovič, di cui ho poi potuto apprezzare l’unica incisione a nome Kaiser Naïf, il cd Two thousand and ten. Un lavoro particolarissimo per la scrittura e per l’uso della voce, un disco essenzialmente acustico e sicuramente degno di essere ascoltato, un piccolo gioiello che la marginalità rischia di far passare inosservato.

Da quel cd sono passati oltre cinque anni, ma mi è sembrata una buona occasione per fare due chiacchiere con Andrea Butkovič su quello che è stato e su quello che invece potrebbe accadere in futuro.

Per chi lo volesse, Two thousand and ten si può ascoltare  per intero su Spotify; segnalo inoltre il video “domestico” con la cover di Hallelujah di Leonard Cohen, reperibile assieme ad altri filmati su YouTube.

 

***

 

Kaiser Naïf: raccontaci qualche cosa di come è nata questa esperienza prima di tutto, quali sono state le circostanze e gli stimoli. L’album “Two thousand and ten” dà l’impressione di essere il frutto di uno di quei momenti rari di tensione creativa in cui tutto confluisce nella sua giusta dimensione.

Kaiser Naïf è essenzialmente l’incontro di due amici, di due persone che valorizzano le loro diversità per fonderle in un progetto solo, in un filo conduttore musicale che ha come tema principale e fondante quello della semplicità. L’esperienza Kaiser Naïf non è stata soltanto caratterizzata da un progetto musicale, ma voleva essere ed era un’esperienza completa, diretta e appunto – semplice – nell’approccio esperienziale. In poche parole era il progetto di due amici di vivere assieme, a contatto con la natura, all’insegna della semplicità e della genuinità, della purezza e della verità sia nei rapporti interpersonali che nei confronti dell’ospitalità, della comunità, di quello che possiamo riassumere come “saper apprezzare le piccole cose della vita”. Tutto ciò influiva e confluiva nella nostra creazione musicale, che era parte integrante di quell’esperienza.

Io (Andrea) e Simon ci conoscevamo da tempo ed avevamo già suonato assieme in svariati progetti, di tutt’altro genere. Avevamo una particolare affinità che ci univa, ossia il comune fascino per gli aspetti mistici della realtà, per le sfide filosofico-intellettuali, l’amore per le serate passate a contemplare le stelle e la magnificenza dell’universo, cercando di intravedere le connessioni nascoste con la nostra esistenza. Non amavamo vivere la nostra gioventù nelle discoteche o nella conformità ad uno stile di vita che ci sembrava vacuo, vuoto, ma amavamo parlare di ciò che nessuno osa parlare, senza alcun tabù, senza pregiudizi, spinti soltanto dalla curiosità.

Dopo alcuni anni di inattività le coincidenze esterne ci hanno portato a vivere nella stessa casa, un rudere alle porte di Gorizia, che abbiamo sistemato assieme e reso abitabile. Allo stesso tempo abbiamo cominciato a suonare, partendo da un minimalismo strumentale e tecnologico: alla chitarra acustica, suonata con cadenza ritmica e semplicità negli accordi, si intrecciava la voce, naturale ed emozionale.

 

Si tratta di un album acustico: chitarra, voce e pochissimo altro. La scelta di una veste sonora così ridotta (ma non povera, sia chiaro, anzi il lavoro è registrato molto bene ed il suono davvero pieno) è stata voluta oppure dettata dalle necessità o ancora dai costi?

Si trattava, come accennavo, di una scelta spontanea, dettata dalla semplicità all’insegna della quale vivevamo ogni esperienza, quella musicale inclusa. Eravamo annoiati dalla scena musicale moderna, che a nostro giudizio aveva perso ogni genuinità una volta inserita nelle trame lucrative delle leggi del mercato globale. Come molte persone della nostra età, eravamo legati ad artisti ormai scomparsi e ad un’epoca ormai perduta, seppure con alcune differenze di gusto. Sentivamo la necessità di ascoltare una musica spontanea, libera, schietta, volevamo qualcosa che si avvicinasse all’autenticità creata dalla natura. Così sono nate le prime canzoni: pochi accordi, melodie semplici e tanto trasporto. Nella registrazione dell’album abbiamo cercato di mantenere lo stesso schema, aggiungendo alcune sonorità, ma senza appesantire l’ascolto.

 

Se si dovesse inquadrare semplicisticamente il vostro lavoro, esso potrebbe essere definito forse come “folk”. L’aspetto strano è che, per quanto si tratti del tipo di musica che forse viene più naturale suonare, “Two thousand and ten” appare come un percorso del tutto estraneo alle mode e forse al tempo. Sentite o avete sentito di fare parte in qualche modo di una scena oppure no?

No, nel modo più assoluto. Non sapevamo come definirci e siamo stati etichettati dal pubblico nei modi più svariati e bizzarri. Avevamo uno sfondo musicale comune, ma molte divergenze e prima di allora non avremmo mai pensato di creare musica in quel modo. Pensavamo di essere soltanto “acustici” ed “emozionali” al massimo, niente di più. Ci sentivamo lontani dalle logiche attuali e forse più vicini alle origini della musica popolare che ad una scena particolare. Ci chiedevamo come l’umanità avesse iniziato a creare canzoni e ci siamo ritrovati in mano una chitarra e un mazzetto di parole. Bastava iniziare, senza pensarci troppo.

 

Solitamente scrivere canzoni non è la prima cosa che viene in mente: si parte magari dalle cover, per giungere soltanto poi a costruire qualche cosa di proprio. Invece “Two thousand and ten”, per quanto opera prima e fino ad oggi unica, ha già una cura per la melodia ben definita e matura, decisamente personale. Forse perché deriva da altre esperienze precedenti che avevate fatto, in comune o individualmente?

Siamo partiti anche noi dalle cover, ma ben presto abbiamo capito che non era la nostra strada e siamo passati quasi subito alla creazione di qualcosa di nostro. Suonare le canzoni altrui ci è servito più per rompere il ghiaccio e tornare a suonare assieme dopo anni, che per trovare una nostra identità. Questa infatti ci sembrava già delineata, è emersa spontaneamente. Aver suonato assieme in altri gruppi prima d’allora è stato soltanto propedeutico alla nostra affinità creativa. Avevamo già suonato assieme, è vero, ed avevamo anche già prodotto un album, ma si trattava di un progetto che avevamo definito “simpatic metal”, una specie di new metal grottesco e demenziale, irriverente, che si faceva gioco della serietà e della convinzione della scena metallara, sia strumentalmente che nei testi, ma anche nello stile teatrale di cantare, nella pronuncia italianizzata, nella presenza scenica e nella stessa auto definizione del genere, irrispettosa della corretta ortografia inglese ( simpatic non esiste in inglese, ma rappresentava una traduzione frettolosa e dozzinale dall’italiano).

 

A proposito di cover e di richiami, la prima volta che ho ascoltato con attenzione il disco ho notato l’attenzione e la bellezza delle parti vocali, che in diversi passaggi mi ricordavano Tim e Jeff Buckley, forse più Tim per l’approccio, l’utilizzo della voce come strumento, e Jeff invece per il suo calarsi nel contesto melodico. Non è stata una sorpresa eccessiva, infatti, trovare la cover di Hallelujah nel vostro repertorio. Ecco, qual è il rapporto di Kaiser Naïf con lo strumento-voce?

Il repertorio dei Buckley non era nelle mie corde, ad eccezione di alcune canzoni di Jeff. L’uso della voce come uno strumento era una parte essenziale della personalità dei Kaiser Naïf ed è stata oggetto di perfezionamento nel tempo: nelle ultime canzoni composte, non presenti nell’album, questa tendenza era ancora più marcata. Anche questa però era una scelta spontanea: sin da bambino cantavo istintivamente in questo modo, ma avendo militato in gruppi punk rock, metal e rock, non avevo mai azzardato questo tipo d’espressione, soppiantata quasi sempre dall’urlo e dalla voce roca. In questo progetto però era necessario manifestare la propria verità, anche nello stile. Posso far risalire tutto alle prime canzoni conosciute e in particolare alla voce di Edith Piaf, che utilizzava il vibrato continuamente, ma tutto ciò che riguarda la voce è un debito che ho contratto con Freddie Mercury, che sembrava poter ricamare intarsi con qualsiasi nota e più di recente con Antony di Antony and the Johnsons, che ha sdoganato il ritorno di un utilizzo vibrato, emotivo e anti-macho della voce.

 

Sempre a questo proposito, quali sono state più in generale le vostre influenze?

Personalmente ho appena rivelato le mie maggiori influenze per quanto riguarda la voce; in generale potrei menzionare i Queen, i Nirvana, i primi Muse, de Andrè, i Radiohead e poco altro ancora. Nulla di così ricercato o alternativo: nella musica ho sempre cercato prima di tutto la voce, il suo utilizzo espressivo, la ricercatezza nell’uso e l’emotività. Non ho mai apprezzato molto gli stili troppo puliti o tecnici, quanto la capacità di trasmettere un messaggio, un’emozione, dalla semplice emissione di suoni. Simon proviene da un background svariato, dal nocciolo “duro”: condividevamo la passione per i System of a Down, grandi provocatori, ma la sua formazione era più progressive: parliamo di Dream Theater e Metallica, ma come accennato, spaziava arrivando alla profonda stima per Michael Jackson, per i Queen, per i Muse, per i Rage Against The Machine. I nostri idoli erano rispettivamente Freddie Mercury e John Petrucci, nulla a che fare con i Kaiser Naïf.

 

E quale è stata la motivazione della scelta della lingua inglese per i testi? Si è trattato di un’esigenza metrica (è indubbio che l’inglese sia molto più plastico di altre lingue da questo punto di vista) oppure avete seguito altri criteri?

È stata una scelta dettata dall’abitudine: siamo stati esposti ad una scena musicale dominata dalla lingua inglese e a volte imbarazzante nella produzione in lingua italiana, specie in alcuni generi particolari. Personalmente adoro l’italiano, credo che abbia una musicalità meravigliosa, ma lo preferisco nella lingua scritta. Scrivo anche poesie e non potrei non scriverle nella mia lingua madre, forse la più adatta in assoluto, a mio giudizio. Ma nella musica l’italiano è poco plastico e il cantato Kaiser Naïf doveva poter essere malleato, torto e ritorto come plastilina.

 

Ancora una domanda sui testi. Sono testi che, per quanto apparentemente semplici, contengono spesso riferimenti a qualcosa di trascendente, di mistico, che ben si sposa con la musicalità proposta. Mi vengono in mente alcuni versi, come ad esempio “I’ve been here millions years ago” oppure “ghosts are appearing depicted in the dark”. Si tratta per così dire di un artificio, oppure anche in questo caso i richiami seguono un’esigenza precisa?

I testi erano di fondamentale importanza: rimandavano alla nostra filosofia di base, nascevano dalle esperienze personali dirette e da quei discorsi filosofici che tanto amavamo fare, anche assieme al nostro pubblico. La prestazione migliore infatti era quella acustica, dal vivo e intima: invitavamo amici, conoscenti ed estranei nella nostra casa e preparavamo delle serate di convivialità e musica. Le canzoni, prima di essere eseguite, venivano sempre presentate e introdotte da un discorso, che spesso si perdeva nei meandri dello scibile umano. I testi erano immagini, erano una specie di filosofia onirica, emergevano da un linguaggio del profondo. A prima vista potevano essere soltanto delle canzonette d’amore, ma nascondevano un sottobosco di sinapsi, concetti, utopie, incubi, dove la natura era sempre presente, vuoi in forma esplicita, vuoi in forma simbolica, ma anche ripresa nelle melodie.

 

Come venne accolto il vostro lavoro? Anche per quanto riguarda la diffusione, mi raccontavi che avete privilegiato concerti di piccole dimensioni, quasi privati: una necessità oppure, alla luce del vostro tipo di musica, una scelta precisa?

L’album ha riscosso il successo che ci aspettavamo: venivamo apprezzati soprattutto da chi ci aveva ascoltati dal vivo, ossia principalmente da amici e conoscenti. Era forse un tipo di musica che non poteva essere scisso dall’esperienza diretta, intima e locale. Come già detto all’inizio, era un progetto nato direttamente dalla nostra amicizia, dal vissuto e forse da questa realtà non poteva essere separata. Abbiamo anche partecipato a qualche concorso e suonato in poche occasioni pubbliche, ma non veniva colto che il suono, soltanto il prodotto sonoro. Forse attualmente c’è una grande sovraesposizione musicale: ci sono infiniti gruppi e infiniti album; possiamo ascoltare musica in aereo come al supermercato e spesso alla musica conferiamo un ruolo marginale, da sfondo, da accompagnamento. L’idea di fermarsi e fare attenzione ai testi, all’interpretazione, di vivere l’esperienza musicale, non è molto attuale e per niente affine ai tempi e agli spazi di internet, della comunicazione stringata di Twitter, della musica come parte di un prodotto da vendere e non come creazione a sé stante.

Abbiamo brillato nelle nostre serate tra amici, parlando fino a notte tarda del significato delle canzoni, facendo a volta domande dirette e scomode, inusuali sulla sfera emozionale del pubblico, per poterlo coinvolgere. Era una scelta ben ponderata, non da noi stessi, ma dall’essenza stessa del progetto.

 

Adesso Kaiser Naïf è in una situazione di stallo da qualche tempo, e mi sembra che, viste le premesse, sia davvero un peccato. Ci sono prospettive realistiche di riprendere il cammino lì dove era stato interrotto?

I Kaiser Naïf sono nati grazie all’incrocio di molte coincidenze favorevoli e in un periodo di vita nel quale potevamo dare via libera alle nostre passioni, svincolati da molte responsabilità. Al momento, sei anni dopo l’inizio di questa avventura, siamo divisi da scelte di vita differenti e siamo stati incapaci di far fiorire una pianta così florida e che tanto ci ha insegnato. La prendiamo come una fase necessaria e naturale di sedimentazione, come il maggese della nostra creatività. Abbiamo spesso discusso di un ritorno musicale, perché quell’esperienza, non solo dal punto di vista musicale, ci ha arricchito come poche e rappresenta un momento magico delle nostre vite. È una magia che scorre ancora nelle nostre vene, sono scintille che illuminano ancora le nostre reti neurali, ma come è già accaduto e come era ben chiaro nella nostra essenza, si tratta di un dar voce alla natura, di un saper ascoltare più che un saper parlare. La natura, la realtà, la verità, hanno un ruolo da protagonista: non siamo fatalisti ma possiamo dire che sarà lei stessa a decidere quando volersi esprimere. Sembra un discorso da invasati, ma è semplicemente un’espressione di umile semplicità. Possiamo anticipare che questa stessa intervista e un altro segnale di interesse, arrivati dopo anni e senza preavviso, hanno smosso qualcosa di latente e siamo pronti a tornare in scena. Sarà tutto nuovo e diverso: anche la casa dove abitavamo non esiste più, vi faremo sapere di più quest’estate…

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Questa voce è stata pubblicata il 21/05/2016 da in gioielli dimenticati, musica, ospiti con tag , , , .
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