perìgeion

un atto di poesia

Luci dal fondo.

di Christian Tito

 

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A seguito di alcuni fatti di cronaca particolarmente drammatici come quelli di Nizza, questa estate ho sentito un forte impulso ad abbandonare, senza sapere se definitivamente o meno, facebook, il social network che, innegabilmente, sta cambiando o ha già cambiato la vita di quasi tutti gli abitanti del pianeta che hanno accesso alla rete. Il motivo è, nello stesso tempo, semplice e profondamente complesso. Ciò che mi ha spinto a uscire è stato un senso di straniamento e un moto di ribrezzo ( molto più acuti rispetto a quelli che in diverse occasioni mi avevano già colto e portato a pensare di fare un simile passo) verso il modo in cui si succedono, di fronte a eventi come questo, commenti generici o addirittura creazioni artistiche che appaiono trainate dalla pancia senza essere accompagnate da spirito e mente. Sia ben chiaro che non mi chiamo fuori da queste dinamiche e che, probabilmente, avevo bisogno di un momento di distacco per poter valutare con più lucidità e minore coinvolgimento anche la fetta di personale caduta in questa trappola. La sensazione che, però, ha inciso maggiormente nella decisione, è stata quella di rilevare che il fine, più o meno inconscio di tutti noi scriventi, poeti, artisti della parola o meno, conseguente a questi fatti estremi (ma non solo), sia fortemente in bilico tra il legittimo tentativo di elaborare nonché dissipare l’angoscia della morte e quello di dar vita a dichiarazioni/creazioni artistiche che nascondono (in alcuni  casi neanche molto bene)  dei significativi aspetti narcisistici. Ora, un tantino di narcisismo, inteso come amore, rispetto e orgoglio di sé, è anche fisiologico e sano in ciascuno di noi, ma , frequentando facebook da circa sei anni e provando a guardarlo con occhio socio/antropologico, mi sembra evidente che il “tantino”  sia in molti casi largamente superato facendo assumere al fenomeno caratteri marcatamente patologici. La situazione, se vogliamo, è paradossale: questa occasione enorme che l’umanità non ha mai avuto (e che invece oggi ha) per fare rete, dare a tutti un senso di partecipazione alla collettività e che potrebbe, tra le altre cose, anche assolvere la funzione di elaborare e suddividere cognitivamente il male oltre che il bene presenti nella nostra esperienza umana, finisce, se imbrigliata tra le maglie di tale eccesso patologico, col mettere tutti noi in relazioni ed elaborazioni collettive che di fatto sono inesistenti. Tutto questo impedisce qualsiasi forma di reale arricchimento e ci fa somigliare  a una specie di sterminata folla di isolati più che a una comunità di individui. Quando riversiamo incessantemente pezzi della nostra identità, del nostro pensiero, della nostra intimità in questo contenitore planetario di dimensioni neanche immaginabili forse sarebbe il caso di chiedersi  onestamente se il fine è quello di volerci sentire partecipi, presenti, addirittura esistenti in un senso di storia e vicende comuni o se abbiamo bisogno di colmare un  vuoto che invece, chissà perché, nonostante la massa sterminata di utenti che siamo, sentiamo nel profondo della nostra coscienza. Altro fatto evidente che mi fa venire il sospetto che queste mie sensazioni non siano il frutto di un personale momento di abbattimento e sconforto (che sarebbe pure comprensibile dopo la tragedia di Nizza, ma anche di fronte a tutte le tragedie di ogni giorno in ogni angolo del mondo) è il solito dato ( ed è quello che spesso si ripete anche in relazione all’iper produzione editoriale nell’ambito della poesia in questo caso italiana che, in questo interrogativo, appare fortemente e allo stesso modo invischiata):  quelli che leggono quanto gli altri scrivono è pari al numero di quanti scrivono? E soprattutto siamo in grado ancora di discernere il differente livello di rilevanza gnoseologica e profondità che hanno le parole e i prodotti artistici?
Sembrerebbe di no e non di poco. Quindi nell’era della comunicazione globale esisterebbe in realtà un problema gigantesco di comunicazione e, di fianco, un problema altrettanto grande di narcisismo, sintomo di infantilismo e frustrazione presenti nelle nostre vite. A tutti, democraticamente, sembra data (e di fatto è data) la possibilità di parlare (o, nel caso della poesia, ma anche della narrativa, di pubblicare un libro e sentirsi un Autore) ma, in questo mare sterminato, l’attenzione e la ricettività si perde minando nelle fondamenta la capacità di cogliere le parole che hanno peso e analizzano la complessità infinita del reale da ciò che è invece un fluido liquido e inconsistente. A dispetto del mordi e fuggi, della velocità fulminante a cui tutta la nostra società ipertecnologica è sottoposta e spaventosamente ben rappresentata nella struttura di facebook e degli altri altri social network, mi sono fatto l’idea che, per mantenere viva un’autentica capacità di discernimento occorra un lavoro faticoso, lento e controcorrente, di ascolto profondo verso se stessi e verso gli altri ed è solo in conseguenza di questo che si potrebbe creare il presupposto (solo molto tempo dopo) per pronunciare parole che abbiano una consistenza. Solo grazie a questa preziosissima fatica, forse, saremmo ricompensati dalla fulminea capacità di distinguere e decidere se ignorare (magari, più benevolmente, adottare un moto compassionevole verso il trascurabile rumore di fondo trainato da superficialità o ambizioni esclusivamente narcisiste) o invece nutrirci e abbeverarci con rispetto di tutte quelle produzioni del pensiero umano che sono realmente in grado di insegnare, costruire, consolare.

Un esempio personale di mancanza di ascolto social mi è accaduto qualche tempo fa in seguito alla pubblicazione di questo post:

 

“per favore NON POSTATE sulla mia bacheca qualsiasi cosa che riguardi i POETRY SLAM soprattutto se ci sono termini quali SFIDA, RING, GIURIA, CLASSIFICA, VINCITORI E VINTI. Le parole sono importanti e tutte queste le ho in orrore, soprattutto se accostate alla poesia che al senso delle parole dovrebbe badare. Grazie”

 

Ebbene, ovviamente sulla mia bacheca quelle parole e quegli inviti, a partire da quel giorno, non dico siano aumentate, ma non mi è sembrato nemmeno che siano diminuite. Tra l’altro, piccola parentesi (e qui, come in tutte queste riflessioni, parlo a titolo personale e non redazionale): credo che il fenomeno dello slam sia in parte contaminato dai discorsi di cui sopra. La poesia si sa, storicamente, è nata nell’oralità prima che nella scrittura. Le volte che accade è bellissimo ascoltare una poesia veicolata da una voce che sia a servizio della parola. Magari una voce imperfetta e tremolante per l’ emozione dei contenuti espressi, ma che sia dentro la misura che intrinsecamente la poesia ha già in sé come codici di lettura. L’oralità portata dal fenomeno dello slam, almeno nelle occasioni in cui mi è capitato incrociarla qui in Italia (ed è corretto, però, ammettere che non sono sufficienti per trarre conclusioni irremovibili), quella misura sembrava ignorarla. Mi è parso che puntasse sulla spettacolarizzazione e l’ eccesso per sedurre il pubblico e portare  voti all’oratore che aspirava più alla sua vittoria che a quella della poesia.  Ripeto:  l’oralità è cosa importantissima ed enorme valore aggiunto tra trasmittenti e riceventi, ma occorre valutare in maniera spietata quali siano le regole del gioco e, a patto che esistano sia gli uni che gli altri, l’eventuale vittoria, se proprio vogliamo metterla in mezzo, dovrebbe essere cosa di tutti. Bellissimi a tal proposito, e l’autrice è un esempio tra i più alti e suggestivi nella qualità della lettura dei propri testi, i due lavori* sull’oralità di Ida Travi. Finita questa parentesi che poi tanto piccola non è stata, concludo dicendo questo. Non ho neanche lontanamente alcuna pretesa di avere ragione, mi interessa solo porre questioni in maniera diretta basandomi su alcune esperienze personali che non reputo esaustive e spero che ci sia una evoluzione diversa da quella dei social che mi sembra prevalere. Allo stesso modo mi auguro che, in qualche occasione, qualora dovessi vincere le mie resistenze e trovarmi nuovamente di fronte ad eventi di slam poetry, possano essere modificate o smentite le mie sensazioni.
C’è però ancora una cosa di rilevante importanza nella mia vicenda: mi sono accorto che, pur avendo vissuto benissimo due mesi senza facebook, qualcosa mi mancava. Ho pensato che molti incontri nella vita reale che ho fatto e che sono stati per me, poi, di fondamentale importanza , sono stati conseguenti a connessioni prima intrecciate su quella piattaforma. Mi sono accorto che alcune persone che non posso frequentare e sentire quotidianamente mi sono mancate, ( anche per la leggerezza di un allegro saluto, perchè non è assolutamente detto che serietà e sostanza siano solo gravità e seriosità) e ho ricordato quanto, in mezzo al rumore , ogni tanto, mi sia capitato di leggere alcune parole che invece, consistenza e spessore, ne avevano eccome. Così sono rientrato, con animo forse più leggero e distaccato, come mi suggeriva un caro amico a cui era successa la stessa cosa e, nonostante le tragedie ( vedi terremoto, Siria, barconi rovesciati, lavoratori in sciopero investiti e ammazzati, atti terroristici in ogni dove) e l’orrore ( vedi la tristissima vicenda della povera Tiziana e la giovane stuprata e filmata in discoteca che, oltre a fornire spunti agli sceneggiatori dell’eccellente e tremenda serie TV Black Mirror, meriterebbero ben altro che la trattazione impulsiva dei social, ma una riflessione collettiva approfondita e seria da parte di tutti i più sensibili e preparati rappresentanti dello scibile umano), nonostante tutto questo, dicevo, mi è venuta in mente un’idea per Perigeion che estendo agli altri redattori presenti su quella e altre piattaforme social. Provare, compatibilmente con la nostra frequentazione, ma con onestà intellettuale e secondo il nostro appassionato, pur se fallace giudizio, a intercettare e fissare sul nostro blog, con cadenza irregolare e a partire dall’ultima “intercettazione”, delle parole o immagini o altri contenuti comunicativi a cui attribuiamo un valore significativo e che, se estrapolate dalla costituzionale evanescenza delle piattaforma cui sono destinate ( non solo Facebook ma , appunto, anche twitter o google+ ad es.) , possono, nel tempo, costituire un mosaico che valga la pena guardare e riguardare. I criteri saranno i soliti che tentiamo di usare da quando Perigeion è nato, ossia: particolare attenzione e predilezione per contenuti che artisticamente o anche solo intellettualmente contribuiscano ad analizzare la realtà e se possibile a celebrare la bellezza e la dignità umana. Che siano poesie, aforismi, piccoli racconti, riflessioni o quant’altro, come sempre, non adotteremo nessun tipo di discriminazione della fonte da cui queste provengano.
Questa idea mi è venuta a partire da un altro post che per me ha avuto un valore simbolico fortissimo legato al mio rientro nella “mischia” social.
Prossimamente, a cadenza irregolare, partiremo da qui e aggiorneremo questa (chiamiamola) rubrica a partire dalle più recenti intercettazioni.

LUCI DAL FONDO

L’attenzione all’altrui esistenza è la forma più alta di generosità e non esiste uomo migliore di colui che invece di parlare sta ad ascoltare gli altri. Ciò l’ho compreso con gli anni… e per grazia concessami.

Post di Gian Ruggero Manzoni del 9-9- 2016

 

Da oltre trent’anni, mi affido alla solitudine. L’indifferenza mi salva dalla malattia dell’incompreso.

Risposta di Nanni Cagnone ad un dibattito sulle antologie di poesia conseguente ad un post da lui stesso inserito su Fb il 3-9-2016

 

Non sono temi qualsiasi ( e non è un caso che vengano dopo questo articolo). Non sono neanche due amici qualunque e possiamo dire di essere privilegiati ad averli come tali, ma ci tengo ( e qui credo di poter rappresentare tutta la redazione) a dire anche un’altra cosa: tutti possono essere artisti, ma pochissimi lo sono. Se i social network e la tecnologia consentono a tutti di sentirsi o presentarsi come tali, qui proviamo a marcare qualche differenza per il rispetto che abbiamo nei confronti dell’arte. Però siamo certi che, a fianco a Gian Ruggero Manzoni e a Nanni Cagnone, su cui non è necessario aggiungere parola alcuna, da qui in avanti ci saranno , come sempre, molte inaspettate sorprese e saremo lietissimi di tirarle fuori.

* Poetica del basso continuo, Ida Travi, Moretti & Vitali 2015; L’aspetto orale della poesia, Ida Travi, Moretti & Vitali 2007.

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22 commenti su “Luci dal fondo.

  1. Giorgio Galli
    27/09/2016

    Bravissimo Christian.

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  2. iole
    27/09/2016

    Una caratteristica fortemente negativa del nostro tempo è quello del ‘fast’ – e lo scrivo all’americana perché purtroppo siamo inclini a recepire dall’oltreoceano, più o meno consapevolmente, abitudini che spesso di positivo hanno ben poco. La fretta, il rapido consumare ( e non a caso mi viene in mente anche’ rovinare’) qualsiasi cosa che ci venga a tiro, la necessità di costipare ogni granello di tempo di ‘cose’, ci impedisce di godere del buono che viene dalla lentezza, dal gusto del centellinare assaporando attimi e situazioni, partendo dal poco e magari arrivando al pochissimo.
    Facebook spinge sfortunatamente a tale tipo di meccanismo.
    Mi sono iscritta a questo social credo nel 2013 forzando resistenze che venivano in parte proprio da questa meccanica. Mi ero resa conto che in fondo rischiavo di perdermi cose davvero buone e interessanti.
    Certo è che costantemente devo fare una forzatura su me stessa per non essere invischiata dal consumo fagocitato e inutile che viene proprio dall’aver a disposizione tanto e subito. Ma se riesco a superare questo scoglio e, come dici bene tu Christian – a non focalizzarmi troppo su me stessa – molto di buono è ciò di cui riesco a godere.
    Ecco, una mia breve riflessione che non tocca l’argomento dell’oralità della poesia che ho apprezzato per quel collegamento che hai fatto con l’ascolto – parte essenziale e fondamentale della condivisione e della convivenza – ma che mi piacerebbe poter approfondire partendo proprio dalla fruizione non virtuale ( ma la mia poca capacità di viaggiare, ancora me lo impediscono).
    E per finire vorrei dire che sempre si ha bisogno di qualcuno che ci ricordi da che parte sta appunto la luce. Grazie quindi di questo tuo tempo speso nel raccogliere le parole più adatte per dirlo.

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  3. ida Travi
    27/09/2016

    Grazie per questa riflessione, Christian Tito!

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  4. Mi associo ai ringraziamenti! Davvero una riflessione da leggere e rileggere…. Sono un evaso da facebook, qui nei blog mi ritrovo più sereno. Grazie!

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  5. luca blanco
    27/09/2016

    Effettivamente il testo sopra espresso ci mette di fronte alla necessità di staccarci da elementi potenzialmente alienanti quali possono essere i social network, proprio per ritrovare i nostri pensieri, le nostre emozioni e il nostro senso che diamo alla vita. E’ Facebook stesso a produrre alienazione nel tentativo illusorio di connetterci. Perché tutto diventa meccanico, automatico e il genere umano viene privato della capacità di ragionare e queste sono peculiarità della persona adulta e razionale, oltre che sensibile e sentimentale. E allora si sente il bisogno di quello spazio che nell’epoca barocca diverrà la piazza per incontrarci di persona, scambiarci emozioni, empatia. Tutto questo attraverso le poesie recitate, ma anche il nostro ridere e scherzare o condividere pene come possono essere i lutti e le difficoltà quotidiane. E ci rendiamo conto che il linguaggio corporeo che accompagna la parola è necessario affinché essa abbia piena comprensione. Una cosa detta in modo ironico assume un peso, una altra detta in tono serio tutt’altro tono. Io credo che chi si occupa di arte è esposto più di altri a forme più o meno inconsce di narcisismo eccessivo. Badiamo che un minimo di narcisismo è sano, significa considerarci, amarci e prenderci cura di noi. Come possiamo prenderci cura degli altri se ci dimentichiamo di noi? Quindi il distacco da facebook per tastare con l’utilizzo dei cinque sensi il mondo circostante è più che legittimo. Io sono convinto che un artista sia tale quando è consapevole che mette tutto se stesso ( scritti, voce,gesti e altre comunicazioni verbali e non verbali) a disposizione prima degli altri e poi dell’arte stessa. Praticamente egli è tale quando si omaggia. Invece troppo spesso vedi persone che usano l’arte per mettersi in mostra e questo non ha nulla a che vedere con l’opera artistica, ne tanto meno quella poetica. Da questo punto di vista facebook diventa uno strumento troppo autoreferenziale. Ci si rivolge agli altri ma è come se il video ti impedisse di arrivare all’altro intrappolandoti come un pesciolino nella rete stessa. E allora credi di essere a contatto con gli altri, ma non sono che il tuo riflesso che si mira e si rimira non sapendo di farlo. Facebook ha un potenziale alienante e di questo ne dobbiamo tenere sempre conto. Quindi, secondo me, dobbiamo cercare di farne uso parco e consapevole, cercando nella realtà di tutti i giorni ciò di cui abbiamo bisogno; magari è proprio dal nostro vicino di casa che non abbiamo mai considerato che avviene una sintonia inaspettata. Che so? Magari per risolvere un problema di condominio …
    Io sono convinto che l’inconscio collettivo dell’umanità chiede bisogno di contatti veri. E probabilmente questa pausa che ha sentito di fare l’autore ubbidiva a questi bisogni decisamente umani.

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  6. christiantito
    27/09/2016

    Ringrazio io, davvero, ciascuno di voi per le profonde e interessanti riflessioni seguite alla mia. È questa la comunicazione che amo. In cerchio a scambiarci impressioni… Grazie ancora a voi. Christian

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  7. Giorgio Galli
    28/09/2016

    La comunicazione “in assenza” è sempre esistita: i rapporti esclusivamente epistolari sono sempre esistiti. Ciò che cambia, con i social (non solo Facebook, ma anche i forum) è che essi istituiscono un loro mondo, che ha regole proprio come il nostro, dove si stabiliscono relazioni di simpatia e antipatia, dove il linguaggio non verbale non manca del tutto perché è sostituito da suoi succedanei visivi. Si crea, insomma, non più un rapporto personale “in assenza”, ma un’intera collettività che si muove “in assenza”. E dal muoversi “in assenza” all’aggirarsi furtivamente, “in scomparsa”, nascosti dietro avatar, nicknames ecc. il passo è corto. E’ come in quelle situazioni in cui il malcostume diffuso fa sentire ciascuno al riparo dietro la cortina del buio.
    C’è un altro problema, che non riguarda i social, ma tutto il Web. Nella vita reale, fino a pochi anni fa, se io volevo imparare il cinese andavo da un maestro di cinese: lo facevo non “per sottomissione”, ma perché gli riconoscevo un’autorevolezza basata sulla competenza. Su Internet, è come se tutta la piazza, il vicinato, la città si mettessero a insegnarmi il cinese a prescindere dall’avere titolo per farlo. E’ un fenomeno contiguo a quello dei poeti che non leggono poesia. E’ come se il Web portasse alle estreme conseguenze la confusione fra libertà e mancanza di limiti, fra democrazia e “diritto all’incompetenza”. La proposta di Christian è, se ci pensiamo, rivoluzionaria: non portare l’umano e l’umanistico sui social, ma andarlo a cercare proprio lì, pescare le perle e dar loro spazio. Lo trovo estremamente costruttivo.

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  8. Massimiliano
    28/09/2016

    Il mezzo è un mezzo. Se lo usano alcuni mezzi uomini, diventa meno di un quarto. Al contrario, c’è il contrario.

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  9. grisdrago
    28/09/2016

    concordo con massimiliano… l’attitudine di chi si propone di intercettare, nei social, parole che abbiano consistenza è empatica, rispettosa e meditativa… quindi “rallentata”. La proposta di Christian cerca di fare un “uso” del mezzo orientato a prestare davvero attenzione, individuando ciò che potrebbe restare, nonostante il continuo flusso dispersivo. Del resto, senza un’attitudine disposta a vedere non si vede comunque nulla… intendo dire che quando riesco a prestare attenzione a qualcosa, per esempio a questi miei sandali, e osservo bene bene come si sono consumati, come si sono deformati nell’uso assumendo l’impronta del piede, allora posso sentire e capire tante altre cose, magari anche come funziona facebook che rende tutto senescente a una velocità incredibile… a partire dai sandali invecchiati e deformati potrei chiedermi se l’uso di questi “mezzi” deformi il nostro stile sia di vita che di scrittura oppure no… (avverto che non sono contraria alle deformazioni e che di solito fatico a separarmi dai vecchi sandali!) Bravo Christian!

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  10. ninoiacovella
    28/09/2016

    In questo articolo ci sono tutti i riflessi e le sfaccettature che hanno fatto nascere questo blog, che è, lo ricorda il nostro motto, un atto di poesia (una dedica). Si cerca di scardinare il vicolo cieco ego arte egotica (e qui i goti non c’entrano per niente, ve lo garantisco).
    Su facebook c’è tutta l’amplificazione di un narcisismo per lo più penoso e noioso. Poca educazione alla bellezza. Poca umiltà. Poco studio dei maestri sia in arte che nella vita.

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  11. Marilena
    01/10/2016

    Tito che dire, è grazie a giovani come te, come Nino e Massimiliano che il mondo sarà migliore un giorno è per questo che evito di lasciarmi prendere dallo sconforto.
    Tieni presente che vi ho conosciuti su facebook, vuoi negare ad altri questa possibilità?
    Come dice Massimiliano il mezzo è un mezzo 🙂

    Un abbraccio a tutti voi.

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  12. anna salvini
    18/10/2016

    leggo oggi, e un po’ di corsa, questa riflessione che stampo e rivedo con calma stasera… io purtroppo non riesco ad unirmi al popolo di Fb e altri social e vi dirò, con grande sincerità, che non credo di essermi persa grandi cose.
    Sono anni che seguo siti come questo grazie ad un semplice passaparola, ad un amico o un’amica che mi inviano link su mail. Tanti mi hanno detto che, non essendoci, sono poco visibile ma io non l’ho mai creduto e devo ringraziare profondamente chi, come voi, ha visto dal fondo ogni piccolo bagliore.

    Anna

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    • Antonio Devicienti
      18/10/2016

      Ecco, cara Anna, penso lei abbia centrato il problema o la questione: si parla insistentemente di “visibilità” come se quest’ultima fosse obbligatoria o necessaria (essere visibili, farsi vedere, essere presenti). Si trascura l’ascolto, l’attenzione discreta e appartata, si trascura il fatto che la parola poetica (propria E ANCHE degli altri) vada cercata e attesa, non esibita o esposta. E una delle conseguenze è il venir meno di un senso di comunità, il prevalere di parate di stelle all’interno delle quali ognuno guarda una sola stella: sé stesso o sé stessa. Si scrive tantissimo, si legge pochissimo. Si elargiscono commenti entusiasti, si approfondisce e si dialoga poco, davvero poco.

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      • christiantito
        27/10/2016

        “Si trascura l’ascolto, l’attenzione discreta e appartata…”
        Quanto hai ragione amico caro.
        Chris

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    • Marilena
      18/10/2016

      Hai ragione Anna, non hai perso grandi cose e sicuramente in quanto a visibilità non hai perso niente. FB è l’ultimo posto al mondo in cui la poesia può essere sè stessa, ritrosamente schiva e incline alla solitudine e credimi, quello che viene pubblicato lo leggono veramente in pochi. Però qualcosa di positivo FB ci riserva, come ho detto a Christian è la possibilità di trovare belle persone ed è più o meno come nella vita di tutti i giorni, certe anime belle le riconosci subito.
      Occorre solo avere l’accortezza di usarlo con una certa parsimonia.
      Comunque Anna tu sei una delle anime più belle che ho trovato, non sarà stato su FB ma c’è pur sempre internet di mezzo 😉
      Oddio quante volte ho nominato l’anima??? Io, proprio io….nooooooooooooooo
      un abbraccio Annina

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      • christiantito
        27/10/2016

        Le riconosci, cara Marilena, perché una lungo cammino ti ha portato a questa consapevolezza nel riconoscimento di persone e poesia…
        Un abbraccio tanto grande e grazie sempre per la tua fiducia

        Mi piace

    • christiantito
      27/10/2016

      Addirittura io penso, cara Anna, che non essendoci si possa in certi casi emettere un bagliore più intenso.Quindi grazie a te.

      Mi piace

  13. Massimiliano
    19/10/2016

    Ciao, Anna, Antonio e Marilena. M’inserisco nel vostro discorso per dire la mia, ia o. In definitiva, chi se ne frega di essere visibile? Visibile per fare che? Personalmente, ho tolto anche l’ultimo specchio che avevo in casa – meno visibile sono, soprattutto a me stesso, e meno mi spavento.

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  14. christiantito
    27/10/2016

    Caro Max,
    rimetti lo specchio, guardati, e non spaventarti.Non ne hai alcun motivo, io, quando ti vedo, sono proprio contento di guardare qualcuno molto diverso da quelli che realmente fanno spavento.

    ia ia ooooooo

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Questa voce è stata pubblicata il 27/09/2016 da in dalla rete, poesia, rubriche con tag , , , .
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