perìgeion

un atto di poesia

La Turchia: un’incognita o un’anche troppo cognita?

 

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di Crescenzio Sangiglio

1. Sin dal 1908, con la rivoluzione dei Neo-turchi, la Turchia è diventata una mina vagante sulla scena internazionale, mentre in ambito interno non si può davvero dire che i regimi via via instaurati abbiano mai risposto ad un minimo di requisiti democratici come noi conosciamo e preconizziamo in Occidente.
Governi dittatoriali, poteri militari, sistematica distruzione delle minoranze straniere e allodosse, politiche di indiscriminato arrembaggio, estremismi religiosi, insofferenze etniche, assurde istanze, espansionismo politico-confessionale, esasperazione del turchismo e quant’altro ancora, hanno caratterizzato e qualificato e tuttora caratterizzano e qualificano l’entità statale turca sempre più incline verso una sempre più aggressiva teoria e prassi neo-ottomana.
In questo coacervo di pretese economiche, ricatti politici e spregiudicatezza morale la Turchia va avanti praticamente dal 1956 e fino ad oggi, in una inestinguibile sete di prevaricazioni, violazioni, prepotenze e destreggiamenti impositivi senza ritegno o tentennamenti.
E non vi è alcun dubbio che l’attuale Capo dello Stato turco stia conducendo la politica turca alle estreme conseguenze di un comportamento assolutistico che si definirebbe totalmente irresponsabile se non fosse dettato da chiare motivazioni oculatamente estorsive e quindi nazionalmente utilitaristiche.
A ben pensarci, non esiste un fronte di contrasto internazionale che la Turchia non abbia aperto e che non appalesi delitti e imputabilità gravanti sulla stessa in quanto dalla stessa ideati e adottati, ma pervicacemente e contro ogni logica poi negati e disconosciut (v. genocidi, Cipro, Siria).
A nessuno può sfuggire il fatto che la politica turca è sempre stata, ed oggi lo è ancora di più, quella di tutto avere e nulla dare. Ed è sicuramente degno di esame psichiatrico e psicanalitico l’atteggiamento politico europeo così propenso a favorire l’intransigenza governativa turco-ottomana fingendo ipocritamente di ignorare tutta la criminalità esistente a monte della sua politica interna e internazionale.
Entro questa cornice non proprio consolante e propizia si pone il flagrante colmo dell’assurdità: l’UE vuole combattere l’illegalità finanziando e investendo proprio sul paese (la Turchia) che è la principale e costante fonte di illegalità che tormenta tutta l’Europa!
Il recente (marzo 2016) summit e accordo UE-Turchia attinente al flusso dei profughi e illegittimi migranti ne è fedele specchio, un accordo da più parti contestato e considerato illecito e illegittimo.
Tutto sta adesso nel vedere se, a fronte dei 6 miliardi di euro che la Turchia riceverà nel 2016 e un finanziamento complessivo fino a 20 miliardi per i prossimi cinque anni, i termini dell’accordo saranno dalla stessa rispettati. I precedenti non sono tuttavia molto incoraggianti ove si tenga presente il costante rifiuto turco di onorare le proprie firme e gli impegni assunti con queste. Prova ne è il precedente accordo, a fronte di 3 miliardi di euro, per porre freno alla marea migratoria che nasce proprio in Turchia e da questa viene fomentata, regolarmente disatteso, non solo, ma inoltre aggravato, si direbbe appositamente, da un cospicuo aumento del numero delle “partenze” dalle coste turche verso le isole greche!
La complessa problematica dei rapporti UE-Turchia poggia eminentemente su basi a carattere unicamente e freddamente finanziario: in cambio di decine di miliardi di euro, che gravano fiscalmente su tutti i cittadini comunitari, alla Turchia si chiede, in sostanza, una occidentalizzazione in tutti i campi di azione politico-economico-sociale che la Turchia molto difficilmente, se non mai, può attuare e mantenere, una occidentalizzazione di tutti i sistemi cui si riferiscono i capitoli negoziali che cozzano però contro avverse, ingenite consuetudini, pratiche, prassi giuridiche ed economiche corredate da una mentalità e legalità irreversibilmente ottomano-orientali.
Sinora non sembra proprio che la Turchia, a fronte dei miliardi ricevuti per realizzare le (numerosissime) riforme promesse, abbia sufficientemente ottemperato agli obblighi assunti per iscritto(accordi o memoranda d’intesa). Nondimeno l’UE sin dal 20071 altro non fa che, irresponsabilmnente finanziare una Turchia di continuo insolvente e di continuo alla ricerca di nuove concessioni europee.
Solo per il periodo 2007-2013 sono stati pagati alla Turchia quasi 5 miliardi di euro(meglio dire: cinque mila milioni!) così ripartiti: 2007/497,2 milioni; 2008/538,7 milioni; 2009/566,4 milioni; 2010/653,7 milioni; 2011/779,9 milioni; 2012/860,2 milioni; 2013/935,5 milioni, con uno stabile e consistente incremento delle quote annue, senza dimenticare che, anche dal 2004 al 2006, il finanziamento beneficiato dalla Turchia è stato di 1 miliardo 50 milioni di euro! Un totale quindi, dal 2004 al 2013, ossia in 10 anni, di 5 miliardi 851 milioni di euro!
E senza dimenticare altresì i finanziamenti concessi dall’UE al pseudostato della Repubblica Turca di Nord Cipro sotto tutela, occupazione e sopra tutto sfruttamento turco dal 1974.
2. A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma dopo tanto danaro riscosso e tante promesse, la Turchia – paese non comunitario, non dimentichiamolo! – cosa ha fatto, in effetti, e in quale situazione si trova dieci anni dopo l’inizio del supposto suo “avvicinamento” all’Europa? Dopo 10 anni e quasi 6 miliardi di euro spesi, l’UE di fronte a quale Turchia si trova? E cosa può aspettarsi dalla attuale Turchia? Quanta fiducia le si può far credito dopo tutte le sue macroscopiche insolvenze?
In tutta obbiettività (che nessuno, che non sia in malafede, può negare) l’odierna Turchia non credo che si presenti proprio in modo tale da creare ottimistiche previsioni e conclusioni. E sarebbe troppo lungo enumerare tutte le “pecche” che stigmatizzano la realtà nazionale turca. Nondimeno non è possibile neanche tacere e “coprire” dati di fatto che ben rispecchiano uno stato di cose incancrenito e vieppiù lontano dalle premesse comunitarie e dagli inguaribili, e direi piuttosto delittuosi, ottimismi della Commissione Europea e più ancora di Juncker, e del Consiglio d’Europa, nonchè della preponderante (purtroppo) e spesso deviante decisionalità tedesca, nei confronti della quale appaiono del tutto ridicole e misere le “opposizioni” tipo galletto Renzi e le stupide e inconcludenti palinodie tipo tacchino Hollande.
Il Consiglio degli Affari Generali UE a distanza di tutti questi anni dall’inizio delle trattative di adesione (2005) è ancora alla ricerca di un “nuovo circolo virtuoso” per instaurare migliori relazioni e più costruttive con la Turchia! E ancora sta aspettando che la Turchia si allinei all’acquis comunitario credendo ancora negli “impegni” che la Turchia ha assunto e ben si guarda dal realizzarli. E ancora la Commissione continua a rilevare(!) che la Turchia è un “partner-chiave”, un partner che però sistematicamente disattende gli “impegni” presi “fregandosene” altamente delle sterili “preoccupazioni” (solo “preoccupazioni”?!) che la Commissione stessa patetricamente esterna per le continue e svariate e immancabili violazioni turche!
Proprio recentemente Simon Tisdall del The Guardian ha precisato pienamente il presente “valore” della Turchia rispetto all’UE: “La Turchia di Erdogan è ormai un falso amico dell’Europa ed un crollante alleato dell’Occidente. Il ‘o con me o contro di me’ di Erdogan rivolge contro la Turchia i suoi vecchi alleati”.
Ed è certo che la cartina di tornasole dei rapporti UE-Turchia sono e non possono
non essere i criteri politici che in sostanza conformano nel suo complesso le relazioni tra le due parti. Esiste una sistematica mancanza di progressi sostanziali nel rispetto dei criteri politici da parte della Turchia, sistematica e continua nel tempo e nello spazio.
La Turchia in realtà non ha compiuto nessun progresso per quanto riguarda la libertà di espressione, la libertà di stampa, le condizioni di vita nelle prigioni, la libertà di associazione e di assemblea, il problema delle minoranze [quelle pochissime rimaste(!), dopo il genocidio degli Armeni(1.500.000 di morti), quello dei Greci Pontiaci(circa 400.000 morti), degli Assiri Siriani(almeno 350.000 vittime e l’eliminazione fisica ed economica degli Ebrei], il problema della libertà di culto e dei diritti delle altre religioni diverse da quella musulmana. Pertanto, gravissima è la situazione in Turchia in materia di diritti civili e politici. E altrettanto grave è la situazione delle donne, malgrado che la Turchia abbia firmato l’11.5.2011 proprio a Istanbul la Convenzione contro la violenza sulle donne regolarmente e ovviamente non osservandone le norme.
Proviamo a redigere un breve inventario solo delle ultime(nei primi 2-3 mesi del 2016) manifestazioni despotiche del regime turco:
– arresto di quattro imprenditori accusati di avere rapporti con l’imam Fetullah Gulen;
– tre docenti universitari arrestati con l’accusa di “propaganda terrorista”;
– otto avvocati sostenitori della questione curda arrestati e imprigionati;
– il quotidiano dell’opposizione Zaman chiuso e arrestati i suoi redattori con l’accusa di criticare Erdogan e avere rapporti con Fetullah Gulen e, colmo di autoritarismo, nomina di una nuova redazione “addomesticata” filo-erdoganiana;
– Erdogan dichiara che non ubbidirà alla decisione della Suprema Corte Costituzionale che ha ordinato la messa in libertà di due giornalisti imprigionati per aver pubblicato sul giornale Čumhurriet foto e articoli sulle spedizioni di armi ai jihadisti in Siria;
– il corrispondente di Der Spiegel in Turchia costretto a partire avendo i turchi rifiutato di rinnovarne le credenziali, un’ altra “ferita” alla libertà di stampa.
A questo gravissimo aggregato di trasgressività non può che aggiungersi la “questione curda”: una questione con oltremodo pericolosi sviluppi che vede il verificarsi nelle regioni di pretta popolazione curda nella Turchia sud-orientale un “silenzioso genocidio” in cui giornalmente vengono uccisi con i più vari pretesti decine di curdi, da una parte, mentre dall’altra viene compiuto un altro delitto contro l’umanità, previsto e codificato dall’ONU, ossia vengono “immessi” per stabilirvisi centinaia di turchi prelevati dal Caucaso al fine di alterare a favore dell’elemento turco l’equilibrio demografico ora nettamente a favore dell’elemento curdo. Un procedimento, quest’ultimo, ampiamente attuato a Cipro, nella regione nord dell’isola, con l’inserimento forzoso di 110.000 turchi provenienti dall’Anatolia che ha pesantemente snaturato l’aspetto demografico non solo rispetto agli indigeni turco-ciprioti, ora in minoranza(!), ma anche rispetto alla comunità greco-cipriota del sud. Due eventi di enorme gravità che nessuno dell’Unione Europea ha mai posto in evidenza, come avrebbe dovuto fare (e nessun cittadino europeo ne è a conoscenza!), e a maggior ragione degli USA, correi entrambi degli attuali vicoli ciechi in Siria e a Cipro, preferendo nasconderli ipocritamente sotto il cuscino e ignorarli del tutto.
Peraltro, la Turchia deve ancora attuare il pacchetto di riforme costituzionali secondo l’impegno assunto nel 2010. A questo proposito, con le elezioni politiche del 2015 Erdogan intendeva ottenere la maggioranza assoluta del suo partito per poter modificare ad libitum la Costituzione, non certamente ai fini indicati dall’UE, ma per adattarla alle proprie mire personali di potere illimitato, da “Sultano” assoluto, secondo il programma a più riprese adombrato.
Il mancato ottenimento di tale maggioranza ha frenato Erdogan nelle sue intenzioni assolutistiche. Nel contempo però ha coinvolto anche l’accantonamento delle riforme costituzionali richiestegli dall’UE mandando a vuoto gli accordi del 2010 che l’UE ha avuto il gran torto di sottovalutare e declassare.
Ancora la Turchia non ha assicurato la piena e non discriminatoria attuazione dei suoi obblighi doganali con l’Unione, nè del Protocollo aggiuntivo firmato il 29 luglio 2005 e derivato dal c.d. Accordo di Ankara.
Quanto alla annosa “questione Cipro”, le cose sono molto più gravi tenendo presente che la Turchia occupa del tutto illegalmente, già da 42 anni, una parte del territorio della Comunità Europea senza che questa abbia mai esperito alcunchè per reintegrarla nei propri confini geografici: solo insulse parole di augurio la cui ridicolaggine dimostra la completa, volontaria castrazione del governo comunitario per il quale i diritti di un Paese membro vengono totalmente disconosciuti e calpestati a favore proprio di un Paese ostile al Paese membro! Vergognosa decadenza morale!
A parte comunque l’occupazione illegittima del 37% del territorio della Repubblica Cipriota, tra l’altro anche confine esterno comunitario, le posizioni della Turchia non sono conformi alle risoluzioni delle Nazioni Unite, nè alle posizioni più volte ribadite dell’Unione Europea. Fino al 2014 la Turchia ha condotto una politica di ostruzionismo nei confronti della soluzione di pace e sin dalle prime trattative di Montreux i diversi fallimentari colloqui non possono che gravare la refrattarietà turca.
Le ultime trattative poi iniziate nel settembre 2014 prevedrebbero, teoricamente, come soluzione una sedicente federazione bicomunitaria bizonale. Sennonchè tutte le previsioni ivi contenute, ripetizione e aggravamento del famigerato Piano Annan respinto dai greco-.ciprioti nel 2004, preconizzano senza alcun’ombra di dubbio l’istituzione di una vera e propria confederazione di due comunità territorialmente e demograficamente distinte con tre amministrazioni, tre polizie, tre parlamenti, quattro cittadinanze con diritti diversi, un Senato ed una Corte Costituzionale composta da pari numero di componenti greco e turco ciprioti ad onta di una effettiva proporzione di popolazione di 4 greco-ciprioti per 1 turco-cipriota, oltre a diverse altre regole a carattere chiaramente confederale, ciò che significa una reale e definitiva bipartizione di Cipro in due stati differenziati ed autonomi.
Non solo, ma stati ancora e sempre assoggetati alle funzioni di garante assegnati a Turchia, Grecia e Gran Bretagna ai sensi del Trattato di Zurigo-Londra del 1960 imposto a Cipro all’atto della proclamazione della sua indipendenza dopo quattro anni di lotta (1955-1959) contro il colonialismo britannico.
Degna infine d’interesse ed esempio di superlativo cinismo è la previsione secondo cui, nella “Federazione Bicomunitaria Bizonale” gli introiti dallo sfruttamento della ricchezza idrocarburica dovranno essere divisi 50/50 tra lo stato degli 800.000 greco-ciprioti e lo stato dei 220.000 turco-ciprioti, quando tale ricchezza si trova tutta dalla parte dello stato greco-cipriota!
Non bisogna dimenticare che ispiratrice di tale progetto “federalistico” è la stessa Turchia tramite il “governo” del pseudo stato turco-cipriota, mentre imperdonabile torto grava sul presidente greco-cipriota Nikos Anastassiadis per averlo del tutto acriticamente accettato ed aver iniziato a discuterne le componenti con un altamente inconsiderato Comunicato Comune il settembre…………….
3. La risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 29 marzo 2013 a parte le solite auspicate procedure di “nuovo slancio” nei rapporti UE-Turchia, rileva un corposo numero di deficienze, trasgressioni, omissioni e incurie a carico della Turchia.
span style=”font-family: ‘Times New Roman’, serif;”>Da allora sino ad oggi non sembra proprio che la Turchia abbia ottemperato ai suoi obblighi verso l’UE. Al contrario, il regime di Erdogan è andato via via scivolando verso una politica di rabbioso revisionismo, sempre più arrogante e intrattabile, codificato peraltro nel libro dell’attuale Primo Ministro Ahmet Davùtoglu La profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia, divenuto la “Bibbia” della conduzione politica turco-ottomana insieme ai due Rapporti redatti nel 1956 dal docente di diritto internazionale Nihat Erim sulla politica da seguire a Cipro per la quale la soluzione ottimale non può che essere la divisione dell’isola in due stati distinti e separati.
Così nulla vieta – anzi, è praticamente certo – che la negatività della risoluzione del Parlamento Europeo del 29.3.12 abbia scatenato gl’istinti trasgressivi e di dominio tipici del sultanato ottomano nella compagine e classe governativa turca in considerazione di due parametri particolarmente determinanti:
1) le perplessità dell’UE riguardo alla volontà della Turchia di procedere al cospicuo numero di riforme richieste, così da porre in considerevole dubbio l’acquiescenza comunitaria alla domanda di adesione turca;
2) la certezza e la sicura volontà della stessa Turchia di non adempiere mai a tale cospicuo numero di riforme che sicuramente stravolgerebbe le caratteristiche e “tradizionali” strutture in tutti i campi della vita nazionale turca, compresa la stessa mentalità turca governata dalle più ristrette ascendenze coranico-islamiche.
L’affievolimento dell’interesse europeo nel periodo 2012-2014 per l’ansia adesionista della Turchia non poteva certamente rimanere senza alcuna reazione turca: era indispensabile per la Turchia condurre le cose a tale punto da costringere l’Unione Europea a considerarla indispensabile all’esistenza stessa dell’Unione!
Tale fine non essendo raggiungibile negli immediati rapporti euro-turchi nel quadro delle trattative di adesione arrenàtesi nelle secche di una generale fiacchezza, Erdogan inventa l’ostilità verso il siriano Assad, una insostenibile vertenza tra la Turchia “liberale” e la Siria “despotica”, accantonando con la massima spregiudicatezza tutti gli eccellenti rapporti sino allora intrattenuti con il regime siriano.
Coinvolgendo debitamente e, bisogna dirlo, con eccellente maestria, gli Stati Uniti che a loto volta, forse, sognavano un nuovo Iraq da conquistare nella scacchiera medioorientale, la Turchia organizza nel migliore dei modi una opposizione “democratica” e “islamica” all’”assolutismo” e all’”ateismo” del governo di Assad, vi inserisce e rinforza con l’assistenza statunitense le istanze di Al Qaida e produce il neocaliffato dell’ISIS, formidabile deterrente rivolto verso i paurosi e imbelli paesi europei in un inarrestabile e orrendo filmato di tagliagole opportunamente publicizzato nelle reti TV e internetiche.
In questo contesto è indubitabile che la diplomazia e la politica turca del triennio 2013-2015 è stata assolutamente perfetta e vincente, cogliendo nel “sonno dei giusti” tutti i “cervelloni” del governo dell’Unione Europea, in tal modo palesandone nella maniera più incontrovertibile la pochezza, per non dire insignificanza, della politica comunitaria.
Le atrocità succedùtesi quindi nella guerra in Siria, dilatate dalla grancassa di un ISIS padrone assoluto del campo fino all’intervento russo del 2015 (e a causa di questo adesso del tutto ridimensionato, almeno in apparenza) e le successive entrate in azione, a mo’ di domino, dei Curdi e dei filogovernativi siriani, degli iraniani, di Hesbollah ed altri “contendenti”, hanno provocato la totale disarticolazione etnica della Siria, come certamente si era prefissata l’iniziativa turca.
In questa cornice di avvenimenti una singolare situazione è venuta ad instaurarsi: e cioè sembra molto strano che, mentre le folle di “migranti” e “profughi” fino a metà 2015 si concentrassero in prevalenza sulla rotta di Lampedusa e Sicilia gravando quasi esclusivamente l’Italia e insignificatamente la Grecia nei suoi confini insulari con la Turchia(Lesbo, Chios, Samos, Kos, Rodi), da un certo momento in poi e all’improvviso cessano quasi del tutto i barconi e i naufragi vicino alle coste italiane(e nessuno più in TV ne parla e ne mostra in Italia, mentre sino as allora continuo ne era lo stillicidio televisivo), e cominciano gli “arrivi” e i naufragi dei barconi in un rapido crescendo di proporzioni geometriche sulle coste delle predette isole greche, provenienti dal litorale turco, lungo i quasi 700 chilometri nei quali prendono ad accalcarsi masse sempre più numerose, centinaia di migliaia di “fuggitivi”, non solo siriani (che sarebbe comprensibile), ma, nella generale confusione e disordine della calca, anche afgani, pakistani, iracheni, addirittura algerini, marocchini, tunisini, libici, ganesi, sudanesi, tutto un caleidoscopio musulmano, e chi più ne ha più ne metta, insieme a donne e bambini(migliaia di bambini), perfino neonati, vecchi e vecchie, perfino donne incinte all’ultimo mese di gravidanza, in una incredibile invasione senza sosta, una marea umana che inonda la Grecia costretta, suo malgrado e senza alcuna colpa, in piena e tremenda crisi economico-sociale, a mantenerla a proprie spese, divenendo un immenso hotspots di biblico disumano orrore.
E si tenga presente che, mentre l’UE promette alla Turchia mari e monti (6 miliardi di euro, liberalizzazione dei visti agli 80 milioni di turchi(!), apertura di almeno cinque capitoli di adesione e addirittura la fissazione della data di discussione dell’adesione, il che renderebbe improcrastinabile la data di ingresso turco nell’Unione, con tutti i devastanti esiti immaginabili) per “trattenere” i fuggitivi mediorientali e africani e non farli sbarcare alle isole greche e in Tracia occidentale, cosa che la Turchia si guarda bene dal fare continuando a mantenere e guidare la rete organizzativa che sulle coste micrasiatiche muove le fila del “movimento migratorio” e mirando ad altri ricatti con altre, maggiori concessioni da parte dell’UE, quest’ultima nella sua somma “benevolenza” promette alla Grecia lo sblocco di un finanziamento “monstre” di…cento milioni di euro!!
Sicuramente nessuno può negare che sia stato posto in atto un gigantesco e complicato piano di destabilizzazione e quindi di indebolimento innanzi tutto della Grecia, le cui frontiere con la Turchia si trovano attualmente in una più che precaria situazione di stallo, ivi compresa la zona di tutto l’Egeo, competenza del FIR di Atene; e in parallelo anche dell’intera UE sottoposta all’angosciante pressione di decine di migliaia di musulmani “parcheggiati” nel territorio greco ed altre centinaia di migliaia in attesa del “traghettamento”, visto che la presenza delle navi NATO non sta lì per bloccare gli sbarchi alle isole greche, ma solo per costituire l’agognata seconda base USA in Grecia per un miglior controllo e ispezione della “nave” greca, nonchè (con una fava due piccioni) il modo più semplice e senza contrasti per allontanare l’eventualità di una presenza russa nello stesso Egeo.
Tutto ciò non può che confermare a chiare lettere l’imputabilità della Turchia nella crisi migratoria che sembra infinita e destinata a schiantare le relazioni intercomunitarie sempre più turbate e alterate da una feroce recrudescenza di nazionalismi ed estremismi che pongono i paesi della Comunità l’uno contro l’altro con indebite chiusure di confini e rifiuti di accogliere profughi.
In tal modo la Turchia, rea di aver provocato l’accensione della scintilla bellica in Siria, fino allora vissuta nella pace e nella tranquillità, e il conseguente tsunami migratorio, vorrebbe adesso porsi quale arbitro e regolatore della situazione in un paradossale processo ricattatorio avverso tutti i Paesi UE, e questo a causa di una politica comunitaria ancora del tutto sballata, folle, disastrosa e criminale. Una politica guidata dalla statunitense longa manus(d’altronde l’Unione Europea, come peraltro l’Euro, non sono prodotti degli USA?!), esercitata da capi di governi inetti e insignificanti, egoisti e arroganti, cagnolini ubbidienti nel Circo Americano, e da un governo comunitario corrotto (basta pensare a Juncker e al Lussemburgo!) all’inverosimile da peccaminose condiscendenze verso uno stato e un regime allodosso foriero solo di adulterazioni e dissoluzioni etniche, religiose e sociali.
4. Cipro e crisi migratoria sono due dei frutti velenosi che la Turchia offre all’Unione Europea in cambio dei miliardi dei cittadini comunitari! Una operazione in pura perdita!
Tutto sta adesso nel vedere se l’UE si renderà finalmente conto del mortale pericolo che sta correndo e, sganciandosi dalla tutela americana e dalla falsità dell’amicizia euro-turca, sarà in grado di opporre una valida politica di imbrigliamento delle utopie islamiche di Erdogan, con la diplomazia o/e con la forza militare, con la forza comunque dell’economia e delle finanze di cui la Turchia è tremendamente affamata – l’unico punto, questo, che duole alla Turchia, geneticamente nemica dei popoli europei(che sin dal XVIo secolo ha invano cercato di conquistare) e abitudinaria nei ricatti e nei mercanteggiamenti orientali di ogni genere2 come d’altronde apertamente riconosciuto dal Primo Ministro Davùtoglu.
D’altra parte è assolutamente inamissibile che Bruxelles, nella sua incapacità e impotenza di gestire nell’interesse dell’Europa il problema migratorio e in genere i problemi con la Turchia, chiedano sempre alla Grecia e a Cipro di cedere alle pretese turche senza alcun contraccambio, come peraltro sarebbe ora che Grecia e Cipro pongano tutti i veto cui hanno diritto se la Turchia non intende realizzare le obbligazioni cui è tenuta. Ed è altresì ora che UE e USA la smettano di procedere ad ossessive pressioni su Grecia e Cipro per costringerle con ricatti e minacce di vario genere ad assecondare e facilitare i vantaggi a favore della Turchia ostinatamente fedifraga!

1) I negoziati di adesione della Turchia all’Unione Europea hanno avuto inizio il 3 ottobre 2005.
2) Troppo si potrebbe discutere in merito a ciò che è e fa la Turchia. Troppi argomenti sul suo conto si potrebbero aporire senza possibilità di chiuderli. Troppo lontana è la Turchia dai modelli etici, culturali, sociali, religiosi, storici, politici e tradizionali dei paesi europei. Di tutto ciò si dovrà pur un giorno tener conto e trarre le dovute conseguenze, tenuto a priori conto che l’europeizzazione della Turchia è strepitosamente e irreversibilmente fallita! Più presto gli europei ne avranno coscienza e meglio sarà per l’Europa.

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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2016 da in quale Europa? con tag , , , , .
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