perìgeion

un atto di poesia

Cinque poesie di Silvia Rosa.

A  cura di Christian Tito.

 

CAM03547~2

 

 

PRIMAVERA ALTRA

Il giovane corpo robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro un nido
di ricci: quanto tempo è passato? mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove,
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

 

 

AGOSTO, UN GIORNO QUALUNQUE

[per G.]

Ti ho portato nella mia borsa
in un sacchetto di plastica bianco
orologio portafogli le chiavi di casa e dell’auto
tutto quello che resta di te, oggi.
Ho contato i passi di tua figlia (avanti e
indietro freddo dopo freddo fino
all’ultima stanza numerata senza finestre),
ho raccolto tutte le sue lacrime
ma qualcuna è rimasta in attesa
dietro al vetro in cui stavi, sembravi
come a Natale quando dopo mangiato
ti addormentavi sulla poltrona un poco.
Agosto non è che un mese qualunque
e qualunque era anche questo giorno
‒ non c’è un modo migliore di andarsene,
dicono, né un tempo più giusto, forse ‒,
ma ho pensato al rumore delle presse,
alla catena di montaggio in un tonfo metallico,
allo scoppio improvviso del tuo cuore
un ingranaggio imperfetto in mezzo
alla perfezione d’acciaio delle altre macchine,
ho pensato che non si sono fermate
in questo giorno di lavoro qualunque,
mentre intorno a te una frattura profonda,
una crepa di ghiaccio ha infranto l’estate
e il sole è diventato la luce artificiale pallida
che hai visto un secondo prima che tutto
avesse una fine.

 

 

UN POCO PIÙ  *

Come dire bocca
senza la tua bocca
senza i tuoi occhi
dire occhi come
triangoli affilati
dall’assenza che spingono
nel rosso verticale
– non ho voglie che macchino i vestiti
tra gli sguardi sbiaditi lenti
in successione identica –
le punte accese dentro
la carne di un pensiero
lì da capo, nel nido scuro
della nuca.

Quanto manca sotto
le prime vertebre e il seno
quanta porzione di passi e
di carezze, una metà in silenzio
in attesa una tessera smussata
di mosaico, pensando al resto di te,
lontano tutta l’era del disgelo,
l’altra parte di me
che ti appartengo per intero
dopo ogni avverbio dopo l’elenco pallido
di ogni sospensione e poi a seguire
il punto del discorso, io perdo la visione netta
del (tuo) volto io mi perdo i contorni,
e aspetto che il tuo corpo completi l’illusione
d’essere un poco più del niente
che mi porto addosso.

 

 

NEMMENO

Le notti solitarie abbarbicate
ai sensi muti, nemmeno il lavorio
delle mie mani contro i tasti
di un computer, e giù fino allo spacco
tra le cosce – rassegnate a stare orfane,
a perdere la sfacciataggine
delle stagioni giovani – al ritmo di un attore
porno che muove il culo fino in fondo
nel biancore rosseggiante umido di un sesso
che non è il mio, nemmeno l’attimo di godimento
che sopraggiunge asincrono, mentre
le icone in carne e gemiti scopano instancabili
in una lingua altra – l’inglese è la tomba
dell’orgasmo in differita, ma certo, vale qui
più che altrove la massima de gustibus –
in queste notti di noia, di luci troppo fioche
di pensieri gonfi d’una certa nostalgia appiccicosa,
nemmeno niente mi basta a qualcosa che
non so nemmeno io

ma in realtà volevo scriverti che non mi è mai importato
il piacere in sé, o come si chiama quella cosa per cui la gente
tende a denudarsi in senso letterale e raramente
metaforico, a unirsi in un abbraccio di sudore e di saliva,
m’importa di non stare sola con me stessa, con questo corpo
che non so che cosa farci, sentire che mi perdo e perdermi
ancora in una voragine che finalmente non ha più il mio nome,
guardarti per non vedere intorno altro per mettere da parte
il mondo, e tanto spreco tanto schianto tanto consegnarmi
con l’anima bagnata di tutto punto come un dono,
esposta sotto la pioggia delle tue mani, che pensano
di starmi dentro in un luogo diciamo più carnale,
nemmeno questo conta infine, ma solo due parole
– ti amo – ripetute, nemmeno fosse un mantra che
dispensa sicura guarigione, le notti e i giorni spersi
a rendere lo specchio più gradevole per chi, mio dio,
mi chiedo a volte, ma la pornografia del vuoto e la dittatura
dell’amore lasciano il tempo che trovano, e sta dunque
al mio orologio biologico smettere l’ermeneutica dei sospiri
la litania dei sentimentalismi, la mistica del senso ad ogni costo

del resto non è nemmeno troppo tardi per farsi
di silenzio, senza posticci desideri sulle labbra
e nelle mutande miti falsi, per imparare l’arte autentica
– scopare seriamente –

 

 

QUELLA VOLTA

Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
al centro al cuore
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

 

 

 

*La poesia “UN POCO PIÙ” è già apparsa nel blog Words Social Forum.
Gli altri testi sono tutti inediti.

 

Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino (2008/2009). Ha fondato e presiede l’Associazione Culturale ART 10100 ed è tra gli ideatori e curatori del “FestivART della FOLLIA” e del progetto “Medicamenta- lingua di donna altre scritture”. Fa parte della redazione di Argo e cura per NiedernGasse la rubrica “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. Ha all’attivo diverse collaborazioni nel campo delle arti visive e la pubblicazione di ebook fotopoetici, tra cui “Corrispondenza(d)al limite [Fenomenologia di un inizio all’inverso]” Clepsydra Edizioni 2011 (con immagini fotografiche di Giusy Calia). Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, pubblicato a puntate sulla rivista internazionale di poesia Iris News e sulla rivista Versante Ripido. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: il saggio di storia contemporanea “Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960)”, Ananke Edizioni, 2013; le raccolte poetiche: “Genealogia imperfetta”, La Vita Felice 2014; “SoloMinuscolaScrittura” (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti), La vita Felice, 2012; “Di sole voci”, LietoColle Editore 2010 (II ediz. 2012); il libro di racconti: “Del suo essere un corpo”, Montedit Edizioni, 2010.

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

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8 commenti su “Cinque poesie di Silvia Rosa.

  1. Carla Bariffi
    08/07/2016

    la poesia *Nemmeno* meriterebbe uno spazio a se …

    Ottima Rosa!

    Liked by 1 persona

  2. francescotomada
    08/07/2016

    Mi piace molto questa poesia così decisa e senza rete.
    Molto molto. Ci sarebbe bisogno dappertutto di tanta chiarezza.

    Francesco

    Mi piace

  3. christiantito
    08/07/2016

    Sono le qualità che ho ammirato da subito in Silvia, Francesco. Prendiamo il testo “Nemmeno”, intenso e coraggiosissimo, come ebbi modo di dire alla stessa autrice, mi ha veramente colpito non perché espone la nudità del corpo e i suoi segreti, ma perché mette a nudo davvero la sua anima, le sue aspirazioni, le sue delusioni e le sue fragilità, cosa enormemente più difficile. “Ci sarebbe bisogno dappertutto di tanta chiarezza”, sono d’accordo! Brava Silvia!

    Mi piace

  4. ninoiacovella
    10/07/2016

    Belle. Belle poesie quelle di Silvia Rosa che sa scrivere di un intimismo autentico. Mi piace molto l’armonia delle costruzioni retoriche: sempre coerenti e allo stesso spiazzanti.
    Nino

    Mi piace

  5. Giorgio Galli
    10/07/2016

    Sono sbalordito. Mi unisco ai commenti di Carla, Francesco, Nino.

    Liked by 2 people

  6. Silvia Rosa
    11/07/2016

    Ringrazio di cuore Christian Tito e la redazione tutta per l’ospitalità: sono felice che i miei testi siano stati accolti – con cura e calore – in questo luogo di bellezza e poesia.

    Il mio grazie per l’attenzione va poi a chi si è soffermato a leggerli e a chi ha anche voluto lasciare un suo commento per me.

    [Chiarezza, autenticità, intimismo sono parole che amo profondamente.]

    Un caro saluto

    Silvia

    Liked by 1 persona

  7. almerighi
    12/07/2016

    trovo convincente questo modo di comporre, complimenti

    Liked by 2 people

  8. anna salvini
    13/07/2016

    Una gran bella scrittura quella di Silvia, complimenti!
    D’accordo su quanto già scritto per il testo “Nemmeno”, aggiungo che più si esponeva nella scrittura, più l’ho trovato pudico, intenso, fragile, con una sua forza sotterranea che mi piace molto.
    La poesia “Quella volta” mi ha toccata profondamente… da un grande “taglio” la determinazione ad esserci e continuare, con tutte le fatiche e le speranze…

    Grazie, un’ottima proposta.

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 08/07/2016 da in poesia, poesia italiana con tag , .
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