perìgeion

un atto di poesia

Giorgio Galli: le morti felici 2

 

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Sotto la pietra di uno degli avelli, a destra, a breve altezza dalla roccia che strapiomba, Böcklin ha scritto il proprio nome con le sole iniziali, come soleva fare: “A.B.” Terminato di edificare la sua isola, di sconfinare quel mare desolato, Böcklin riservò a sé uno dei loculi, per abitarlo da morto e magari da vivo.

Alberto Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia

 

Morte di Icaro

“Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole.”

 

Morte di Turoldo

“Meglio sparire. Inabissarsi nel proprio lavoro e non lasciar traccia della propria imperfezione spirituale. A che pro tramandare il ricordo dei peccati, delle debolezze della carne, delle mucose del corpo, del tritume dei traffici terreni? Dopo aver raccolto le gesta di Rolando, sarebbe stato un errore voler essere anche tutto il resto. Il poema è ciò che resta. Io sarò un nome anonimo, un piccolo Omero. Ho scritto il mio nome nell’ultima lassa del poema: Ci falt la gest que Turoldus declinet. E’ il mio unico rimpianto. Ho peccato di vanità. In fondo alla Chanson de Roland, questo verso è un ben povero verso.”

 

Lasciti di Leonino e Perotino

Da un voluminoso libro medioevale, il Magnus Liber Organi de Gradali ed Antiphonario, raccolta di canti gregoriani composti per il servizio divino e mai attribuiti a veruno (era l’epoca dell’arte anonima: le chiese non avevano autore, e dei loro architetti è rimasta oggi solo la pietra) affiorano dei canti su cui una mano ha annotato un nome: Magister Perotinus. Chi era Perotino? Il giorno di Natale del 1198 venne eseguito a Notre-Dame il Viderunt Omnes di Perotino. E’ la prima data della storia della musica. La seconda è il 26 dicembre del 1199, quando nella stessa cattedrale venne eseguito il Sederunt Princeps, sempre di Perotino. Il primo trattato di storia musicale è stato scritto da un inglese sconosciuto: lo conosciamo come Anonimo IV. L’Anonimo IV chiama Perotino optimus discantor, eccelso autore di discanti. In un’epoca di anonimi, Perotino ebbe un nome. E questo è tutto. Ebbe un nome perché compose per primo, nella sua epoca, musiche a più di due voci? Non si sa. Si sa di lui, e si sa di Leonino, Magister Leoninus, il musicista che iniziò a raccogliere i canti del Magnus Liber. Anche di Leonino si è conservato il nome. Il nome, e nulla più. Leonino, Magister Leoninus, aveva composto canti a due voci, due voci che sviluppavano ognuna una propria melodia, con un proprio ritmo. Perché ci è arrivato il suo nome? Perché ha iniziato il Liber? Perché ha inventato il canto a due voci?
Qualcuno chiamò Leonino optimus organista, che vuole dire eccelso compositore. Viene un dubbio: Leonino e Perotino sono i primi nomi perché la loro musica era bella? Ma allora, perché non si conosce il nome dell’architetto della cattedrale di Chartres?
C’è un’altra possibilità. Quei due nomi che aggettano dall’ombra anonima del Medioevo testimoniano un primo barlume di un cambiamento epocale. Come la prospettiva ha introdotto in pittura il punto di vista dell’uomo, da quei due nomi emerge, per la prima volta, il canto di due autori e non il canto di una folla d’anime. Non più note senza mano elevate per il servizio divino, voci evanescenti timorose di esistere in un’epoca che legava la spiritualità alla morte, ma il lavoro di due esseri umani. Dopo Leonino e Perotino, altri maestri lasciarono il proprio nome sui canti, e i canti divennero più complessi, divennero perfino profani. Forse noi ora siamo al polo opposto, siamo troppo bramosi di metter la firma su tutto. Forse dovremmo imparare qualcosa da quegli antichi maestri che arretravano di fronte alla propria stessa musica, che si preoccupavano solo di aggiungere un tassello alla Bellezza, senza pensare di attribuirselo.
Poco prima di morire, nel 1971, Igor Stravinsky dichiarò: “Sono nato nell’epoca sbagliata, nel senso che per temperamento e carattere sarei stato più adatto alla vita di un piccolo Bach, trascorsa in provincia a comporre musica destinata solo alla gloria di Dio”… La musica di Stravinsky è tutta un voler sparire dell’uomo dietro la sua opera. Più commovente ancora è il fatto che, alla domanda su quali autori stesse studiando, il vecchio Stravinsky rispose: Leonino e Perotino, e gli ultimi quartetti di Beethoven.

 

Morte di Kafka

“Cara Esther, mi dica pure che sono pazzo, o mi dica come tutti che sono così stupido che non so elevarmi nemmeno alla sublimità della follia. Forse ha ragione. Egli stesso ha scritto nei Diari che io non lo capivo. Ma, che Kafka non potesse esser felice, che l’infelicità gli fosse connaturale lo può credere solo chi non lo ha visto ridere. Io credo e affermo che morì felice. Per la prima volta in vita sua amava una donna: non fu come con Felice o con Milena, per le quali ebbe infatuazioni, amicizie amorose. Di Dora, Kafka fu innamorato. E lei di lui. Stava progettando una vita nuova con Dora. Ed io affermo che il mio amico Kafka non mi chiese di distruggere i suoi scritti per disperazione, ma perché finalmente era felice e non voleva lasciar traccia della passata infelicità. E affermo di aver disobbedito all’ordine nella convinzione che lui stesso, fosse arrivato più in là con gli anni, si sarebbe pentito di avermelo dato. Io credo che Kafka non fosse obiettivo, perché chiunque, quando trova libertà e dignità, vuol cancellare il ricordo di quand’era umiliato e intrappolato. Ma io avevo il dovere di difendere un valore che andava oltre la volontà del mio amico: il valore della sua opera. Fosse ancora vivo, e guardasse alla sua vita con gli occhi di un vecchio, non solo non si vergognerebbe di esser stato prigioniero, ma vorrebbe raccontare come s’era liberato. Non ha potuto farlo. La morte arrivò come un balsamo. Non riusciva più nemmeno a deglutire. Sentì avvicinarsi la morte e si tranquillizzò. ‘Non si preoccupi’, disse il dottore, ‘non vado via’. ‘Ma vado via io’, rispose Kafka. Morì sapendo di lasciare una vita incompleta, ma sapendo che ce l’aveva fatta: che la felicità non era stata completata, ma lui aveva fatto tutto quello che poteva per raggiungerla. Sapeva di aver fatto la sua parte: che per lui fu sempre la cosa più importante.

Suo
Max Brod”

 

Morte di Toscanini

“Sono così stanco di essere il M.o Arturo Toscanini, che mi secca perfino di leggere il mio nome”, aveva scritto in una delle ultime lettere, e c’era da credergli. La faccia triste con cui si presentava ai concerti non era una posa. Lo aveva scritto perfino alla sua amante, Ada Mainardi, in una lettera che più privata non poteva essere, e che oggi è pubblicata in un libro: “Io non sono come i Furtwängler, i Walter: loro li vedi sorridere, quasi svenire sul podio. Io no: io soffro.” Però soffrì di più quando dovette abbandonare il podio: quando la sua orchestra venne sciolta, e lui si sentì responsabile per gli orchestrali che perdevano il lavoro. Quando, all’ultimo concerto, aveva avuto per la prima volta un breve vuoto di memoria, per la prima volta in sessant’anni, lui ch’era famoso per la sua memoria!, e per la vergogna e il dolore non era riuscito nemmeno a concludere l’esecuzione: sugli ultimi accordi, era uscito senza prendere gli applausi, senza nemmeno dare le ultime indicazioni all’orchestra: gli orchestrali avevano concluso da soli. Le ultime note risuonavano ancora e il Maestrissimo, come lo chiamavano, era già uscito. Aveva attraversato da leone la storia della musica, dall’epoca di Verdi a quella di Stravinsky. Aveva concluso con quell’unico vuoto di memoria il quattro aprile del ‘54. Le sue speranze erano riposte in Guido Cantelli. Era l’unico direttore su cui non avesse da ridire. Guido era giovane, ma sapeva fare già qualunque cosa, e sempre bene. Aveva la sua stessa idea dell’interpretazione. Gli mancava solo quel salto di qualità che lo avrebbe reso finalmente Guido Cantelli e non solo il continuatore di Toscanini. E Toscanini si crucciava, non era sicuro che Guido ce l’avrebbe fatta. “Mi domando se non si brucerà tutto in una volta” aveva confidato ad Iris, la moglie di Guido. Guido era uno di quei giovani che danno tutto da subito. Nella musica come nell’antifascismo, si era speso tutto. Era perfino più intransigente di Toscanini. Non sapeva dosare. Nei filmati, il gesto di Toscanini è scarno. Quello di Cantelli è esuberante. Non era solo la gioventù. Era il carattere di Guido più romantico di quello del maestro. Concedeva così poco al piacere del suono che quasi non aveva un suo suono. La sua orchestra era asciutta come il bucato. Di questo si crucciava Toscanini, e non sapeva che Guido era già morto perché non glielo avevano detto. A novant’anni, stava seduto sulla sua poltrona, mezzo cieco oramai, e non sapeva che Cantelli era morto. Nessuno glielo aveva detto. Le giornate, a dicembre del ‘56, erano limpide e secche come l’orchestra di Guido: il cielo era chiaro, la temperatura buona. Solo qualche macchia di vento e di freddo dove non c’era il sole. Ma Toscanini stava seduto alla sua poltrona, e pensava: perché Guido non telefona da mesi? Quanti mesi, tre, quattro? “Ha tanto da fare”, gli ripeteva la sua segretaria Anita Colombo. E suo figlio, Walter Toscanini, s’inventava telegrammi di Guido, e messaggi di sua moglie Iris. Ma Guido era morto a novembre in un incidente aereo e Iris lo stava piangendo. Toscanini dalla poltrona ascoltava alla radio un Concerto brandeburghese eseguito da un complesso di giovani. Gli piacevano i concerti dei giovani. Soprattutto la musica barocca. Lui non aveva mai trovato la chiave della musica barocca. Era convinto che andasse eseguita in modo libero, ispirato, vivace, ma non aveva capito come renderla. Invidiava Casals. Invidiava Stokowski. Loro avevano trovato una chiave: non quella giusta, forse, ma una chiave. Lui s’era arreso. Aveva sempre fatto così: quando qualcosa non la capiva, non la eseguiva. Nemmeno Mozart gli era congeniale. E aveva smesso d’eseguirlo. Forse Guido avrebbe trovato la chiave: Guido sapeva adattarsi a qualsiasi epoca, suonava in modo esatto tanto la Quinta di Caikovskij che Busoni… Toscanini lo invidiava, ed era preoccupato: l’interprete deve sparire, deve servire la musica, ma non può far sentire il proprio desiderio di sparire. Guido è così idealista che forse fa sentire, nelle esecuzioni, il suo desiderio di sparire, il suo troppo rigore. Che invidia Guido, che può continuare a dirigere! Che invidia che ha ancora tanto da imparare! Speriamo non si bruci. Guido era come Turno, come Achille: bisognava stare attenti che non si spegnesse presto. Chiese che gli mettessero un disco: ascoltò se stesso nell’unica registrazione di un Concerto brandeburghese. Però non è male, pensò. E fu il maggior complimento che in vita sua avesse fatto a una propria esecuzione. Poi lo chiamarono, era pronto in tavola per il cenone di Capodanno. Toscanini mangiò, parlò, scherzò. Poi si mise a dormire. Quella notte ebbe il primo ictus.

 

Morte di Cioran

“Io non sono un nichilista: non sono nulla. Ho la felicità dei disperati. Costantin Noica, povero Costantin, ha scritto che nessuno si è mai suicidato con un libro di Cioran fra le mani. E’ perché sono un fallito. Ho avuto amicizie, ho amato, ho goduto la vita come sa fare solo chi, dalla vita, non si aspetta niente. Non potevo restare deluso. Vedevo la vita con gli occhi dei falliti e dei cani. Vedevo l’uomo con lo sguardo maestoso di un cavallo. Spirito vuoto, mente vuota. Ma occhi aperti. Ho solo registrato le cose. Quello che ho visto, ho scritto, senza l’intrusione dei sentimenti o degli ideali. Non sono pessimista: il pessimismo discende dall’essere stati ottimisti. E’ la delusione che fa il pessimista, ed io non mi sono sentito mai deluso. Accapigliatevi con la mia ‘opera’. Scoprirete che molto è stato un gioco. Non sopravvive al nulla colui che non sa giocare.”

 

Qui la prima serie delle “Morti felici” di Giorgio Galli.

 

 

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7 commenti su “Giorgio Galli: le morti felici 2

  1. Antonio Devicienti
    23/06/2016

    Marco Ercolani ha ragione: ma quando ci si accorgerà di uno scrittore come Giorgio Galli?

    Liked by 2 people

  2. anna bergna
    23/06/2016

    intanto ce ne siamo accorti in un certo numero; c’è molto rumore in giro, troppo per distinguere voci che si presentano con saggia modestia… se penso quanto si adopera Giorgio per ascoltare e far ascoltare e quanto sa dialogare con i pensieri degli altri e con le loro vite, vedo quanta arbitraria fortuna si distribuisca casualmente e quanta anche ingiustamente
    Io devo molto a Giorgio.

    Liked by 1 persona

  3. marco ercolani
    24/06/2016

    Ribadisco le parole di Antonio e quelle di Anna. Giorgio è un grande ascoltatore di vite e sa sempre parlarne con la SUA VOCE. Spero che il caso, e l’amicizia, gli offrano un futuro meno segreto. Marco

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  4. Lucetta Frisa
    24/06/2016

    pagine bellissime.emozionanti, felice di leggerle,felice in vita….lucetta

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  5. ninoiacovella
    24/06/2016

    Trovo questi testi sublimi. Molte affinità con la grande scrittura di Marco Ercolani che traccia una sorta di linea di demarcazione tra ciò che è bello e ben scritto, da quello che sta giusto un gradino più in su: la letteratura.
    Grazie per essere qui.
    Nino

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  6. Giorgio Galli
    24/06/2016

    Grazie a tutti per quello che avete scritto. Il mio debito con Ercolani è esplicito e nasce sia da un sentire comune che dal fertilizzante dialogo letterario e umano con lui. In realtà ognuno di voi mi ha arricchito e insegnato, Anna, Lucetta, Antonio, tutta la redazione di Perìgeion; per cui, se davvero sto facendo un buon lavoro con queste Morti felici, voi lo avete fatto, anche inconsapevolmente, con me. Fretta di esser visibile non ne ho. Mi interessa migliorare. Mi interessa che mi ascolti chi ha piacere ad ascoltarmi. E poi nulla, posso solo dire ancora grazie, e scusate se ho aspettato a rispondervi ma mi avete un po’ spiazzato coi vostri commenti così positivi.

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  7. Giorgio Galli
    25/06/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

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