perìgeion

un atto di poesia

Andrea Labate, La resa del margine

labate-ruot

 

a cura di Roberto R. Corsi

Una delle massime soddisfazioni di un recensore che scrive anche poesie è “perdere in trasferta”, ovvero venire piacevolmente convinto da Autori che adottano una poetica profondamente diversa dalla propria. È il caso di Andrea Labate, esordiente classe 1987, col suo La resa del margine, uscito lo scorso anno per i tipi de L’Arcolaio. La prefazione è di Davide Castiglione, che coglie ottimamente i caratteri fondamentali dell’opera sin dal titolo: il bisenso di “resa” (arrendersi, restituire) e, lungo lo svolgimento della sua critica, anche il polisenso di “margine” (margine destro della pagina, quello per definizione lasciato intatto dai poeti; poi, limite tra città e periferia, soglia di passaggio all’età adulta, soglia degli affetti, soglia sociale tra realizzazione e precariato).
Una quinta nobile di tematiche svolta con uno stile definito dal prefatore ricco di aperture surrealiste, e direi marcatamente astratto fino alla disarticolazione della frase (ciò che mi aveva messo sul chi vive). Sono però presenti squarci di poesia piana, veri e propri cantabile in corrispondenza della narrazione affettiva: si veda l’ultima strofa di Giù, p. 21.
La combinazione è pregevolmente in equilibrio soprattutto in quelle poesie che più delle altre esprimono l’incertezza, quando non la condanna, del futuro, il grigiore del circostante. Qui la ricerca dell’astrazione si scontra con una notevole forza tranchant nella descrizione situazionale; perimetro di coesione o nervatura interna che tiene insieme mirabilmente ognuna di queste liriche. Il riferimento di chi scrive è allora a un’altra raccolta valida ed egualmente intermittente (anche negli esiti) tra sociale/esistenziale e personale: L’ufficio del personale di Francesco Lorusso (ne ho trattato tempo addietro sul mio sito personale).
Tornando e concludendo su La resa del margine, tra koan (p. 36) e riferimenti alla “teologia negativa” zen (l’incipit di p. 58: «il sole dura l’attimo di dirlo»), non manca, giusto in un paio di casi, qualche espressione acerba – scusabile, anzi direi auspicabile in una raccolta d’esordio, per garantire a questo interessante Autore un margine di miglioramento nelle sue prossime prove.
Di seguito vi propongo le quattro poesie per me più riuscite, incastonate tra i due “Sdì”, cioè gli estremi della raccolta, a carattere di perdita e commiato, che invece vi forniranno le coordinate stilistiche della maggioranza delle liriche.

***

Sdì veloce ti prese la polvere

La terra è sparsa sulle diagonali
racimola un contagio familiare.
L’aquila in cielo non spaventa le nuvole.

Fuori è un impatto d’afa, chiodano
il bronzo scaduto agli edifici fatiscenti
nel pomeriggio stanco che svapora.

Se ne va, l’alone tarantola le garze
il letto è scomodo, la morfina
fa il suo giro.

***

Vorrei fare un tentativo ma ho trovato un posto di lavoro

Il ristagno dell’industria che cancella il domandare
ha un legno marcio nello sterno
rende venerabile il mercato –
s’inginocchia arpionata l’aria fatta amara.

Vieni, guarda: è tutto vero
anche il muro di stagnola che separa i passi soffocati dalle
metropolitane.

L’estasi
stipata nello stupro di essere comprato
nei quartieri ombrosi degli uffici.
Firma, hai le ferie pagate.

***

Far di necessità schiavitù

È come non dormire ora
annaspando tra i giardini martoriati delle ortiche
per smaltire un milione di sì
con la testa nelle fauci del leone.
Prima di sdraiarsi segnare le ore
a capofitto in questo centro disturbato
dove ci si possa scorporare.

Qualcuno ama seguire le costellazioni
io quel pomeriggio ebbi paura
a non vedere intorno nessuna casa per chilometri.

– Dei diari furono trovati sotto la pioggia
e il lascito di non aver mai niente di interessante
da dire.

Nel punto in cui ti spuma la rabbia
c’è quello che hai perso nella fretta.

***

Career day
(Felicitazioni)

Centrifugati – miliardi di particelle strutturate
nelle gabbie di moduli compilati e fototessera.
Tutto sincrono, esigono più ordine –
non ammettono che si saltino passaggi.

Così lo potevo capire
tossendo forte in ogni sua lacrima che sbucava dalle siepi –
il cielo si sparge nei capelli
la siccità del sole
la percepivo sulla voce che s’è fatta ombra.

L’incastro delle carni, sui calli
la delusione per il rigetto da carriera.
Ora spurga come un veleno dalla bocca
l’incredulo è nell’aria tesa, cammina sulle acque dei boati
evita di farsi riconoscere.

***

Facciamo come i cani che isterici annusano i loro territori

Un ticchettio claustrofobico
in un confine di spago – non puoi sovrastare
l’ordine costituito.
Tu sei dio – morto nella macchina di latta
o eri solo e disperato in tangenziale:
le antenne raschiano quella voragine di cielo viola –
c’è un dovere da rendere sacro
mentre chiedi ad altri più clemenza.

Chi vuole può correre in cerca dell’aria
sul cemento rosso di provincia –
l’infinito è un concetto non gestibile dalla mente umana.
La notte mostra la morsa del gelo
domina dall’alto i suoi cantieri
un brusio elettrico rende il silenzio screpolato,
le banche hanno le insegne luminose.

Il distacco è un vicolo che non accumula memoria
non ha niente da tirarci fuori.

***

Sdì è un nome che non riesco a immaginare

Chi t’attendeva a vivere
se sia il caso di simulare ingorgo.
Lui era un fiutato
rappreso fin dentro gli occhi aperti
allevia scialba la mattina.
La miscela è in altri corpi, ora.
Lui dorme con i muri – convalida la calce
si spippola tra i pioppi.

Proviamo ad origliare chi non parla
un banco di nubi ci sconfina
rende fragile l’esistere.  

Lo sbrego fa premuto con le dita, fino a saturazione.
 
__________
Andrea LABATE, La resa del margine, Forlì: L’Arcolaio, 2015, pp. 71
foto gentilmente concessaci dall’Autore.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/09/2016 da in poesia, poesia italiana con tag , , , .
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