perìgeion

un atto di poesia

Afterhours, Folfiri o Folfox. Impressioni di ascolto.

folfiri

di Francesco Tomada

Per eliminare subito ogni dubbio, dichiaro lo scopo di questo pezzo: cercare di spiegare perché apprezzo così tanto l’ultimo album degli Afterhours, Folfiri o Folfox (Universal), di spiegarlo a me stesso prima di tutto che degli Afterhours sono sicuramente un fan di vecchia data, ma per motivi anagrafici mi sento decisamente poco incline ai facili entusiasmi. Folfiri o Folfox invece ha la capacità di risvegliare in me un senso quasi adolescenziale di fiducia nell’idea stessa delle possibilità espressive della musica genericamente indicata come rock alternativo, e alla luce dei miei cinquant’anni – che poi corrispondono all’età dei musicisti degli Afterhours, o della maggior parte di loro – questo mi appare piuttosto sorprendente. So anche che la critica “ufficiale” ha scritto così bene di quest’album da sembrare quasi sospetta (come per l’ultimo lavoro dei Radiohead, che invece trovo di una noia mortale), così cerco di chiarirmi le idee pubblicamente, che poi in fondo i commenti sono aperti per tutti.

Dicevo di essere un ascoltatore del gruppo milanese da tempo, dal dittico Germi – Hai paura del buio che è stata forse l’espressione più nitida e a fuoco di un certo tipo di violenza giovanile evoluta nel passaggio all’età adulta. Hai paura del buio, in particolare, rimane a suo modo un album irripetibile, uno stato di grazia in cui tutto si viene a trovare quasi inconsapevolmente al proprio posto, un affresco di suoni brutale e al tempo stesso commovente. Credo che lo stesso Manuel Agnelli, di fatto comandante della ciurma Afterhours, si sia reso immediatamente conto di ciò, cercando già dal successivo Non è per sempre uno scarto di lato, all’epoca non del tutto riuscito, più desiderato che reale (ricordo a questo proposito di averlo avvicinato al termine di un concerto, criticandolo senza pietà per quel disco… diciamo che la quantità notevole di birre bevute non mi permetteva di essere lucido né diplomatico… Agnelli, nonostante la stanchezza, fu estremamente gentile e paziente. Non cambierà la vita di nessuno, ma questo può essere un buon momento per chiedere scusa).

Resto comunque dell’idea che Non è per sempre fosse un momento di passaggio irrisolto, e l’idea mi si rafforza dentro se penso che il lavoro successivo, Quello che non c’è, è invece un disco di spessore assoluto. Privo di quell’irruenza giovanile che caratterizzava Hai paura del buio, Quello che non c’è ha una profondità, nei testi e nelle musiche, che lo pongono come termine di confronto necessario per chi – ancora oggi – voglia provare a suonare rock in Italia e non solo.

E’ chiaro che, dopo questo vertice, Agnelli (a cui va riconosciuto il desiderio di non ripetersi, di cambiare, di dirigersi sempre verso qualche cosa di differente) ha avuto difficoltà nel ritrovare la rotta. Da fan, appunto, mi riesce difficile parlare di episodi minori nella discografia degli Afterhours, ma i successivi Ballate per piccole iene e I milanesi ammazzano il sabato mi sembrano nuovamente due lavori di passaggio: troppo levigato il primo, in cui l’ombra di Greg Dulli emerge con invadenza eccessiva; troppo forzatamente dissonante il secondo, in cui la scrittura di Agnelli sembra cercare elementi di stranezza senza però distaccarsi davvero dalla propria tipicità.

Quattro anni fa Padania aveva già rappresentato un passo in avanti: per quanto sia un lavoro che oggi ascolto di rado, l’impressione generale è che sia davvero un disco di un gruppo che si rimette in gioco, che sperimenta e rischia lasciando il porto delle sicurezze per cercare altro. Di quell’album sono forse da apprezzare più gli intenti che la riuscita, che non pare sempre a fuoco, ma senza dubbio Padania ha rappresentato una ripartenza vera, che oggi trova la sua realizzazione in Folfiri o Folfox.

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A proposito di confessioni, devo dire che io sono abituato a fare ciò che invece non si dovrebbe fare: quasi mai ascolto i dischi nella loro interezza, preferisco le selezioni di brani che per me hanno un significato e un senso. Anche se guardo indietro a Hai paura del buio oppure a Quello che non c’è, i brani in rotazione sul mio lettore sono forse la metà di quelli che trovavano posto nell’album, ma quei brani sono per me fondamentali. Accade lo stesso anche con Folfiri o Folfox, che è un disco imperfetto forse per troppa tensione, troppo desiderio, troppo coraggio (comincio subito a dirne il male, così magari il bene spiccherà di più). Ci sono pezzi irrisolti, cacofonici, in cui l’elemento di rottura rispetto alla scrittura tradizionale viene ricercato con eccessiva insistenza, quando sarebbe stato magari meglio arrendersi al proprio sguardo sul mondo, alla propria cifra stilistica. Però…

Però Folfiri o Folfox, nonostante queste pecche, è un lavoro sorprendentemente intenso. Lo è prima di tutto per la densità del suono, che assume stratificazioni e complessità che si svelano ascolto dopo ascolto, e non a caso è un album che cresce di passaggio in passaggio. Lo è per l’argomento trattato, così inusuale nella musica “leggera” ma così presente nella vita, dal momento che il filo conduttore è rappresentato dalla malattia (cancro, l’innominabile) e dalla morte del padre di Agnelli. Lo è perché si tratta di un pugno di canzoni dove il dolore viene affrontato senza ritegno, con spaesamento, con rabbia, con l’incertezza che di rado traspare all’interno di un lavoro che ha comunque come fine ultimo la propria commerciabilità. Lo è, infine, perché proprio nella tensione derivata dal dolore – e dai traumatici cambi di formazione all’interno del gruppo – gli elementi sembrano ritrovare ciascuno il posto che gli spetta: le dissonanze esistono e sono evidenti, però mentre in Padania sembravano una alterità voluta, qui disturbano lì dove devono disturbare, irrompono dove è necessario uno spaesamento.

Allora anche il fatto che diversi pezzi mi sembrino eccessivi o a loro modo non compiuti credo che sia un giusto prezzo da pagare, perché senza rischi non si arriva da nessuna parte, e l’atmosfera generale di Folfiri o Folfox è invece quella di un’urgenza necessaria e ritrovata. Un disco duro, molto duro, in certi passaggi quasi inascoltabile, ma di quei dischi che meritano tutta la fatica richiesta per rimanerci sopra a lungo ad esplorarli e metabolizzarli. Molto di più di un oggetto commerciale, dunque: può piacere oppure no, ma Folfiri o Folfox racchiude in sé la densità di Quello che non c’è, che è il lavoro degli Afterhours a cui mi viene più spontaneo accostarlo, non tanto come forma musicale quanto come prospettiva ed intenti. Ed è certo, l’ho ammesso subito, che il fatto che io sia un fan del gruppo milanese non rende obbiettiva la mia percezione, così come è certo che i miei cinquant’anni mi facciano sentire più vicino un disco di cinquantenni piuttosto che uno di adolescenti. Però il fatto che dei cinquantenni riescano oggi a produrre un lavoro del genere mi sembra ancora di più confortante: si possono compiere passi azzardati ed altri riusciti, si può procedere magari a tentoni, ma anche la musica rock sta crescendo, sta maturando, oppure se volete invecchia, ma invecchiando con occhi aperti e orecchie tese si rende più evidente che non è detto che il meglio sia già passato, anzi molto del meglio sta appena arrivando. Che poi Manuel Agnelli vada a Sanremo o a fare il giudice in non so quale talent, per quanto mi lasci perplesso, in realtà mi interessa abbastanza poco; saranno altri di quei tentativi che gli sono necessari per trovare la strada migliore, e fino ad oggi molto spesso ha avuto ragione lui.

***

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Un commento su “Afterhours, Folfiri o Folfox. Impressioni di ascolto.

  1. ninoiacovella
    26/09/2016

    Ho scoperto tardi l’alternative italiano e adesso mi godo da alcuni anni l’abbondanza di ascoltare album di gruppi memorabili.
    Gli Afterhours di Manuel Agnelli sono un punto di riferimento.
    Quest’ultimo album lo trovo molto valido e concordo con la recensione di Francesco. Mi piace davvero molto l’attacco di Grande, una ballata disperata e urlata alla memoria del padre e di Manuel bambino. Grande, appunto.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2016 da in musica, ospiti, recensioni con tag , , .
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