perìgeion

un atto di poesia

Hamelin, l’ultra-virtuoso

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di Guido Cupani

Ho sentito Marc-André Hamelin dal vivo! Per chi non lo sapesse, Hamelin è il pianista in grado di suonare questa roba qui. Lo scorso 15 aprile ha tenuto un concerto alla sala Fazioli di Sacile e ha eseguito, fra l’altro Images, premier livre di Debussy, uno dei miei all-time favorite, e la monumentale Sonata D 960 di Schubert, che in un contesto un po’ particolare (la fase alcolica del mio addio al celibato) mi capitò di definire “musica per celibi”, per la profondità dei problemi che pone e non risolve… ma sto divagando. Non sono un musicologo: parlare della musica, in astratto, mi riesce difficile. Dirò dunque qualcosa sul contorno.

Prima osservazione, Hamelin dal vivo non appare sovrumano come nelle registrazioni. La sua tecnica è probabilmente la migliore al mondo, e si sente, ma non è del tutto esente da errori. Giuro: proprio in apertura, attaccando la Sonata di Mozart KV 576, ha sporcato uno dei primi trilletti. Poco male: la natura umana ha bisogno di imperfezione. Sembrava quasi essersi levato di torno una necessaria incombenza… Lui stesso dice di non essere interessato al virtuosismo, e lo pensa sul serio: ascoltando bene pezzi che ha composto (una suadente, raggelante Pavane Variée continuamente sballottata da un estremo timbrico all’altro, e le divertentissime Variazioni su un tema di Paganini) si nota che l’esibizione bombastica della propria bravura è solo uno schermo. C’è una verità profonda in questi pezzi, che ritorna (pur nelle evidenti differenze di atmosfera e colore) in tutti i passaggi più meditativi: il secondo tempo di Mozart, l’Hommage à Rameau di Debussy, i primi due tempi di Schubert.

È stato soprattutto il Debussy di Hamelin a lasciarmi a bocca aperta. Ogni buon concerto dovrebbe spingere l’ascoltatore a dimenticarsi di tutto, in primo luogo del fatto che di fronte a lui c’è un essere umano di genio impegnato a ricreare al meglio una forma transitoria dello spirito che un altro essere umano genio ha creato decenni o secoli prima. Non sempre il miracolo avviene. Con Hamelin mi è successo, e precisamente sul finale dell’Hommage:

debussy_rameau

Questo è un accordo difficilissimo, perché deve suonare come un unico impasto di quindici note, tutte uguali, che ugualmente sfumano nel silenzio. Servirebbero quattro mani, ma ci si deve arrangiare con due. Hamelin è riuscito, qui come in altri passaggi di Debussy (soprattutto in Reflets dans l’eau), a infondere alla musica una profondità spaziale: come se ogni accordo suonasse attraverso una lunga fuga di stanze della mente. Ma non è neanche questo il punto: il punto è che è riuscito a farmi scordare per un attimo tutto ciò – una suspension of mindfulness che mi ha permesso, anche se per poco, di sentire la musica davvero.

Seconda osservazione: anche quando ci porta a queste altezze, il contegno di Hamelin rimane quello di un dattilografo, o se volete di un chirurgo, di un meccanico di precisione. Le mani affondate nella tastiera, gli occhi bassi, un impercettibile sorriso di concentrazione: sia che prenda il piano a martellate (incredibile la quantità di suono che può uscire da un Fazioli), sia che ne sfogli i petali con delicatezza, l’espressione del viso è la stessa; appare e scompare al più una singola ruga in mezzo alla fronte. Solo di tanto in tanto il nostro si concede una leggera oscillazione del busto, il mento un pelo alzato, la piega delle labbra appena più beffarda. Quando Schubert ripete il tema principale della sua sonata in una tonalità lontana da quella dell’esordio, e ci trasporta in un altro mondo, Hamelin sembra dire: sentite? E nel farlo, dondolando, vuol quasi fermare il tempo. Come quando allunga le corone sopra certe cadenze. Scelta discutibile, forse, ma che sposta ancora una volta il fuoco dell’esecuzione dalla perfezione all’efficacia.

Peccato che tale sforzo non sia stato unanimemente apprezzato. Il pubblico, infatti (terza e ultima osservazione) si è comportato male, almeno in un raggio di tre poltrone da dove ero seduto. Colpi di tosse (e vabbè), cellulari non silenziati, caramelle scartate, pastiglie estratte dai blister, bottigliette d’acqua ripetutamente abboccate con susseguente gloglottio: tutto l’abituale repertorio. Ma non è questo il peggio. Circa a un quarto del concerto, durante la difficile Pavane, il mio vicino di sinistra (ultrasettantenne, ad occhio) ha cominciato a sbottare. Si è un po’ calmato durante Debussy, poi ha ripreso: sbuffando, scuotendo la testa, parlottando ad alta voce all’orecchio della sua accompagnatrice. «Non suona per niente bene». Ma si può? Filisteo o critico supercilioso? Non ne ho idea. Per fortuna alla fine del programma si è alzato e si è levato dai piedi. Ma Hamelin deve aver percepito la vibrazione, e infatti ci ha offerto un solo encore (il preludio La colombe di Messiaen: delizioso, ma speravo qualcosa di più); è uscito e non si è fatto più vedere, nonostante io ed altri continuassimo a spellarci le mani dagli applausi, mentre il pubblico over 65 raccoglieva già ammennicoli e pendagli e si avviava verso le uscite. Mah.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/06/2016 da in musica con tag .
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