perìgeion

un atto di poesia

Italo Testa, Tutto accade ovunque

 gordon matta3 testa

di Giusi Drago

Il libro di Italo Testa Tutto accade ovunque si compone di quattro poemetti tutti giocati su iterazioni che realizzano una sorta di sincronicità: chi legge queste poesie vede più cose simultaneamente. Non solo: in esse la differenza fra l’io e il mondo, fra ciò che è familiare e ciò che è estraneo tende ad annullarsi; azione e agito, causa ed effetto si confondono. Il che accade sia quando la scrittura cerca di abolire ogni distanza fra ciò che è interno e ciò che è esterno, come nella prima sezione – la casa perfetta –, sia quando si sforza di descrivere e comprendere, nella terza sezione, i percorsi tracciati da inquiete presenze, i camminatori. Molto di interessante è già stato scritto sui Camminatori (pubblicati come plaquette dal premio Ciampi-Valigie rosse nel 2013): mi limito qui a sottolineare che tali figure interscambiabili (ho provato a contarli / non tornano / mai le somme / si scambiano / gli uni con gli altri / probabili sosia / o sempre gli stessi) si manifestano a prima vista come entità aliene e infestanti (richiamando forse l’incessante vagare dei pensieri, meglio se ossessivi) al pari della biblica piaga delle cavallette. A ben vedere però quel loro moto perpetuo, pur essendo meccanico, rigido e senza una vera meta, non è né minaccioso né incombente: i camminatori sono sì insensibili e niente affatto “dialoganti” (descrivono / le loro rotte / eccentriche / per ore ininterrotte / poi unanimi / e senza far parola / convergono), ma non costituiscono una minaccia, almeno non una che possa provenire da ciò che è individuale e unico: sembrano piuttosto il  prodotto di una psiche o psicosi collettiva che ha rotto gli argini della coscienza individuale, e come tali si riversano per le strade, di preferenza periferiche e anonime, della città. Esprimono l’alienazione urbana, sono non-persone in non-luoghi. I camminatori non vogliono essere osservati né interpellati, non c’è una vera interazione né fra loro né con chi li osserva. L’incipit di alcune poesie descrive i tentativi compiuti per entrare in contatto con questi strani esseri: ho provato a parlargli / si bloccano / all’istante sul posto / non sembrano / sentirti o non rispondono oppure:

ho provato a guardarli

fissandoli

parandomi di fronte

strabuzzano

meccanici gli occhi

si scansano

come di fronte

a un ostacolo

un muro imprevisto

aggiustano

la loro traiettoria

ti affiancano

senza mai dire nulla

e rigidi

in linea retta

ti passano

 Quando l’autore prova a contarli sembrano moltiplicarsi, quando prova a fermarli digrignano i denti e si divincolano con violenza,  quando prova a spiarli scopre che si aggirano famelici come cani nelle zone interstiziali, e infine, in un crescendo di assimilazione:

ho provato a seguirli

in incognito

a pedinarli

percorrere

i loro itinerari

erratici

a stargli alle spalle

unisono

marciando al loro passo

a vivere

andando sulle strade

Fra il soggetto che osserva e le figure osservate si crea infatti un campo di tensione comune  (ovunque tu cammini / camminano); è probabile che i camminatori e chi li osserva (marciante lui medesimo) posseggano le stesse caratteristiche di contingenza, di incapacità di stare fermi o di radicarsi, insomma di mancanza di un principio ordinatore, cioè di senso.  Si arriva così, ben presto, all’indistinzione fra chi osserva e ciò che viene osservato: non a caso Laura Pugno ha evidenziato nella quarta di copertina una possibile affinità con la visione del mondo della fisica quantistica. Il concetto di “campo” descrive bene queste modifiche simmetriche, questa complementarità fra fisico e psichico: si tratta di un campo di forze polari.

Nei versi di Tutto accade ovunque il piano mentale e quello fisico, l’invisibile e il visibile si intrecciano in un modo inedito. Quelle che Testa suggerisce sono connessioni ubiquitarie in cui l’ordinaria prospettiva di un senso o significato salta; si tratta di una prospettiva che, presupponendo la relatività di spazio e tempo, sembra rivelare corrispondenze sorprendenti con il concetto di sincronicità junghiana, come si manifesta in modo più evidente nel primo poemetto La casa perfetta, dove si assiste a una distruzione del tempo e a una disintegrazione dello spazio. Userò come filo conduttore alcuni versi in maiuscoletto che nel testo vengono ripetuti come un mantra; anche in questo caso – come già nelle poesie dei Camminatori – le anafore sono concepite da Testa come una forza coesiva che dovrebbe contrastare la disgregazione in atto.  Riporto la poesia con cui si apre il poemetto:

 

TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE

 

 sono seduta

e mi muovo verso una porta

sono seduta

e scivolo nel corridoio

 

 TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE

 

la foglia dell’albero nel giardino

cade sul mio tappeto

la foglia dell’albero nel giardino

trema sulle mie mani

 

La scena di questi accadimenti è una casa dove una donna fa esperienze “olistiche” e di depersonalizzazione di forte intensità; prima fra tutte l’abbattimento della separazione fra esterno e interno, e più in generale il crollo di quel principium individuationis che costituisce una parete divisoria fra l’io e il mondo. Tuttavia la simultaneità – sincronicità – che viene a instaurarsi non è qualcosa che si riesca a comprendere:

 

anche oggi ho visto qualcosa

che spero di comprendere fra due giorni

anche oggi ho visto qualcosa

che spero di arrivare a comprendere

 

TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE: le pareti bianche della stanza e le pareti bianche del cielo si curvano dentro la mente, e l’io che percepisce è pronto a diventare tutti i suoni del mondo: questa simultaneità rappresenta un’apertura che consente coincidenze significative e muta la prospettiva esistenziale del soggetto.

TUTTO ACCADE OVUNQUE: l’io e la gente sono la stessa cosa, sicché quel che accade agli altri tocca anche l’io

mi sfiorano

e sono io a toccarli

li sfioro

e sono loro a dire

 

NON POSSO PIÙ TRATTENERE LE COSE FUORI: la donna nella casa, che si suppone isolata e circondata da alberi (come nel video The House della videoartista finlandese Ahtila a cui  Italo Testa dichiara in nota di essersi ispirato), descrive gli effetti del venir meno di ogni distanza:

i nidi di tortora

orlano il cuscino,

le fronde del pino

premono alle finestre

 

L’esperienza è estatica e l’uscir da sé fa parlare le cose:

penso a una strada

e mordo la polvere,

accarezzo le cose

e le cose dicono

 

È qui in gioco una sorta di reinterpretazione di quel nodo fra essere, pensare e dire strettamente allacciato da Parmenide, nodo che tanti problemi ha creato alla filosofia, perché su di esso si fonda la verità: se i tre piani non coincidono, non c’è verità, ma menzogna, errore, cioè non-essere. In queste poesie la perfetta corrispondenza fra ciò che si pensa, ciò che si dice e ciò che è non viene invocata per assicurarsi la verità, bensì per aderire maggiormente all’esperienza sensoriale e per ampliarla, anche se tale esperienza comincia drammaticamente a configurarsi, nell’ultima parte del poema, come un crollo.

TUTTO ACCADE COMUNQUE: la casa in costruzione crolla, la casa – che prende la luce del giorno quasi cercandola come un girasole – comincia davvero a vorticare: sono le pareti della stanza, divenute “fibre trasparenti”, che girano in tondo o forse è la donna che, pur restando seduta,  cammina in cerchio?

Il dramma che si consuma è quello della rovina della casa perfetta, e il poeta si domanda come essa frani: come cade la casa perfetta?  Se la casa corrisponde all’Io, allora il crollo della casa sarebbe la psicosi; tuttavia qui a crollare è la casa perfetta, il che indicherebbe che l’ideale dell’Io giustamente frana, che il crollo è salutare. Insomma, si sarebbe tentati di dire: la casa cade per eccesso di perfezione o di indistinzione o per follia, ma a una simile domanda Testa, saggiamente, non da risposta:

così cade la casa perfetta

così cade la casa

 

la casa perfetta

così cade

 

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Questa voce è stata pubblicata il 19/07/2016 da in poesia italiana con tag , , , .
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