perìgeion

un atto di poesia

Giorgio Galli: le morti felici 3

 

 

 

biplano

 

 

 

Qui ho visto, quando è tramontato il sole, come si coricano i gattini, come si mettono a strati, come stanno stesi nei nidi di pelliccetta più caldi quei due che qualcuno ci ha buttato dentro il giardino e poi è scappato… Aprilina, preghi per me, perché io continui a stare al mondo, se non altro, ormai, per i miei gattini… Perché per l’inverno non li aspetta altro che l’allevamento al freddo, preghi per noi qui, per le ragazzine, le tre mamme gatte, preghi per Cassius

Boumil Hrabal, Paure totali

 

 

Morte di Desprez

Che volete?, che abbia paura della morte? E come farei dopo averla trasformata in melodia? Ho familiarizzato con essa in ogni nota. L’ho fatta risuonare su più voci. Mi si rimprovera che non sono stato ardimentoso: che non mi sono arrischiato su armonie impervie, che rare volte ho fatto cantare le voci su differenti divisioni ritmiche. Ma io non avevo tempo di sperimentare: io non cercavo il nuovo, ma l’eterno. Capitemi: non cercavo complicazioni. Cercavo una musica semplice come la morte. Un giorno qualcuno dirà che Janequin è stato l’anima diabolica del mio secolo, ed io quella angelica. E avrà ragione. Che lui è stato artista di terra, imitatore di voci della terra, ed io artista di cielo. Avrà ancora ragione. Io mi preparavo a questo momento. Non chiedetemi musica nuova: non c’è nulla di nuovo nel morire. Ho accompagnato alla tomba, colla mia musica, il compositore che più amavo. E se qualcuno comporrà in mio onore un altro Nymphes des bois, io ne sarò felice. Altrimenti, Ockeghem mi perdonerà se quel Compianto l’ho scritto anche per me.”

 

 

Testamento di Dowland

Sì, è vero, sono stato un uomo allegro. E collerico. La regina Elisabetta non mi ha voluto alla sua corte, e io mi sono battezzato cattolico. Lo trovate indecoroso? Ma, se Enrico VIII ha fondato una chiesa per interesse, non vedo perché io non possa uscirne per lo stesso motivo. Eppure non crediate che le mie canzoni e pavane siano state piene di lacrime per interesse. È vero, al pubblico piacciono le lacrime. Più della gioia, il pubblico cerca nell’arte il dolore. Ma non bisogna esagerare col dolore. Vedete, le cose stanno come avevano capito gli antichi Greci: bisogna dare alle lacrime un tempo, ma non troppo. Frinico venne multato per aver fatto piangere troppo la città con una sua tragedia. Esattamente allo stesso modo io riterrei degno di sanzione se le mie lacrime fossero così ricercate e preziose da far camminare il popolo piangendo. Lo spazio giusto è quello di una pavana o di una canzone, quello che mi sono ritagliato. E l’ho ritagliato per me, per quelle ombre e le paure che non mi piace condividere col mondo. Le ho rinchiuse in piccole fiale perfette, per poter camminare poi allegro. E vorrei facessero lo stesso effetto a chi le ode.”

 

 

Pensieri di Prokofief sulla morte

Il 9 maggio del 1913 Sergeij Prokof’ev ricevette una lettera: l’amico fraterno Maximilian Schmidthof lo informava del proprio suicidio. Quando il compositore la lesse, l’amico era già morto. Il suo corpo fu trovato tempo dopo, nei boschi della Finlandia. Si dice (ma nessun biografo è riuscito a dimostrarlo) che, quando ricevette la lettera, Prokof’ev stava lavorando al Secondo concerto per pianoforte e orchestra, precisamente al movimento finale. È un concerto molto aspro, tipico dello stile giovanile dell’autore. Atletico per il pianista, percussivo e arduo per l’ascoltatore. È un lavoro ironico e aggressivo, che non piacque al pubblico dell’epoca che lo trovò troppo spigoloso, un moto perpetuo insostenibile, “senza nemmeno un movimento lento”. Ma nell’ultimo movimento avviene un fatto.

Il movimento è indicato come Allegro tempestoso, e in effetti inizia come una guerriglia tra pianoforte e orchestra, col solista impegnato in repentini salti di registro e in sciabolanti schiocchi d’ottave. Il primo tema cresce, mostro meccanico dal ritmo spezzettato, e di colpo precipita dentro le note gravi del basso tuba. A questo punto scende il silenzio. È difficile evocare in musica il silenzio. Prokof’ev ci riesce facendo seguire pochi e spettrali accordi al pandemonio scatenato poco prima. A questo punto il pianoforte inizia un tema quasi improvvisandolo, come una flânerie malinconiosa. È un tema rintoccato da accordi cupi, come di campana sommersa, un tema armonicamente instabile, su cui Prokof’ev scrive pensieroso. È fra i temi più belli della storia musicale, fra i più semplici e vasti. Sembra contenere in sé tutto l’inverno di Russia.

Prokof’ev morì il 5 marzo del 1953: lo stesso giorno di Stalin. Le cronache gli riservarono solo poche note. Il regime aveva deportato la sua prima moglie. Vantato all’estero come grande compositore sovietico, Prokof’ev aveva avuto dalla patria solo amarezze. Shostakvich andava a dormire vestito con la valigia sotto il letto, pronto ad essere in qualsiasi momento trasferito in Gulag. Prokof’ev venne ora tollerato con fastidio, ora espressamente minacciato. Non morì scontento, ma indifferente. E pensava, prima di morire, che tutto sommato Maximilian era morto più felice: almeno s’era risparmiato tutto questo.

 

 

Bella Chagall

C’è un quadro di mio marito intitolato Il sogno. È un quadro così gioioso che quasi fa piangere, e fa pensare che forse gli artisti dovrebbero occuparsi di più della gioia. Non piangetemi! Tutti i quadri in cui Marc mi ha dipinta sono felici. Ho portato nell’arte la gioia. È così rara nell’arte, la gioia! Marc potrà avere altre donne, anzi gli auguro di avere altre donne, ma nessuna lo avrà come me. Sua moglie, la sua fidanzata, l’amore nei suoi quadri sarò sempre io. La sua gioia resterò io. Non era solo pittura la nostra, era coreografia. Io e Marc abbiamo portato in pittura la danza. La musica. Abbiamo eseguito in due la stessa musica, siamo stati passi di una stessa danza. Quante volte succede? Non piangetemi! Siamo stati così vivi! A Vitebsk, a Parigi, e perfino da profughi, siamo stati vivissimi. Radicati nella vita al punto da volare via. E’ più duro per chi resta che per chi va. Ma cercate di non piangermi. Io muoio viva.”

 

 

La lunga morte di Brel

La morte di Jacques Brel durò dieci anni. Era la morte adatta per l’autore di Madeleine. Madeleine è una canzone in cui un innamorato aspetta una donna, l’aspetta sotto la pioggia, la invita al cinema e a cena, lei non viene, lui la invita ancora, lei non viene, ma lui non si arrende. Domani ci vedremo, Madelaine, sempre domani. È trionfalmente sicuro che il domani arrivi. La musica è un moto perpetuo non solo di ritmi e di note, ma di saliscendi lungo le scale e le ottave, una giostra di piano e di forte, mezzevoci e voci piene, di repentini salti d’umore. Non arrendersi mai. “Mi piace combattere -non fisicamente, intendo-, non mi piace arrendermi”, diceva Brel.

J’arrive è una canzone sulla morte. Ma la musica è viva. C’è un ritmo energico, uragani di voce, colpi di timpani ed exploit di ottoni. Il testo parla di dover morire, la musica di voler vivere. Brel era arrivato dal Belgio, da una fabbrica di cartoni, da una famiglia bigotta. S’era fatto cacciare di casa per inseguire la sua passione per il canto, aveva sostituito la religione coll’esistenzialismo e coll’anarchia. Non si considerava un artista o un poeta. “Gli artisti sono un’altra cosa”, ripeteva. “La canzone non è un’arte minore: non è un’arte.” “La canzone non c’entra nulla con la poesia: è come la differenza fra portare tori al pascolo e fare una crociera sul Nilo”. La musica per Brel era un mestiere. Da non confondere coi veri mestieri. “Dare concerti tutti i giorni dell’anno da dodici anni sembra una maratona. Ma non è vero ch’è così pesante. La vera fatica è quella degli uomini che lavorano nelle acciaierie.” Non si è mai preso sul serio. Eppure era un uomo serissimo. Ha scritto testi poetici, ha scritto musiche stupende, ha lavorato sodo per arrivare dov’è arrivato, mangiando panini ai cetrioli per anni prima di vedere un contratto.

Quando cantò J’arrive era già malato. Erano i polmoni. Troppo fumo. Quando si ritirò dalle scene nel 1968, la sua voce era ancora potente. Non gl’importava d’essere malato, lui non si risparmiava: si diede al cinema, al teatro. È che era fatto così, era stanco della folla, voleva ritirarsi, e sapeva fare solo quello che voleva. Non sapeva esser fedele a sua moglie. Non sapeva occuparsi di sua figlia. Non credeva alla famiglia né all’amore. Per lui era più importante l’amicizia. Nell’amore c’è sempre un elemento di lotta, di potere, c’è uno che prevale sull’altro, uno che ama più dell’altro: è sempre un rapporto squilibrato. Preferisco la tenerezza all’amore, diceva. Un uomo senza tenerezza non è un uomo. Gli uomini duri sono spaventosi. Preferisco l’amicizia all’amore, perché nell’amicizia non c’è lotta, non c’è potere. Eppure Brel ha amato, ha scritto onestamente dell’amore, lo chiamava la tendre guerre. Brel diceva che l’infanzia era il periodo peggiore della vita, ma scrisse canzoni sull’infanzia tenere e violente, le più vicine forse all’autentico sentire dei bambini. Oneste.

Non amava il suo Paese: il Belgio, le Fiandre non le amava. Ma descrisse il suo paesaggio e la sua gente in canzoni d’atmosfera, aspre, brumose e sognanti, espressioniste e talvolta cattive. Nel porto di Amsterdam i marinai ubriachi pisciano sulle moglie infedeli. “Pisciano come io piango”, diceva Brel: nel loro abbrutimento, non sanno esprimere il dolore se non con un gesto disumano. Ma era la verità. Gli avevano chiesto di cambiare il titolo della canzone, di non nominare Amsterdam. Ma Brel sapeva solo essere onesto. Ma dentro quel “pisciano come io piango” c’è la parola io, c’è la pietà atroce verso chi commette un atto tanto atroce.

Che uomo era Brel? Era coriaceo, freddo, non simpatico. Non cercava d’essere simpatico. Nelle interviste era freddo e sussiegoso. Ai concerti sembrava un altro, sudava, recitava, mimava, sorrideva, si lasciava consumare dalla passione. Si immedesimava con ingenuità e violenza. Non gli piaceva la gente, preferiva la solitudine. L’empatia la metteva tutta nei suoi testi. Ma forse non è vero neanche questo.

Jacques Brel prese un brevetto da pilota. Quando era stanco dell’Occidente, prendeva il suo biplano e lo portava nelle iole Marchesi, nella Polinesia francese. Ci rimaneva finché piaceva a lui, senza avvertire nessuno. Si staccò poco a poco da tutto, a cominciare dagli affetti. Ma gente dell’isola aveva bisogno di cibo e medicine, e lui gliele portava col biplano. Per la gente dell’isola organizzò un cinema, un festival di musica. Era un misantropo intrappolato dalla sua generosità. Si operò, rimase con un polmone solo. Incise un disco, chitarra e voce, e nient’altro. Un disco essenziale, arrabbiato, senza trovate per il pubblico: una meditazione ad alta voce, con la voce ancora potente. Cantò d’amicizia, di morte, dell’ipocrisia della gente. E cantando lanciò la sua ultima provocazione: è meglio morire che invecchiare. Dieci anni prima, aveva scritto che l’importante è esser vecchi senza essere adulti. Dieci anni più tardi, cantava ch’è meglio crepare. Mimnermo del Novecento, chi sa se conosceva Mimnermo! Se ne andò felice, crepò prima di invecchiare, e fu sepolto alle isole Marchesi, nella Polinesia francese.

 

 

Sull’argine dell’eternità

Tutta questa vita letteraria non vale niente. La dittatura ce lo ha insegnato. Il mercato del libro è solo un mercato, e chi vi opera non è diverso da un operatore di borsa. Gli scrittori sono povere persone se fanno solo gli scrittori, hanno una vita interiore limitata e non sono capaci di star soli. Io me ne sto per fatti mie, con la mia famiglia e i miei gatti, qui Sull’argine dell’eternità. Sto qui da sempre, tutti lo sanno ma nessuno ha pronunciato all’aria aperta il mio nome, per anni. Hrabal era una parolaccia da dire nelle combriccole. Ma era meglio così. Non mi piacciono le persone che scrivono perché non sopporto le pose. Non parliamo poi delle presentazioni. Noi non ne facevamo. Anzi, era meglio che non ci presentassimo: la polizia ci avrebbe arrestato. Non facevamo vita da artisti. Abbiamo sempre lavorato. Egon Bondy, quella specie di santo, l’uomo più simile a un santo insieme a Vladimìr Boudník, Egon provò a farsi passare per matto per non lavorare, pensava di potersi dedicare tutto il giorno alla poesia, e invece zac!, lo misero in un istituto dove i caratteriali come lui venivano curati col lavoro. Vladimìr manco pensava di lasciare il lavoro: anche quando era famoso e poteva diventare ricco, e poteva perfino emigrare all’estero, restò dentro la fabbrica perché senza la fabbrica avrebbe perso se stesso: in fabbrica manipolava materiali, si eccitava sessualmente coi materiali. Il lavoro in fabbrica era il presupposto delle sue incisioni. Non mi parli del mondo del libro. Non conosco nessun mondo del libro, al massimo conosco il buffet Mondo. Non sopporto il mondo del libro. Amo i libri, detesto chi li scrive. Questi scrittori vivono su un binario parallelo rispetto a quello del sudore e del culo. Ogni tanto parlano anche dell’altra gente, di quella del sudore e del culo, ma lo fanno per noblesse oblige. Preferisco i librai, gente più umile e concreta. I veri scrittori, sotto la dittatura, potevano contare solo sui librai. Se chiedevi a un libraio di darti un buon libro, volevi dire un samizdat; e loro te lo davano. Gli scrittori no, se scrivevi un samizdat era capace che ti denunciassero al Partito. Tutto questo cicaleccio di aperitivi letterari e cene artistiche, che vuole che le dica? Per me una cena è una cena, andavo al buffet Mondo con Egon e Vladimìr, mangiavamo e parlavamo dei nostri sogni… Certo che ci andavamo anche per bere! Pensa che si potesse sopportare il dolore della Cecoslovacchia senza nemmeno berci sopra? Adesso che siamo liberi dovremmo esser felici, ma io mi guardo intorno e penso: dov’è il mio popolo? Dov’è?, non è questa la mia gente. Il mio popolo parlava una lingua così viva che potevo scriverla. Adesso non parlano così. Gli scrittori non scrivono così. Gli scrittori di professione sembrano dei pagliacci. Si esibiscono. Noi dovevamo nasconderci e loro si sono sempre esibiti, e continuano a farlo. Ma un libro non è un fenomeno da baraccone. Va letto, studiato, amato. E’ una cosa solitaria, il libro. Eppure, in questo dannato mondo del libro, sono tutti compagnoni. Pensi che i miei compagni sono Kafka e Hašek e la musica di Mahler, e nessuno di loro era compagnone. Egon Bondy, Vladimìr se ne sono andati: loro erano delle buone compagnie. Ha detto Egon Bondy: ‘A differenza del dissenso che non faceva che versare lacrime e piangere sul proprio destino, sulle proprie carriere spezzate che dovevano culminare dopo il 1968 perché erano tutte persone che negli anni precedenti avevano profittato di quello stesso regime comunista, l’underground si rallegrava perché non aveva niente da perdere. L’underground erano tutti ragazzi che lavoravano manualmente, che socialmente non potevano scendere più in basso’. Ecco cosa ha detto Egon Bondy. Andavo al buffet Mondo con lui e Vladimìr, due uomini simili a santi. Due santi matti. Vladimìr che ricopriva di sperma le sue incisioni, lui che scriveva poesie per nessuno… Eravamo soli! Nel mondo del libro, si disimpara presto a stare soli. Sarà per questo che io ho preferito far cantare le parole, perché più si è vicini alla musica più si è vicini all’essenziale, a ciò che è dentro, che non può essere mentito. Kafka, Hašek erano a modo loro musicisti. Me ne sto qui con la mia famiglia e i miei gatti, aspetto tranquillo la morte perché tanto sono finito e non ho niente da dire, certe notti mi addormento con la finestra aperta e allora sogno Egon o Vladimìr e poi più niente, sono sempre stato fuori dai giochi e me ne sto tranquillo ad aspettare la morte, qui Sull’argine dell’eternità.”

 

 

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8 commenti su “Giorgio Galli: le morti felici 3

  1. Giorgio Galli
    11/09/2016

    Grazie sempre

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  2. vengodalmare
    12/09/2016

    Eh sì, “Un bel morire tutt’una vita onora”, come diceva Alvaro Mutis citato dallo stesso Galli. Questi racconti danno sublime onore a chi li ha scritti e alle persone cui sono stati dedicati.
    I miei complimenti.

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  3. marco ercolani
    12/09/2016

    Decisamente dei racconti “importanti”, dove la passione di perdersi nell’io degli artisti e nelle loro morti non è mai un dettaglio macabro o aneddotico, ma sempre un impulso vitale, uno scatto secco, una mossa del cavallo. Auguri a Giorgio perché questo libro trovi la sua forma definitiva e il suo giusto “libraio” (per dirla con Hrabàl).

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  4. ninoiacovella
    12/09/2016

    Giorgio Galli è uno scrittore dotato di grandissimo talento.
    È una gioia leggerlo su questo blog.
    Grazie
    Nino

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  5. Carla Bariffi
    13/09/2016

    *Bella Chagall* è bellissima!
    Grazie Giorgio per questo renderci partecipi della Gioia nell'”Essere” …

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  6. Giorgio Galli
    13/09/2016

    Non posso ringraziarvi uno per uno perché invaderei Perìgeion di commenti. Grazie Carla, Nino, Marco, Antonio, Vengodalmare. Al di là della stima che mi dimostrate -e che mi sostiene- ho scoperto da voi una gioia e uno slancio vitale di cui io stesso, scrivendo, non mi ero reso conto fino in fondo. Nella mia “titolazione mentale”, questa era la sequenza dei “radicati nella vita”. Voi me lo avete confermato e chiarito. Ed è un impulso che raccolgo per continuare a scrivere. Grazie a Perìgeion, e grazie alla Dimora del tempo sospeso che ci ha fertilizzati e grazie alla quale ci ritroviamo qua.

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  7. Giorgio Galli
    16/09/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/09/2016 da in ospiti, prosa, scritture con tag , , , , , , , , .
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