perìgeion

un atto di poesia

Le morti felici

 

maqroll

 

 

di Giorgio Galli

 

 

“Il Gabbiere giaceva raggomitolato ai piedi del timone, il corpo magro, asciutto come un mucchio di radici torturate dal sole. I suoi occhi, molto aperti, rimasero fissi in quel nulla, immediato e anonimo, in cui i morti trovano il sollievo che gli venne negato durante il loro errare da vivi.”

Alvaro Mutis, Un bel morir

 

 

Morte di Khayyām

“Ora vi racconto di come è morto Ghiat ad-Din. Stava seduto al suo tavolo di legno, sotto il fico della sua casa a Nīshāpūr. Il sole era alto. Per tutta la sua giovinezza Ghiat ad-Din si era alzato tardi, ma da vecchio dormiva soltanto poche ore. Tracciava pigramente dei segni su delle carte, ma qualcosa non doveva riuscirgli perché lo si vedeva tracciare segni sempre più nervosi, allontanare le carte con ira, poi riprenderle e tracciare ancora dei segni e accantonarle infine con ira e stanchezza. Guardò davanti a sé, a lungo. Si distese sulla panca a occhi chiusi. Quando li riapriva, guardava anche il cielo con stanchezza, come se fosse vecchio e risaputo. Si sollevò, prese il compasso e provò a tracciare dei segni, ma senza troppa voglia. Si distese di nuovo sulla panca. La sua bocca ogni tanto compiva dei movimenti come se stesse sbocconcellando un fico. Chiese una brocca e la bevve, sollevandosi solo il necessario per bere. Si leccò il dito e parve saggiare la direzione dei venti. Tracciò col dito dei segni ne cielo come se indicasse moti di stelle. Finita la coppa si addormentò e russò. Quando il sole discese, gli mettemmo addosso una coperta. Quando il sole era sparito, andammo a svegliarlo: ‘Maestro, fa freddo’. Ma il maestro non russava più. Ghiat ad-Din adesso dormiva il sonno dei Sette Sapienti.”

 

 

Morte di Ugo d’Orléans

“Del mio desco non devo ringraziare nessuno, perché non ho mai avuto un desco. Non ho mai saputo oggi se avrei mangiato domani. Io non ho chiesto protezione a Rainaldo di Dassel, non ho mangiato a tavola con Enrico Plantageneto, né ho aderito a un partito, né mi sono ritirato in convento, né alcuno mai mi avrebbe nominato vescovo. Non mi considero un goliardo perché i goliardi scrivono contro principi da cui desiderano essere invitati alle feste. Si scagliano contro i principi se non vengono invitati alle feste, o addirittura scagliano contro di loro i loro carmi contumeliosi dopo fine della festa, per esser certi di essere invitati alla successiva. Io non ho mai preso parte a nessuna festa, ho mangiato il cibo guadagnato col mio lavoro di precettore, l’appellativo di Primate l’ho guadagnato fabbricando versi e ora lascio il mondo colla certezza di non dovergli niente. Mi confonderanno con la razzumaglia dei goliardi: facciano pure, io muoio e nel regno dei morti non mi turberanno le baruffe dei vivi. Io ho distillato la mia amarezza dentro versi costruiti come teoremi di Euclide, ho diretto la mia rabbia contro me stesso e non contro le persone che adulavo; e se è vero che ho vissuto nel peccato e in disonore, è vero pure che non ho mai predicato virtù e onore, e che in definitiva non sapete nulla di come son vissuto perché della mia vita risponderò soltanto a Dio con la verità di me stesso. Quello che porto a San Pietro lo schiuderò soltanto a San Pietro, e della mia vita, vissuta in bene o in male, non voglio condividere con voi neanche una goccia. Risponderò di lei all’unico giudice. A voi lascio solo i miei versi.”

 

 

Morte di Janáček

“Ricordo bene, anche se ero un bambino piccolo, il giorno in cui Janáček mi corresse, e mi disse che stavo suonando le Danze slave di Dvořák a un tempo troppo comodo. Si mise a suonarle lui, con le sue mani piccole, mi invitò a suonarle insieme. Era tutto diverso ora, erano scattanti. Tutto di lui era scattante. I suoi occhi curiosavano come fulmini scaltri e vivissimi. Non stavano mai fermi. Anche mentre suonava non era di quelli che si perdono nella tastiera e poi sembrano svegliarsi da un sogno. Lui si guardava intorno, con movimenti piccoli ma nettissimi. Se dovessi dare un nome agli aggettivi ipervigile e insonne, darei loro il nome di Janáček. Anche i suoi gesti erano scattanti. Vi sorprenderà forse sapere quanto sia stata infelice la sua vita. Egli fu un’anima rigata, derisa fin oltre i quarant’anni dai colleghi, intrappolata in un matrimonio sbagliato, schiantata dal lutto della perdita di una figlia. Aveva già superato la settantina quando lo conobbi. Ma aveva la frenesia del giovane. Me lo ricordo pirotecnico, la voce rapidissima, sempre pronto al riso, mai tranquillo. Era, per me, l’immagine viva dell’inquietudine degli intelligenti. In quel periodo era felice forse per la prima volta nella vita. Il motivo è il più antico del mondo: l’amore. La prima volta che s’era innamorato di un’altra donna era stato tutto appassionante, ma troppo difficile. Quando sua moglie aveva minacciato il suicidio, lui aveva rinunciato a quell’amore troppo intenso ed era tornato a casa. La porta della prigione s’era richiusa di schianto. Adesso amava un’altra donna, era riamato in modo sano, lei era giovane e lui stava vivendo la sua seconda giovinezza. I colleghi avevano smesso di deriderlo e in Europa si eseguiva la sua musica. Lui ne stava componendo dell’altra, sempre insoddisfatto, sempre pronto a travasare gli appunti di un concerto per violino nell’ouverture di un’opera, e a ritentare di scrivere un concerto per violino e a mettersi al lavoro su un’altra opera. Era felice, ma non sazio. E quel pomeriggio maledetto, quando suo figlio si smarrì nel bosco e lui uscì a cercarlo, credo si dimenticò semplicemente che stava venendo la notte, si dimenticò semplicemente che aveva settantaquattro anni, si dimenticò di avere i polmoni fragili. Non si porta avanti un’opera rivoluzionaria come quella di Janáček se non si è fanatici. Janáček fu fanatico sia nella vita sia nell’arte. Fosse stato fanatico solo nell’arte, sarebbe stato un più grande artista. Ma il suo fanatismo integrale fece di lui anche un grand’uomo. Prese la polmonite. Morì in ospedale pochi giorni dopo, rendendo l’ultimo respiro a un Dio beffardo che prima gli aveva reso difficile la vita e poi avrebbe buttato la sua musica nel dimenticatoio, mano a mano che la nostra Cecoslovacchia veniva dimenticata dall’Europa e che la Cecoslovacchia stessa si dimenticava di Janáček. Ma si racconta che sia morto felice. Dicono che sia morto facendo l’amore con la sua giovane amante nel letto d’ospedale. Nella mia Cecoslovacchia è una leggenda. La raccontano ai bambini. Gli adulti dicono che non è vera, ma io ci credo. Ci credo perché allo Janáček che ho conosciuto si addice una morte così.

Rudolf Firkušný”

 

 

Morte del Santo Bevitore

“Caro Klemperer, non posso venire a trovarLa perché da quando è fallito il mio editore ho seri problemi finanziari. Un altro editore non lo trovo -il mio nome è sparito per troppi anni- e alla mia età non posso imparare a ballare o a cantare. Io sapevo solo scrivere. E dico sapevo non per autocommiserarmi, ma perché è la pura verità: dopo la guerra non ho scritto quasi nulla. E’ troppo doloroso per me usare ancora la lingua tedesca. Per Lei è diverso perché Lei dispone del meraviglioso esperanto dei suoni: è quella la sua prima lingua. Ma la mia prima lingua è il tedesco, io penso in tedesco ed è come avere un cancro che cresce negli organi. Vede, Le può sembrare folle, ma io La considero un uomo coraggioso e un vincitore e considero me stesso uno sconfitto responsabile del reato più grave che un essere umano possa compiere: l’essere vile di fronte alla vita. Perché Lei è stato folgorato nel corpo, ma continua a dirigere dalla sedia a rotelle. Io invece continuo a camminare, ma è la mia anima ad essere paralizzata. Degli anni di cui mi chiede -i nostri verdi anni- mi piace ricordare due amici. Il primo lo conosceva anche Lei, Alban Berg: un uomo il cui amore per l’umanità non trovava limiti nell’umanità che aveva intorno. Morì giovane, in tempo per non doversi disamorare. L’altro era un mio collega, Joseph Roth. Era il contrario di Berg. Il suo disincanto era così grande che prima della guerra si lasciò morire. Era il primo a dire che la guerra era necessaria, indispensabile per vincere Hitler, e credeva sinceramente che la si sarebbe vinta. Ma non voleva esserci. Esiliato, ubriaco, senza sua moglie e senza la salute, aveva la leggerezza di chi non ha più nulla. E scelse di morire, ne sono convinto, non per disperazione, ma perché riteneva che il futuro non valesse la pena d’esser visto. Fece i suoi conti e vide che gli conveniva morire. E morì felice.

Suo

Soma Morgenstern”

 

 

Morte di Wittgenstein

“Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa.” Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: ”Tell them that I had a wonderful life”. Them erano gli amici assenti, them erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne all’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario alla sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è nota: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece persino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

 

 

Morte di Tintner

Georg Tintner fu sempre coraggioso. Veniva dalla scuola di Franz Schalk, uno dei grandi direttori del primo Novecento. E aveva la grinta anche lui di un grande del Novecento. Ma la stessa grinta gli impediva di scendere a patti coi nazisti. Andò via dalla Germania per non aver niente a che fare con loro proprio negli anni in cui avrebbe potuto costruirsi una carriera. Se fosse stato già famoso come Toscanini e Kleiber, avrebbe continuato a far carriera altrove. Se fosse stato accomodante come Karajan, sarebbe andato avanti con l’appoggio del regime. Ma lui ascoltava solo due cose: la musica e la sua coscienza. Diresse le sinfonie di Bruckner in Australia, le diresse in un modo nuovo, con un nitore tagliente e non col misticismo impastrocchiato con cui si è soliti dirigere quell’autore. Realizzò con orchestre minori interpretazioni che non sfigurano accanto a quelle di più celebri orchestre. E non rimpianse di non aver fatto carriera. Il valore è diverso dal successo. E quando seppe di avere un tumore, lo combatté per sei anni. Poi, quando seppe che non poteva più combatterlo, non volle morire da soccombente. Si uccise prima di diventare un uomo debole, prima di diventare un infelice e di rendere gli altri infelici. Ecco come morì.

 

 

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6 commenti su “Le morti felici

  1. Giorgio Galli
    02/06/2016

    Grazie

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  2. marco ercolani
    06/06/2016

    Trovo questi racconti splendidi, scritti dall’interno del loro tema, più intensi di quelli di Geminello Alvi (Adelphi) o di Eugenio Baroncelli (Sellerio) che sviluppano temi simili….

    Liked by 1 persona

  3. Giorgio Galli
    08/06/2016

    A un commento così posso rispondere solo grazie. Fra l’altro questi racconti devono molto a Ercolani, ai suoi apocrifi e alla scrittura “precipitata” dei suoi Destini minori. Quindi grazie.

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  4. Giorgio Galli
    13/06/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

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  5. Pingback: Giorgio Galli: le morti felici 2 | perìgeion

  6. ninoiacovella
    24/06/2016

    Trovo questi testi sublimi. Molte affinità con la grande scrittura di Marco Ercolani che traccia una sorta di linea di demarcazione tra ciò che è bello e ben scritto, da quello che sta giusto un gradino più in su: la letteratura.
    Grazie per essere qui.
    Nino

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