perìgeion

un atto di poesia

Francesco Filia su “Singoli plurali” di Viola Amarelli

 

 

amarelli

 

 

Come i diari di bordo, i registri dei lloyds, i bollettini dei dispersi, gli elenchi di carceri, le bottiglie dei naufraghi, ci muoviamo nella nebbia di numeri, aspettiamo munera, eterni bambini, da fuor, nella follia delle folle, affolliamo archivi, registri faldoni di nomi nemici, esterni, ignoti, negli specchi riflessi, (…) e daccapo si riapre il catalogo.(pag.5)

Anche in questo libro in prosa – Singoli plurali, Terra d’ulivi edizioni, 2016 – la scrittura di Viola Amarelli si mostra di una spiazzante bellezza. In poco più di quaranta pagine l’autrice costruisce un testo di grande e inquietante fascino. I singoli plurali, che danno il titolo al libro, siamo noi, la condizione ossimorica, evidente già dal titolo, dell’umano contemporaneo, che, nella scrittura e visione dell’autrice, sembra volgere verso un postumano esausto e disperato. Il libro si confronta e prende spunto in maniera serrata con esperienze letterarie ed extraletterarie: dal catalogo iniziale di ascendenza omerica ai testi evangelici, dalla tradizione classica al romanzo contemporaneo, dalla narrativa scientifica fino ad arrivare a linguaggi specialistici, scientifici, medici, aziendalistici e ad attraversare forme ibride di neolingue, senza però nessun intento programmaticamente e ideologicamente sperimentalistico. Il trattamento accuratissimo a cui la Amarelli sottopone la parola, forzandola, piegandola, alleggerendola, rendendola acuminata e rapidissima, l’uso ritmico della prosodia, in cui i suoni le allitterazioni non hanno meno importanza del significato, restano tratti caratteristici dell’esperienza di scrittura dell’autrice, che sono già riscontrabili nei suoi precedenti libri sia in prosa che in versi, e che in quest’ultimo testo, come vedremo, sono portati a estreme conseguenze.

Il libro, in molti passaggi, assume il tono di un’esperienza apocalittica, sempre però attraversata da una vena di ironica leggerezza, che spalanca la visione di un ‘dopo’ in cui, senza accorgerci, già siamo immersi. Apocalisse che non è avvenuta per una catastrofe, ma, al contrario, per ipertrofia tecnologica. La tecnologia, il comfort, lo stile di vita occidentale, che sono diventati il modello di sviluppo mondiale, portano a una quieta, inavvertita e impalpabile disperazione che non lascia la possibilità neanche di morire. Si veda, a tal proposito il capitoletto di pagina 31, che, con un taglio sarcastico e spiazzante, ipotizza un’umanità che non riesce più a morire di morte naturale. Anni, decenni trascorsi senza che nessuno morisse fanno emergere un’angoscia che pervade ogni cosa, in cui l’uomo ha perso anche il rapporto con il morire, con ciò che lo far essere quel che è. In fondo, nella società contemporanea, vi è un processo nevrotico di rimozione della morte che l’autrice mostra per paradosso e che è un segnale forte e potente dello smarrimento in cui l’umanità versa. Qui vi è evidentemente anche un dialogo sotterraneo con alcune delle più significative esperienze letterarie contemporanee, che hanno osservato la deriva storica in cui siamo giunti. Mi riferisco a Michel Houellebecq su tutti, in fondo i Singoli plurali dialogano con Le particelle elementari, in entrambi i testi, nelle forme che sono rispettivamente proprie, si scorge un processo di riduzione. È come se lo sviluppo tecnico-economico da un lato avesse portato a un’illusoria bambagia pratico-tecnologica e dall’altro, in solo apparente contraddizione, avesse mostrato l’umano nel suo volto reale ed elementare, di singolo atomo solitario e irrelato, l’avesse portato alla sua natura dis-umana; da un lato illuso narcisisticamente di una singola irripetibilità, dall’altro, invece, costretto a esperire quotidianamente la sua dimensione di anonima moltitudine in cui, in fondo, anche la coscienza, che fa l’uomo quel che è, si mostra come solo un accidente, se non addirittura un errore, del processo evolutivo. In un altro passaggio del libro lo stesso tema è ripreso facendolo interagire con il viaggio di Ulisse. Se la storia della nostra civiltà è iniziata con la narrazione di un assedio e di un ritorno da quell’assedio, in cui l’eroe superava i pericoli che il viaggio e gli dèi gli mettevano innanzi, la stessa civiltà nata da quelle gesta sembra finire invece in una delle tante trappole che Ulisse aveva riconosciuto e superato. L’intera umanità si è arenata sull’isola dei lotofagi, immemori e soddisfatti, senza più saper distinguere un prima e un dopo, immersi in un eterno presente di immediati ed evanescenti appagamenti su cui però cade l’ombra del non senso, del vuoto.

Facciamo finta di non ricordare. Struzzi, facciamo talmente bene finta che ci convinciamo alla fine non ricordiamole scuse sono a getto continuo(…) intanto fingiamo. Dimentichiamo. Si deve pur sopravvivere. (pag.27)

Quindi l’apocalisse non avviene per catastrofe ma per consunzione, per una mera e stanca reiterazione dell’istinto di sopravvivenza. L’apocalisse non avviene attraverso un’esplosione ma attraverso un piagnisteo, per dirla con l’Eliot di The Hollow Men. Ma intrecciato a questo l’autrice introduce un altro elemento di meditazione, non solo tematico ma che ha risvolti anche stilistici: il passaggio da una dimensione lineare – “frecciata” – del tempo e della storia ad un’altra circolare. L’apocalisse quotidiana e noiosa che è la nostra contemporaneità non è nulla di definitivo, non una fine o un fine della storia né un passaggio a un paradiso dopo un giudizio divino, Dio stesso è visto come uno stanco e vecchio Maestro di Cerimonia, ma è un momento nell’eterno ciclo del divenire da un eone a un altro eone. La vera e originaria dimensione del tempo e dell’essere, sembra dirci la Amarelli, è il circolo, di cui il ciclo dell’apparire è solo un frammento e, a sua volta, nel ciclo dell’apparire l’uomo non occupa nessuna posizione privilegiata, ma ne è solo un tratto, un segno, uno dei tanti. Un segno d’interpunzione, tra una dimensione e l’altra, tra una frazione e l’altra del ciclo cosmico. Quindi in questa prospettiva, nei Singoli plurali, ordine del discorso e ordine della realtà diventano un’unica cosa. L’andamento sincopato, fatto di proposizioni nominali, paratassi rispecchia la dimensione apparentemente frantumata e dilaniata della realtà e della coscienza. La struttura dell’intero libro però mostra quell’ordine nascosto ad un primo sguardo, il testo inizia con una visione edenica e si chiude con un arrivo, anzi un ritorno, un nostos, nel paradiso, riprendendo così il circolo eterno dell’essere. La stessa interpunzione assume una funzione extragrammaticale, da paragrafema a cui non corrisponde un fonema, diventa elemento strutturale, invertendo il rapporto con i grafemi che sembrano diventare essi un intervallo tra un segno di punteggiatura e l’altro, fino in ultimo ad assumere una vera e propria dimensione ontologica, in cui si disvela epigrammaticamente, nei due versi che chiudono a mo’ di epitaffio il libro, la cruda verità nascosta dietro il velo dell’apparenza:

la vita, tutta,

soltanto una punteggiatura.

©Francesco Filia

 

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Un commento su “Francesco Filia su “Singoli plurali” di Viola Amarelli

  1. Elio Scarciglia
    20/07/2016

    Viola Amarelli ha scritto un libro di grande bellezza che Terra d’ulivi ha accolto con grande gioia e questa recensione ne rende il giusto merito. La casa editrice sente la necessità di dire grazie a Francesco Filia per aver rivolto il suo sguardo a “Singoli plurali” che considera una delle sue pietre miliari

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