perìgeion

un atto di poesia

Lucetta Frisa traduce John Clare

 

 

Fifty Two Birds, Zurich, Switzerland. 2008

 

 

‘I AM’ 

1

I am – yet what I am, none cares or knows;
My friends forsake me like a memory lost: –
I am the self-consumer of my woes; –
They rise and vanish in oblivion’s host,
Like shadows in love’s frenzied stifled throes: –
And yet I am, and live – like vapours lost

2

Into the nothingness of scorn and noise, –
Into the living sea of waking dreams,
Where there is neither sense of life or joys,
But the vast shipwreck of my lifes esteems;
Even the deares, that I love the best
Are strange – nay, rather stranger than the rest.

3

I long for scenes, where man hath never trod
A place where woman never smiled or wept
There to abide with my Creator, God;
And sleep as I in childhood, sweetly slept,
Untroubling, and untroubled where I lie,
The grass below – above the vaulted sky.

 

 

IO SONO

1

Io sono – ma chi sono a nessuno importa né lo sa:
lasciato dagli amici come un vecchio ricordo
Io ingoio da solo le mie sventure
appaiono e scompaiono nel grembo dell’oblio
ombre di amorosi fremiti, soffocati spasimi
sono un fumo perduto ma ancora sono e vivo.

2

Nel nulla dello scherno e del chiasso
nel mare acceso dei sogni da sveglio
dove di vita e gioia non esiste traccia
se non l’immane naufragio della mia autostima
perfino i miei cari che ho amato tanto
mi sono estranei, più estranei di tutti.

3

Sogno paesaggi dove nessuno ha viaggiato
dove nessuna donna ha riso o pianto
per abitare solo con Dio, mio creatore,
e dormire come da bimbo dolcemente dormivo
senza dolore, e dove non soffrendo mi distendo
con l’erba sotto di me e il cielo curvo sopra.

 

**

 

I AM
SONNET

I feel I am; – I only know I am,
And plod upon the earth, and dull and void:
Earth’s prison chilled my body with its dram
Of dullness, and my soaring thoughts destroyed,
I fled to solitudes from passions dream,
But strife persued – I only know, I am,
I was a being created in the race
Of men disdaining bounds of place and time: –
A spirit that could travel o’er the space
Of earth and heaven, – like a thought sublime,
Tracing creation, like my maker, free, –
A soul unshackled – like eternity,
Spurning earth’s vain and soul debasing thrall
But now I only know I am, – that’s all.

 

 

IO SONO
SONETTO

Io sono – soltanto so che sono
arranco sulla terra, ottuso e vuoto
il carcere terreno il corpo ha rattrappito col suo peso
di tedio e stroncati sul nascere i pensieri
fuggii in solitudine i sogni di passione,
ma la lotta andò avanti – e soltanto so che sono
fui creatura legata a questa specie
d’uomini che disprezzano di tempo e luogo i limiti –
fui spirito errante attraverso gli spazi
di terra e cielo – come un sublime pensiero,
tracciando il creato, simile al mio dio libero
anima che non conosce catene – come solo nell’eternità
rigettando la terrena vanità e l’umiliazione dello spirito
ma ora so soltanto che sono – ed è tutto.

 

 

**

 

 

A VISION

I lost the love, of the heaven above;
I spurn’d the lust, of earth below;
I felt the sweets of fancied love, –
and hell itself my only foe.

I lost earths joys, but felt the glow,
of heaven’s flame abound in me:
Till loveliness, and I did grow,
the bard of immortality.

I loved, but woman fell away;
I hid me, from her faded fame:
I snatch’d the sun’s eternal ray, –
and wrote ‘till earth was but a name.

In every language upon earth,
on every shore, o’er every sea;
I gave my name immortal birth,
and kept my spirit with the free.

 

 

UNA VISIONE

2 agosto 1864

Persi l’amore del cielo in alto
sdegnai i piaceri della terra in basso
assaporai le dolcezze dell’amore inventato
e l’inferno mio solo nemico.

Persi le gioie terrene ma sentii il fulgore
del fuoco dei cieli traboccare in me
fino alla bellezza e sbocciai,
poeta dell’immortalità.

Amai ma la donna se ne andò,
mi nascosi dalla sua gloria fatua
strinsi l’eterno raggio del sole
e scrissi finché la terra non fu che un nome.

In ogni lingua della terra
su ogni spiaggia su ogni mare
al mio nome diedi nascita immortale
e tenni il mio spirito tra gli uomini liberi.

 

 

**

 

 

PERPLEXITIES

1

I talk to the birds as they sing i’ the morn
The larks and the Sparrow’s that spring from the corn
The Chaffinch and Linnet that sings in the bush
Till the zephyr like breezes all bid me to hush
The silent I go and in fancy I steal
A kiss from the lips of a name I conceal
But should I meet her I’ve cherish’d for years
I pass by in silence in fondness and fears

2

Yes I pass her in silence and say not a word
And the noise o’ my footsteps may scarcely be heard 10
I scarcely presume to cast on her my eye
And then for a week I do nothing but sigh
If I look on a wild flower I see her face there
There it is in its beauty all radient and fair
And should she pass by I’ve nothing to say
We are both of us silent and have our own way

3

I talk to the birds the wind and the rain
My love to my dear one I never explain
I talk to the flower’s which are growing all wild
As if one was herself and the other her child 20
I utter sweet words in my fanciful way
But if she come’s by I’ve nothing to say
To look for a kiss I would if I dare
But I feel myself lost when near to my fair –

 

 

PERPLESSITA’

Io parlo agli uccelli quando cantano al mattino
ai passeri e alle allodole che dal grano s’involano
al fringuello e al fanello che cantano nel cespuglio
finché il soffio dello zeffiro ordina di tacere
zittisco e con la fantasia rapino
un bacio dalle labbra di un nome nascosto
Ma se incontrassi lei che per anni ho sognato
le passerei accanto ansioso e commosso.

Si,le passerei accanto senza dire una parola
e il suono dei miei passi si udirebbe appena
a stento mi permetto di rivolgerle lo sguardo
e per la settimana non farei che sospirare
e se guardassi un fiore vi vedrei il suo volto
con tutto il suo chiaro e radioso splendore
Ma se mi passa accanto non ho nulla da dire
siamo due silenziosi con il proprio destino.

Io parlo agli uccelli nel vento e nella pioggia
ma alla mia amata non dirò mai il mio amore
Io parlo a quei fiori che crescono selvatici
come se uno fosse lei e l’altro suo figlio
nel mio modo fantastico dolci parole bisbiglio
Ma se mi passa accanto non ho nulla da dirle
forse tenterei di chiederle un bacio
ma mi sento perduto accanto alla mia bella.

 

 

John Clare, Selected Poems and Prose chosen and edited by Eric Robinson and Geoffrey Summerfield (with wood-engravings by David Gentleman), London – New York – Toronto, Oxford University Press, 1967

 

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

John Clare (Helpston, 13 luglio 1793 – Northampton, 20 maggio 1864) è stato un poeta romantico inglese. Figlio di un padre trebbiatore, lottatore dilettante e cantante di ballate popolari, fin dall’infanzia è affascinato dalla natura e dalla lettura dei classici (Robinson Crusoe, Il Paradiso perduto, La Bibbia). A Glinton, Clare incontra per la prima volta Mary Joyce, che ama di un amore platonico e che influenzerà successivamente la sua esistenza e la sua poesia. Nel 1812 incontra Martha “Patty” Turner, che sposerà nel 1820 e da cui avrà molti figli. Nel gennaio del 1820, John Taylor (editore di Charles Lamb, John Keats e del celebre London Magazine) pubblica i Poems Descriptive of Rural Life and Scenery (Poesie descrittive di vita e scene rurali), che conosce un ampio successo di pubblico, viene stampato in più di tremila copie e ristampato in quattro edizioni tra il 1820 e il 1821. Clare conosce i più importanti personaggi della vita letteraria del momento come Charles Lamb, John Keats, William Hazlitt, Thomas De Quincey e Sir Joshua Reynolds. Tuttavia i suoi tre libri successivi: The Village Ministrel and Other Poems (Il menestrello del villaggio) del 1821, The Shepherds Calendar, with Village Stories and Other Poems (Il calendario del pastore) del 1827 e The Rural Muse (La musa rurale) del 1835; saranno accolti negativamente dalla critica e dal pubblico. Da allora scriverà su diverse riviste osservazioni personali, articoli di argomento naturalistico, scritti e frammenti di carattere autobiografico e moralistico. Dal 1824 il poeta comincia ad accusare forti dolori alla testa, spia dell’imminente disagio psichico. Nel 1836 soffre di stati ansiosi e depressivi acuti, e di gravi perdite di memoria. Riemerge il ricordo dell’amata Mary Joyce, che nel suo delirio diventa la prima moglie, e teme di essere bigamo. Si immagina lottatore, pugile, sportivo famoso come il padre, oppure poeta celebre, di volta in volta Lord Byron, William Shakespeare o Thomas Gray. Nel 1837 Clare accetta di essere paziente volontario della casa di cura per malattie mentali di High Beech, nei pressi della Epping Forest. E’ una situazione sia di confino, sia di ricovero: il poeta ha il permesso di fare lunghe passeggiate nelle campagne circostanti la clinica ed è incoraggiato a proseguire nella composizione dei suoi versi. Nel 1841 abbandona volontariamente la clinica percorrendo a piedi e senza cibo le novanta e più miglia che lo separano dalla casa a Northborough. Il viaggio dura quasi quattro giorni. L’autore, stremato, non appena ritorna alla tranquillità della propria abitazione trova già le forze per iniziare la cronaca della sua fuga, The Journey out of Essex, e dedica l’impresa a “Mary Clare”, alla quale si rivolge definendola “sua amata moglie”
Il 28 dicembre del 1841 John Clare viene prelevato a forza dalla sua abitazione e confinato nel Northampton General Lunatic Asylum, che lo ospiterà sino alla morte. I dottori che si occupano del suo stato di salute mentale nei successivi venti anni definiscono ciclotimica la condizione del poeta che alterna periodi di depressione e di euforia, caratterizzati da riflessioni di carattere religioso e moralistico sui concetti di verità e di fede. Fino al 1850 passeggia all’interno dei terreni di proprietà della clinica e continua a scrivere. La morte lo coglie naturalmente il 20 maggio del 1864, nella casa di cura di Northampton, all’età di settant’anni.
L’amministratore della casa di cura si occupa di copiare e riordinare le oltre ottocento pagine di quelli che saranno pubblicati poi postumi come The Later Poetry of John Clare: 1837-1864. Proposto a numerosi editori, il quinto volume di versi del poeta ottiene solamente i consueti rifiuti.

 

L’immagine d’apertura è una fotografia di Michael Kenna: “Fifty Two Birds, Zurich, Switzerland, 2008”.

 

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9 commenti su “Lucetta Frisa traduce John Clare

  1. Marco ercolani
    06/09/2016

    Grazie Antonio da noi due come sempre; un caro saluto dalle spisgge elbane

    Liked by 1 persona

    • Antonio Devicienti
      06/09/2016

      Grazie a voi due, carissimi; siete voi con le vostre splendide proposte ad arricchire Perìgeion e colgo l’occasione per dirlo di tutti gli altri amici che ci mandano i propri contributi.

      Liked by 2 people

  2. pagale63alessandra
    06/09/2016

    Bellissima resa ritmica, che dove possibile riproduce l’endecasillabo anglosassone
    – esempio:

    I feel I am; – I only know I am
    And plod upon the earth, and dull and void:

    reso con

    Io sono – soltanto so che sono
    arranco sulla terra, ottuso e vuoto

    altrove, riproduce il ritmo martellante con una specie di doppio settenario : esempio

    I am – yet what I am, none cares or knows;
    My friends forsake me like a memory lost: –

    reso con

    Io sono – ma chi sono // a nessuno importa né lo sa:
    lasciato dagli amici // come un vecchio ricordo

    (la cesura “eftemimera” naturalmente è mia, per evidenziare il ritmo)

    Ci sarebbe da scrivere un intero saggio. Mi limito ad alcune soluzioni che ho trovato davvero felici:

    – oblivion’s host “grembo” dell’oblio (bellissima resa dell’accogliere, del ricevere)

    – A soul unshackled anima che non consoce catene”, a significare una condizione di libertà non momentanea, ma di reale verginità rispetto alla schiavitù interiore


    Earth’s prison chilled my body with its dram
    Of dullness, and my soaring thoughts destroyed,

    reso con

    il carcere terreno il corpo ha rattrappito col suo peso
    di tedio e stroncati sul nascere i pensieri

    dove il senso del freddo, to chill, evidenzia l’idea di rattrappire, più consona al peso della materia che è suggerito dal contesto, e “dullness” con “tedio”, cioè il prevalente RISULTATO dell’ottusità (una sorta di metonimia, l’effetto per la causa)…per non parlare della doppia inversione, abilmente resa in finale

    oppure

    Untroubling, and untroubled where I lie,

    senza dolore, e dove non soffrendo mi distendo

    dove con la forma di durata è resa la condizione stabile, “senza dolore”, e con il participio lo stato più contingente, “non soffrendo”

    Vorrei avere il tempo di continuare,e ne avrei di cose da dire. Vorei esprimere, per prima cosa, il supremo, raro godimento intellettule che la resa poetica dei poeti da parte di poeti veri mi procura,,,ma ci vorrebbe ancora molta vita, molte vite forse…Spero che me ne rimanga/no un po’. Complimenti a Lucetta Frisa, per il momento, per questo nuovo splendido lavoro.

    Liked by 1 persona

    • Antonio Devicienti
      06/09/2016

      Carissima Alessandra,
      saremmo orgogliosi e fieri di pubblicare, se volesse, un suo studio che ampliasse il suo eccellente commento o, comunque, affrontasse il tema, fondamentale, da lei proposto.
      Grazie per la sua generosa e partecipata lettura.

      Liked by 2 people

  3. francescotomada
    06/09/2016

    Al di là della bellezza dei testi, davvero una traduzione di grande livello.
    Notevolissima e curatissima; bello scoprirne i segreti ed i meccanismi.
    Grazie.

    Francesco

    Liked by 2 people

  4. Massimiliano
    07/09/2016

    Ma che bellissime trraduzioni. E che tipo ‘sto poeta. Be’, il sopnetto inglese è bellissimo. Grazie

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    • Massimiliano
      07/09/2016

      Ma figlio di un lottatore dilettante è solo poesia. Solo da lì può nascere un poeta e non, come accade, purtroppo, un mero impiegato del verbo

      Liked by 1 persona

  5. Giorgio Galli
    11/09/2016

    Non lo conoscevo e Lucetta, scavatrice di poesia, me lo ha fatto conoscere. Grazie. Sulla traduzione mi limito a dire che mi sembra che Lucetta abbia trovato una perfetta aderenza fra l’originale e la sua stessa dizione poetica, dolorosa e scabra ma sembra trascinante, fiera, “a testa alta”.

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  6. lucetta frisa
    27/09/2016

    vi ringrazio,cari amici, dal profondo del cuore e anche e soprattutto john Clare vi ringrazia.
    Comunque, i troppi complimenti fanno male….(mento spudoratamente perché penso che,in alcuni casi e quando sono “sentiti” e disinteressati come i vostri, aumentano l’autostima che è come bere un a coppa di ottimo champagne….).

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