perìgeion

un atto di poesia

La scena della lettura

 

thomas_blanchot

 

 

di Giuseppe Zuccarino

 

Il libro di esordio di Maurice Blanchot è un romanzo molto originale, Thomas l’obscur, nel quale il linguaggio metaforico e il pensiero astratto prendono il sopravvento rispetto alla narrazione tradizionalmente intesa1. Protagonista è un adolescente che, dopo una misteriosa esperienza che lo ha fatto entrare in contatto col nulla e con la notte, per un verso acquista particolari poteri, per l’altro si trova ad essere diverso e separato dagli altri (coi quali non ha più modo di instaurare le relazioni consuete), finendo anzi con l’esercitare su di essi, indipendentemente dalla sua volontà, un’azione distruttiva. Vale dunque per il giovane Thomas quel che Blanchot, in un suo testo teorico, asserisce a proposito del romanziere, che a suo giudizio si dirige «verso quelle strane tenebre il cui contatto gli dà la sensazione di svegliarsi nel sonno più profondo, verso quella presenza pura in cui scorge tutte le cose così nude e ridotte che nessuna immagine ne è possibile, in poche parole verso quello spettacolo primordiale in cui non si stanca di contemplare ciò che può vedere solo grazie a una trasformazione totale di se stesso»2.

Senza tentare di proporre un’interpretazione complessiva dell’opera, ci limiteremo ad esaminare un episodio di essa, che mostra in quale maniera imprevista il personaggio principale si rapporti a una pratica in apparenza usuale e rassicurante, quella della lettura3. In effetti l’avvio parrebbe poco problematico: «Thomas rimase a leggere nella sua stanza. Era seduto su una sedia di velluto, le mani giunte al di sopra della fronte, i pollici appoggiati contro la radice dei capelli, così assorto che non faceva il minimo movimento quando qualcuno apriva la porta»4. Nessuna informazione ci viene fornita su chi possa entrare nella stanza, né sull’autore o il titolo del libro su cui il giovane sta concentrando la propria attenzione. Tuttavia Blanchot fa di meglio, in quanto ci permette di assumere il ruolo della persona che, postasi dietro le spalle di Thomas, riesce a leggere un brano del volume, che viene riportato per esteso.

Vediamo almeno in parte il passo citato: «Egli scese sulla spiaggia: voleva camminare. L’intorpidimento si diffondeva, oltre che nelle parti superficiali, anche nelle regioni profonde del cuore. Sapeva che, dopo poche ore, sarebbe passato dolcemente a uno stato incomprensibile, senza mai conoscere il segreto della propria metamorfosi. Ancora pochi istanti e avrebbe provato quella pace che la vita dà quando si ritira, la tranquillità dell’abbandono al crimine e alla morte. Ebbe voglia di stendersi sulla sabbia: stanco e informe, spiava il momento in cui sarebbe apparsa la prima agonia della sua vita, una sensazione meravigliosa che dolcemente lo avrebbe liberato da ciò che c’era di rigido nelle sue articolazioni e nei suoi pensieri. […] Stava per scendere la sera. Il giorno si stiracchiava, pronto anch’esso ad arrendersi, accendendo gli ultimi fuochi alla sommità delle onde. Nessuno se ne andava. Le famiglie, che la calura aveva disperso per tutto il pomeriggio, si riunivano prima del tramonto come le rondini: dopo le quattro ore in cui il mondo era stato popolato solo da celibi, vedove e orfani, le famiglie si riformavano; un rapido matrimonio restituiva le mogli ai loro mariti; bambini usciti dalla sabbia, formati in pochi istanti e già adolescenti, trovavano senza fatica un padre disponibile, abbracciavano la loro madre che un’ora prima dormiva, vergine, all’ombra rada di un pino. Tuttavia egli rimaneva un po’ in disparte e comunicava col mondo esterno solo tramite un ultimo senso di irritazione verso quello spettacolo che gli diveniva estraneo»5.

Il brano risulta sorprendente non perché si differenzi dal particolare stile che caratterizza Thomas l’obscur (e che, come hanno notato vari critici, risente ancora in parte dell’influenza di Jean Giraudoux), ma per il motivo opposto. Non soltanto è del tutto simile alle pagine che lo precedono e lo seguono, ma sembra addirittura parlare dello stesso personaggio che svolge il ruolo di lettore. Verrebbe da pensare che si tratti di una variante del capitolo iniziale del romanzo, che descriveva Thomas seduto sulla spiaggia di una località balneare e poi impegnato in una lunga nuotata. Dunque, nel quarto capitolo vediamo il giovane che, come direbbe Mallarmé, sta «leggendo nel libro di se stesso»6. Poiché il passo riportato fra virgolette nel romanzo non si distingue, né per stile né per argomento, dal resto del volume, ne consegue un effetto di mise en abyme, ossia quel procedimento letterario che consiste nel fare in modo che una parte del testo rispecchi o condensi la totalità del testo medesimo7.

Tuttavia la concentrazione dell’adolescente non si rilassa come di fronte a qualcosa di già noto, anzi resta quanto mai intensa: «Egli leggeva con una meticolosità e un’attenzione insuperabili. Era, in rapporto a ogni parola, ogni segno del testo, nella situazione in cui si trova, di fronte alla mantide religiosa, il maschio che è sul punto di essere divorato. L’uno e l’altra si guardavano. Le parole, uscite da un libro che acquisiva di colpo una potenza mortale, esercitavano sullo sguardo che le toccava un’attrazione dolce e pacifica»8. In uno dei suoi scritti saggistici, Blanchot riporta una frase di Hofmannsthal in cui si dice qualcosa di analogo: «Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo»9. A Thomas, l’interscambio col singolo vocabolo appare dapprima piacevole: «Non era ancora spaventoso, era al contrario un momento quasi gradevole che egli avrebbe voluto prolungare. Il lettore considerava con gioia quella piccola scintilla di vita che non dubitava di aver risvegliato. Si vedeva con piacere in quell’occhio che lo vedeva»10. Ciò gli dà il desiderio di impadronirsi dei segni verbali, senza rendersi conto dell’impossibilità della cosa, anzi senza accorgersi del fatto che «le parole si stavano già impossessando di lui e cominciavano a leggerlo»11. Assistiamo dunque a un ribaltamento completo dei ruoli solitamente assegnati al lettore e al testo.

Certo, si potrebbe anche sostenere che il paradosso è solo apparente: chi si confronta davvero con un libro, specie se poi scrive qualcosa in proposito, può scoprire su di sé cose che senza tale esperienza gli sarebbero rimaste inaccessibili, dunque in casi del genere non sarebbe del tutto illecito asserire che è stato il libro a scrutare e decifrare il lettore. Ma nel romanzo di Blanchot è in causa un processo ben più minaccioso. Infatti Thomas comincia presto a percepire con disgusto la vicinanza che ha instaurato con i vocaboli: «Nello stato incomprensibile in cui si trovava, mentre la parola Egli e la parola Io salivano su di lui come giganteschi scarafaggi e, appollaiate sulle sue spalle, iniziavano un’interminabile carneficina, egli riconosceva il lavoro di potenze indefinibili che, anime disincarnate e angeli delle parole, lo esploravano»12. L’adolescente ricorda che qualcosa di simile gli era già accaduto una prima volta durante la notte, mentre si trovava a letto. «La sua solitudine era completa. E tuttavia, pur essendo sicuro che nella stanza e persino nel mondo non vi fosse nessuno, era altrettanto sicuro che qualcuno si trovasse lì, qualcuno che risiedeva nel suo sonno, che gli si approssimava intimamente, che gli stava intorno e dentro. Con un movimento ingenuo, si mise seduto e cercò di penetrare con lo sguardo nel buio, sforzandosi con la mano di farsi luce. Ma era come un cieco che, udendo di notte un essere indiscernibile, accendesse precipitosamente la lampada. Nulla poteva permettergli di cogliere, sotto una forma o un’altra, la presenza che avvertiva. […] Senza sapere ciò che faceva, si alzò per fuggire. Poiché adesso sentiva che quell’essere si stava avvicinando a lui, si trovava non in nessun luogo e ovunque, bensì a pochi passi dal suo corpo»13.

Il giovane tenta di scappare, apre la porta e imbocca il corridoio, ma subito, avendo la sensazione di essere inseguito, inverte la direzione e si barrica nella propria stanza. Tentativo vano, perché la presenza minacciosa lo ha tallonato anche lì. Thomas cade a terra, striscia sul pavimento cercando rifugio nell’angolo più polveroso della camera: «È in questo stato che si sentì morso o colpito, non poteva saperlo, da ciò che gli parve essere una parola, ma che somigliava piuttosto a un topo gigantesco, dagli occhi minuscoli e penetranti, dai denti magnificamente puri, un animale onnipotente. Vedendolo a pochi pollici dal proprio viso, egli non poté sfuggire al desiderio di divorarlo, di condurlo nell’intimità più profonda con sé. Si gettò su di esso con un’avidità spaventosa, così come si sarebbe gettato sulla parola inquietudine, sulla parola colpevole e, immergendogli le unghie nelle viscere, cercò di farlo proprio»14.

Questa mescolanza di fascinazione, paura e aggressività nei riguardi di un animale ricorda un episodio del racconto incompiuto Lenz, di Georg Büchner. Lì è con un gatto che il protagonista, in preda a gravi disturbi psichici, si scontra: «Il gatto era sdraiato sulla sedia di fronte. Improvvisamente [Lenz] sbarrò gli occhi, li tenne immobili sull’animale; poi scivolò lentamente giù dalla sedia; il gatto fece lo stesso: era come incantato da quello sguardo, fu preso dal terrore, rizzò il pelo; Lenz con gli stessi versi, il viso paurosamente contratto: come còlti da disperazione si precipitarono l’uno addosso all’altro»15. Blanchot accentua ancor più i particolari bizzarri e sgradevoli: «La lotta con l’orrenda bestia […] durò per un tempo che non si poté misurare. Questa lotta era orribile per l’essere sdraiato a terra, che faceva stridere i denti, si graffiava il viso, si strappava gli occhi per farvi entrare l’animale, e che sarebbe stato simile a un demente se avesse assomigliato ad un uomo»16. Dallo scontro, che è quasi un divoramento reciproco, Thomas non esce vincitore né sconfitto, ma semplicemente «respinto fino al fondo del proprio essere dalle parole stesse che lo avevano ossessionato»17. La contesa dell’adolescente con i vocaboli lo lascia esausto: «Si ritrovava sempre più vuoto e pesante, si muoveva solo con un una stanchezza infinita, come un essere schiacciato. Il suo corpo, dopo tante lotte, finì col diventare interamente opaco, e a coloro che lo guardavano dava l’impressione riposante del sonno, benché non avesse cessato di essere sveglio»18.

Dunque, secondo la visione offerta dal romanziere, l’atto di leggere, solitamente considerato proficuo e piacevole, va inteso in maniera diversa, più cupa e crudele. Può essere interessante fare un rapido confronto con un testo saggistico di Blanchot incentrato proprio sul tema della lettura19. In esso si sostiene che un volume pubblicato esiste solo in quanto qualcuno ne fruisce: «Che cos’è un libro che non viene letto? Qualcosa che non è ancora scritto. Leggere sarebbe dunque non scrivere di nuovo il libro, ma far sì che il libro si scriva o sia scritto, – questa volta senza lo scrittore come intermediario, senza nessuno che lo scriva. Il lettore non si aggiunge al libro, ma tende innanzitutto a liberarlo da ogni autore»20. Ci imbattiamo qui in uno dei paradossi tipici di Blanchot: la lettura non viene da lui presentata come un dialogo ideale tra chi ha scritto e chi, fruendo delle sue parole, le rivivifica, bensì come un rapporto conflittuale. «Il lettore è impegnato in una lotta profonda con l’autore […] per restituire l’opera a se stessa, alla sua presenza anonima»21. Questo non significa che, leggendo, si aspiri a prendere il posto dello scrittore al fine di affermare la propria personalità individuale, poiché a giudizio di Blanchot accade invece l’opposto: «Il lettore stesso è sempre fondamentalmente anonimo»22.

Si assiste qui a una tacita ripresa delle idee di Mallarmé. Il grande lirico ottocentesco affermava infatti che «l’opera pura implica la sparizione elocutoria del poeta, che cede l’iniziativa alle parole»23. Ma anche per lui il depotenziamento dell’autore non corrispondeva a una valorizzazione del lettore, che diveniva anzi superfluo: «Impersonificato, il volume, tanto quanto ci si separa da esso come autore, altrettanto non reclama approccio di lettore. Tale, sappi, tra gli accessori umani, ha luogo da solo»24. Ugualmente drastica è la posizione di Blanchot, secondo cui «la lettura non fa niente, non aggiunge niente; lascia essere ciò che è»25. A concezioni di questo genere si potrebbe obiettare che risultano poco convincenti, perché da un lato esaltano in maniera iperbolica il libro, conferendogli un’assoluta autonomia, svincolandolo da chi l’ha scritto e da chi lo legge, dall’altro lo impoveriscono, sottraendolo al processo concreto e storico della fruizione, dunque anche alla trasformazione e all’arricchimento (tanto dell’opera quanto del lettore) che tale processo porta con sé.

E tuttavia, tornando a Thomas l’obscur, va detto che l’episodio dello scontro tra il protagonista e le parole resta impresso nella memoria, e contiene anche un suo nucleo di verità sul piano teorico. Infatti colui che legge, per quanto in certi casi possa desiderarlo, non riesce mai del tutto ad appropriarsi i vocaboli del libro che ha di fronte. Anzi, talvolta prova l’impressione che, come diceva Karl Kraus, «quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano essa rimanda lo sguardo»26. Pertanto sarebbe sbagliato voler limitarsi ad offrire un’immagine rassicurante ed irenica dell’atto di lettura. Forse i volumi che segnano più durevolmente il fruitore sono proprio quelli che lo inquietano e destabilizzano, non quelli che giungono per lui come una gratificante conferma di ciò che già sa o pensa. Secondo Blanchot, del resto, l’opera artistica in generale svolge un compito che non ha nulla di consolatorio: «L’arte è legata a tutto ciò che mette l’uomo in pericolo, a tutto ciò che lo pone violentemente fuori dal mondo, fuori dalla sicurezza e dalla comprensione del mondo»27. Formula troppo perentoria, ma non per questo trascurabile o errata. Simile era il parere espresso da Kafka, quando scriveva a un amico: «Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?»28.

Quindi occorre saper accettare di misurarsi con le affermazioni altrui che si incontrano nei libri, ora accogliendole e ora respingendole. Non è un caso se, nell’episodio della lettura in Thomas l’obscur, il vocabolo con cui l’adolescente si scontra in maniera violenta viene paragonato ad un «angelo nero […] i cui occhi scintillavano»29. Blanchot intende probabilmente alludere al passo biblico relativo alla lotta di Giacobbe con l’angelo (o con Elohim che ha assunto forma umana)30. Dopo tale prova di forza, protrattasi per un’intera notte, il patriarca è divenuto claudicante, ma nel contempo può vantarsi di aver ricevuto dal proprio avversario una benedizione e un nuovo nome. Così – tanto per chiarire la comparazione implicita – dall’esperienza della lettura non si esce indenni, ma solo se si passa attraverso di essa è possibile trasformarsi e, nei casi migliori, acquisire una creatività autonoma. In fondo, proprio questo è accaduto a Blanchot a partire dal romanzo del 1941. Vale dunque per lui ciò che diceva Nietzsche: «Ognuno porta in sé, come nocciolo del suo essere, una unicità produttiva; e, se diventa consapevole di questa unicità, attorno a lui si diffonde uno splendore inconsueto, lo splendore di ciò che è insolito»31.

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1 M. Blanchot, Thomas l’obscur, Paris, Gallimard, 1941.

2 M. Blanchot, Mallarmé et l’art du roman (1943), in Faux pas, Paris, Gallimard, 1943; 1987, p. 194 (tr. it. Mallarmé e l’arte del romanzo, in Passi falsi, Milano, Garzanti, 1976, p. 186; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).

3 Il quarto capitolo di Thomas l’obscur, a cui facciamo riferimento, si legge alle pp. 21-26.

4 Ibid., p. 21.

5 Ibid., pp. 21-22.

6 Stéphane Mallarmé, Bibliographie, in Divagations (1897), in Œuvres complètes, vol. II, Paris, Gallimard, 2003, p. 275 (tr. it Bibliografia, in Divagazioni, in Opere. Poemi in prosa e opera critica, Milano, Lerici, 1963, p. 343).

7 Su questa tecnica, cfr. Lucien Dällenbach, Le récit spéculaire. Essai sur la mise en abyme, Paris, Éditions du Seuil, 1977 (tr. it. Il racconto speculare. Saggio sulla mise en abyme, Parma, Pratiche, 1994).

8 Thomas l’obscur, cit., pp. 22-23.

9 Hugo von Hofmannsthal, Lettera di Lord Chandos (1902), tr. it. Milano, Rizzoli, 1974, p. 43. Blanchot cita la frase in L’inspiration, le manque d’inspiration (1953), in L’espace littéraire, Paris, Gallimard, 1955, pp. 191-192 (tr. it. L’ispirazione, la mancanza d’ispirazione, in Lo spazio letterario, Torino, Einaudi, 1967, p. 157).

10 Thomas l’obscur, cit., p. 23.

11 Ibidem.

12 Ibid., pp. 23-24.

13 Ibid., p. 24.

14 Ibid., pp. 25-26.

15 G. Büchner, Lenz (apparso postumo nel 1839), tr. it. in Opere, Milano, Adelphi, 1963, p. 109.

16 Thomas l’obscur, cit., p. 26.

17 Ibidem.

18 Ibidem.

19 Lire (1953), in L’espace littéraire, cit., pp. 199-206 (tr. it. Leggere, in Lo spazio letterario, cit., pp. 165-171).

20 Ibid., p. 201 (tr. it. pp. 166-167).

21 Ibidem (tr. it. p. 167).

22 Ibid., p. 202 (tr. it. p. 167).

23 Crise de vers, in Divagations, cit., p. 211 (tr. it. Crisi di verso, in Divagazioni, cit., p. 256).

24 L’Action restreinte, ibid., p. 217 (tr. it. L’azione limitata, ibid., p. 266).

25 Lire, cit., p. 202 (tr. it. p. 168).

26 K. Kraus, Pro domo et mundo (1912), in Detti e contraddetti, tr. it. Milano, Adelphi, 1972, p. 252.

27 M. Blanchot, Le Musée, l’Art et le Temps (1950), in L’Amitié, Paris, Gallimard, 1971, p. 44 (tr. it. Il Museo, l’Arte, il Tempo, in L’amicizia, Genova-Milano, Marietti, 2010, p. 57).

28 Franz Kafka, lettera a Oskar Pollak del 27 gennaio 1904, in Lettere, tr. it. Milano, Mondadori, 1988, p. 27.

29 Thomas l’obscur, cit., p. 26.

30 Cfr. Genesi, 32, 25-33, in La Sacra Bibbia, tr. it. Milano, Garzanti, 1964, pp. 71-72.

31 Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore. Considerazioni inattuali, III (1874), in Opere, vol. III, tomo I, tr. it. Milano, Adelphi, 1972, p. 383.

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4 commenti su “La scena della lettura

  1. pagale63alessandra
    01/10/2016

    “Il libro che ti legge”…sembra impensabile in un mondo dove le tecnologie inducono a un apprendimento sempre più veloce, dove l’ “unicità produttiva” si perde. Chi insegna sa, drammaticamente, quanto come docenti si sia ormai obbligati a proporre questo ai giovani e controllati sempre più rigidamente, noi stessi, su insensate procedure da seguire. Thomas che legge è il confronto vivo con l’angoscia, che produce mostri ma anche creatività, E’ l’apprendimento profondo, che ci fa scendere in noi stessi e ci rende individui. Ciò che sempre più si vuole evitare.

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  2. ninoiacovella
    02/10/2016

    «Che cos’è un libro che non viene letto? Qualcosa che non è ancora scritto. Leggere sarebbe dunque non scrivere di nuovo il libro, ma far sì che il libro si scriva o sia scritto, – questa volta senza lo scrittore come intermediario, senza nessuno che lo scriva. Il lettore non si aggiunge al libro, ma tende innanzitutto a liberarlo da ogni autore»

    È un discorso che mi piacerebbe estendere alla poesia.
    In tempi di “personificazione” del testo, di sovraesposizione d’immagine dell’autore e dello “scivolamento performativo”, sarebbe bellissimo ritornare alla scrittura come una sorta di “messaggio in bottiglia”; l’unico modo per poter dire il €veramente umano€, anche a costo di attraversare il territorio, minato dalla timidezza, dell’indicibile.

    Liked by 1 persona

  3. marco ercolani
    02/10/2016

    Trovo particolarmente penetrante il testo di Giuseppe, che non affronta per la prima volta, a livello saggistico, “Thomas l’obscur”, un romanzo che solo la miopia dell’editoria italiana ci vieta di leggere in traduzione, come è sempre accaduto per il citato “Lenz” di Buchner. Vorrei soltanto sottolineare come qui si parli della lettura come di un atto crudele, che spossessa e annienta, non certo di una innocua appropriazione del testo. Ma ci sarebbero infiniti discorsi che, a cascata, si irradiano da questo. Ringrazio Perigeion per la pubblicazione del testo di Giuseppe. E sono pienamente d’accordo con le osservazioni di Alessandra e di Nino.

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  4. lucetta frisa
    02/10/2016

    bellissimo articolo,questo di Giuseppe Zuccarino col quale, alla fine della lettura devi pur sempre fare gli inquieti conti…

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