perìgeion

un atto di poesia

Novella Torre, Qualcosa che cade

novella-rot

Roberto R. Corsi

Il titolo di questo ciclo datato 2013 della fiorentina Novella Torre non può non portarci alla coda dell’ultima elegia duinese: “una cosa che cade” o “mentre cade”, secondo la versione/visione di Franco Rella (quasi a ribadire, come nel famoso film La haine di Kassovitz, che il problema non è la caduta, è l’atterraggio). In qualsivoglia accezione, qui non c’è però alcuna rilkiana felicità, salvo quella intuibile nel passato prossimo di una progettazione esistenziale, concreta come una casa e cadenzata come una “antologia”: forse un’antologia palatina, amorosa? forse un più prosaico manuale dei nostri tempi, un personal planning a uscite settimanali, con tappe forzate convivenza- matrimonio-marmocchi?
Avvertiamo che qualcosa precipita. E l’ambiente domestico, declinato per minime strutture (interruttori, schermo, paletto e chiave; poi muri, concreti e simbolici) si trasforma dal cliché del luogo di conforto in teatro di incomunicabilità e di ricordo, con un senso di inadeguatezza (il ritratto della nonna, giudice silenzioso e austero), di frustrazione, e un riflesso di fuga all’indietro verso marittimi spazi aperti.
Da queste sette prove, che ho avuto la fortuna di ascoltare in un multireading decembrino a tema “la casa della poesia”, traspare lo stile di una poetessa che nel corso degli anni ha trovato riconoscimenti di pregio; tra gli altri, l’inclusione nell’antologia “Nodo sottile IV” di Crocetti e il primo premio alla Biennale di Alessandria 2008.
La poesia di Torre ha lunghi arti e giunture (nodi!) sottili; in essa, spesso contrassegnata da sofferenza, il dickinsoniano senso solenne retroagisce e corre non “dopo” ma in parallelo al dolore, senza mai tracimare in violenza (eccettuata la, comunque sintomatica, “toccata e fuga” della minaccia di una vanga in testa, che però permane, inascoltata, nel regno delle ipotesi).
La rarefazione della gravità esistenziale, la scelta lessicale e la fluidità del verso determinano una musicalità avvolgente ma senza fortissimo che mi ricorda l’esperienza di ascolto del Pélleas di Debussy.

_______________________________

lenzuola fresche al vento di febbraio
il profumo nei capelli già perduto
al tuo ritorno. Abbiamo scavato un muro,
di pomeriggio tardi, per trovare
il posto del riposo nella settimana
intanto cala la sera l’ennesima e niente
si è avverato, niente di tutta l’antologia

***

la nonna scura guarda dal ritratto, la fronte
senza parole accanto all’interruttore
Qualche secondo sulla porta
per chiudere paletto e chiave. Troppo tardi
per chiudere fuori quella che parlava forte
per farsi conoscere per conquistare
questo mondo che non è ancora a sua misura

***

tu non sei più qui, i piedi nel mare
di trifogli dove riposa la primavera.
Imparo a dire che questo è sufficiente
ma qualcosa non è ancora, e allora fa’ vedere
che parli che senti da lì dove ti trovi
perché da questo tempo non riusciamo
da soli a ripartire, come i rondoni che atterrano
senza poter più volare

***

chissà dove mi trovo anch’io. L’ennesima minaccia
è come non ti tocchi, la vanga che ti spacco in testa
se solo ricominci, un’estate che sembrava nascere
dal muro che scavavo e costruivo. Chissà che cosa pensi
da mesi di pazienza alle mie porte che si chiudono.
Il tuo dolore è senza pane, senza vita né protesta
Il mio come un gufo o un anno perso si dispera

***

la faccia di tuo figlio che mi guarda coi tuoi denti
le fessure che si aprono come le nostre mai più chiuse,
e io dico siete uguali. Io sono più vecchia di mio padre
e so che nei luoghi di un tempo ancora sopravvive
il desiderio di sabbia di mare della stoffa dove mettersi
sedute e giocare senza lasciare che passi una giornata
so che quando me ne sono andata tu hai vissuto ancora
nel negativo tuo che si accosta e ti sorride
ti chiede “ma quello sono io e questa chi era”

***

immagina come ci si possa sentire dopo
aver lavorato a qualcosa che cade
mentre salgono le file dei mattoni
pensa al sollievo voltate le spalle
alla lotta svolta da soli
qui si dorme accanto sul precipizio
perché arrampicarsi a cercare frutti
fuori stagione
sdoppiarsi per vivere a metà
mani sulle orecchie piedi in aria
rassegnati a mezzo come
un bagno sotto la pioggia
quanto è possibile – comprendo solo adesso

***

la casa è ampia e tra le stanze corrono
i rumori. Meno di quanto l’armatura
cigoli, tu ascolti quanto dicono
allo schermo: guardo dal davanzale
il sonno degli uccelli e mi appendo
dietro a un muro come non vi fossero
strade né spazio nell’aprire. In fondo
che pretendere da quattro mura chiuse
da un soffitto, due nomi su un foglio
macchie umide
polvere e mattoni ed io
non aspetto nient’altro
_________________________

Foto gentilmente concessa dall’A.

Annunci

Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

2 commenti su “Novella Torre, Qualcosa che cade

  1. Pingback: Novella Torre, Qualcosa che cade (su Perìgeion) | Roberto R. Corsi

  2. Marilena
    20/10/2016

    Ho apprezzato molto queste poesie, il linguaggio scarno che non fa sconti al presente e nemmeno al futuro. Molto bene 🙂

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 05/07/2016 da in poesia, poesia italiana con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: