perìgeion

un atto di poesia

L’andare illogico, di Roberto Marino Masini

 

 

cop

 

di Pericle Camuffo

 

Alla fine degli anni Sessanta, in una lettera a Tom Mascher, Bruce Chatwin si chiedeva “perché errare” quando l’essere umano avrebbe tutta la convenienza a starsene fermo? Eppure, precisava, tutti hanno una “coazione a vagare” e prima o poi, ad ognuno di noi, si presenta la necessità di praticare “l’alternativa nomade”. L’andare, dunque, è in qualche modo “illogico”, impulso emotivo, ma allo stesso tempo è qualcosa a cui non riusciamo a sottrarci, qualcosa che ci costituisce intimamente come specie. In questo senso, il viaggio è un percorso di ricostruzione, di riappropriazione della propria “logica” non molto dissimile da quello proposto dalla psicanalisi freudiana che intendeva riportare l’IO là dove agiva e regnava l’ES. Insomma, se l’illogico irrompe inevitabilmente nelle nostre esistenze, anzi, se siamo proprio noi, avendone nostalgia, a preparare le condizioni per la sua epifania, a stimolare l’insorgenza dell’erranza, a riattivare la sua dirompente forza di lacerazione, siamo pienamente consapevoli che all’interno di tale frantumazione non riusciamo a starci a lungo perché smarriremmo ogni senso di noi stessi e del mondo. Ecco allora la “coazione al ritorno”, la necessità, che è sopravvivenza, di ristabilire una qualche forma di “logica” che non deve necessariamente, e quasi mai lo è, essere la stessa che abbiamo dato in pasto al tremolio dissacrante dell’andare. Questa “logica”, pur nella sua provvisorietà, pur nel suo essere dinamico intreccio di forze, ha tutto il sapore della rinascita, della conquista, della ri-occupazione di se stessi.

Roberto Marino Masini, nel suo ultimo libro, L’andare illogico (Bologna, Qudu, 2016, pp. 78, Euro 10), ci mostra il suo modo di praticare questo percorso, ci descrive il viaggio all’interno di una “illogicità” estremamente privata, drammaticamente privata, sgomberata però da ogni finzione e guardata diritta negli occhi, per quello che è, “l’andare illogico di quest’uomo fragile”. Ed è un cammino scandito dall’incertezza dei passi, dal tremore delle gambe, dagli spigoli delle pietre bianche del Carso che feriscono i piedi, che segnano di dolore una “fragilità consapevole” che nulla ha di casuale, che non è accadimento, sorpresa, ma determinato processo interrogativo in una situazione in cui “tutto cade con fragore”. In questo frastuono emotivo la presenza del corpo marca la nota d’esistenza della raccolta che non è narrazione esclusiva del pensiero, presa di distanza dalla carnalità che la sorregge, ma urla invece quasi ad ogni pagina la fatica della carne e del sangue, rendendo questo “illogico andare”, un andare non più privato, solo privato, bensì sentiero d’umanità che, seppure percorso nella desolata solitudine, apre alla dimensione dell’ascolto, dell’alterità, della condivisione, alla ricerca/richiesta di “quel calmo andare/da gustare insieme”, spezzato, nel suo essere comunione, dall’intrusione dell’illogico. E non è un caso, in questo senso, che la seconda delle quattro sezioni del libro si intitoli Vibra la corda che ci unisce.

Ed è ancora il corpo, inteso nel suo essere carne, il veicolo che situa il libro all’interno di uno spazio fisico, geografico – Gorizia, il confine orientale, la Slovenia, il mare di Grado – sganciandolo ancora una volta dal pericolo della ricaduta e della chiusura in una geografia dell’anima.

Ma oltre ad alzare contro la luce le diapositive di questo suo “andare illogico” e presentarcele a volte quasi senza pudore, Masini inserisce nel libro anche una riflessione sulla sua scrittura, sul senso del suo fare poesia, che è valore aggiunto di questo volume in cui Masini vuole farci leggere non solo il suo scritto ma anche il suo scrivere.

In questo senso, non è un caso che Masini abbia scelto proprio Edmond Jabès da citare in esergo, scrittore dell’erranza, del silenzio, del deserto, degli spazi bianchi tra le parole; e non è un caso abbia scelto di citare proprio Il libro della sovversione non sospetta, testo del 1982 nel quale Jabès “rimedita l’avventura stessa della scrittura”. Le citazioni scelte – “Il gesto di scrivere è un gesto solitario. […]. Uno scritto non è uno specchio. Scrivere è affrontare un volto sconosciuto” – sono d’altronde già confessione di un itinerario attraverso i propri versi, attraverso il proprio scritto che viene continuamente interrogato in modo che a rispondere sia lo scrivere, il movimento stesso della scrittura. Questo movimento secondo Jabès – che rimane attivo come sottofondo in tutto il libro – è “la sovversione”, dimensione che Masini utilizza come strumento per sovvertire la frammentazione dell’ illogico e contenerla nella logica della costruzione poetica, rendendola comunicazione. E’ esercizio faticoso, estenuante, che chiama in causa un continuo annusare se stessi ricercando se stessi, un inesausto “rivoltare” se stessi – e questa fatica a volte cola, densa, dai versi di Masini – ma è il modo, almeno per Masini, di abitare l’illogico senza perdersi in esso.

E’ dunque la scrittura che salva? La scrittura come continua interrogazione di uno scritto che vuole dire il proprio scrivere? Che vuole, in fondo, dire il proprio autore? E l’autore può, per salvarsi, non essere altro che questo scritto, che questo scrivere?

Dall’invito al viaggio che la apre – “Fuori c’è un viaggio che aspetta” – alla domanda esistenziale che la chiude – “Rifletti, dove ci porta la vita?” – in questa sua ultima raccolta poetica di Roberto Marino Masini lavora sulle corrispondenze intime tra queste domande, tra andare e scrivere, tra viaggio e narrazione, tra vivere e raccontare, tra privato e pubblico. Prende la parola dalla propria intimità, dalla propria “illogicità” e ne ricava uno spazio di condivisione attraversabile “nella libertà di leggere e ricordare”, nella convinzione che la vita, che ogni vita, non è altro che storia, memoria, parola, testimonianza: una serie di “interminabili lenti vissuti da raccontare”.

***

 

Poesie tratte dalla sezione

“Un granello di notte filtra nel mio sogno”

 

 

Amaro numero uno

 

Un granello di notte filtra nel mio sogno

quanto basta per agitare il nulla, renderlo infido.

Non voglio sognare non voglio rivivere l’immaginario,

ho costruito attraverso il freddo, il sole,

la noia delle stagioni fino alla stanchezza.

Crollare è stato facile, l’attimo che sfugge alla ragione

che non dà spazio al pensiero

e nessun riscatto all’ultimo istante…

 

 

Amaro numero due

 

Non posso pensare di lasciare solo me stesso

addormentato o semplicemente spento, “off”.

Corpo che respira suda trema, invoca attenzione

paga i riflessi della luna.

È un altro segno tangibile di una fragilità consapevole,

io ho fatto questo.

A disprezzo della libertà delle mie parole

violento le corde che reggono il cielo

fino a spezzarle e tutto cade con fragore.

 

 

Amaro numero tre

 

Si frantuma la mia coscienza ascoltando,

parla il tuo sorriso amaro.

Rode nello stomaco l’indugio,

dare sapere in un groviglio di suoni,

stridulo come un richiamo,

poi il silenzio lo spergiurare verità finale

per un monologo senza pubblico.

 

 

Amaro numero quattro

 

Le nostre ceneri galleggiano sull’acqua.

Siamo stati polvere e polvere ritornati

dopo aver corrotto un corpo e fatto uso

e abuso e disperate costrizioni,

senza guardarci indietro.

Chiedere perdono ora non ha senso, non più,

possiamo solo lasciare fluire l’anima verso chi l’attrae

o condividere la sua leggerezza con altre

nello sconfinato mondo dei perché.

 

 

Retrospettive (due)

 

Seduto sulla sponda del fiume aspetto

non il corpo morto del nemico ma un tronco

al quale tirar sassi come da bambino…

Dicevo del mio stare a guardare la corrente,

alla natura di questo Isonzo che non dimentica, rigenera

volti pianti amori braccia…

il sonno ora porta via sfuma le parole

la verità s’addormenta

l’altro me si alza, guarda la riva, scompare.

 

 

***

 

Sinceramente non lo so,

la nostalgia di un breve passato d’estate lunga

con i suoi pomeriggi ed il cielo blu,

tanto mare onde la scia tua nell’acqua

un occhio a fissare l’immagine.

Ora osservo i pantaloni corti

letargo da cassetto nel comò

e guardo l’armadio aperto il giaccone nero

il cappello di loden nuovo e il desiderio di vestirmi

camminare sotto la pioggia, scrivere d’inverni.

 

 

***

 

Rimarremo qui a qualunque costo

non volteremo le spalle alle parole sconsiderate

di quanti gridano “andiamo” senza una ragione.

Qui rimarremo a guardare la Luna ed il suo senso

oppure l’alba che si forma o ancora

il calare perpetuo delle ombre.

Qui siamo stati e qui saremo, non rimpianti né lacrime

solo qualche serena nostalgia nelle tue mani

e negli occhi il compiersi della nostra eternità.

 

***

Roberto Marino Masini (Gorizia, 1958), ha pubblicato la sua prima raccolta, Un profondo delicato, nel 2002. A questa sono seguite Il tempo ci attraversa e La delicatezza di un piccolo mistero (2006), I cedri del libano (2007), premio “Pubblica con noi” 2008, Cercavi tra l’erba le parole (2009) e Per disperata ostinazione (2014). Sue poesie sono state inserite in antologie e siti internet. Ha partecipato e partecipa a numerosi reading sia in Italia che all’estero. Appassionato di fotografia, si occupa di teatro con persone disabili, con la quali per oltre 25 anni ha seguito, come responsabile, il progetto “Compagnia Teatrale Azzurro”.

***

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28/09/2016 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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