perìgeion

un atto di poesia

Una dolorosa, partecipe, consapevolezza

 

 

flavio-ermini-della-fine-copertina

 

di Marco Furia

 

Fino a qual punto la consapevolezza dei penosi aspetti dell’esistenza può diventare vero e proprio dramma?

Esiste un punto d’equilibrio tale da permettere di continuare?

Sono questi i principali interrogativi che la lettura di “Verso la fine”, ultimo libro di Flavio Ermini, ha suscitato in me.

Un primo esame potrebbe condurre a risposte assolutamente sconfortanti: siamo gettati in un mondo certo non ordinato, in attesa di una fine difficile da accettare, poiché

Fin dal primo momento l’essere umano avverte che la sua esistenza è precaria; il suo dolore, difficile da reggere; la morte, insopportabile. La prospettiva della fine atterrisce; fa apparire vana ogni impresa, ogni edificio umano, per quanto imponente sia”.

Forse il gesto stesso dello scrivere tradisce fiducia nella possibilità di comunicare e, dunque, simile gesto è dato di fatto da cui ripartire?

Siffatta considerazione, pur condivisibile, non mi pare del tutto soddisfacente.

Avverto, in più, la presenza di un vivido quid, capace di costituire nucleo di un’espressività afflitta, nondimeno priva di tendenze partecipative radicate in un profondo desiderio.

Desiderio del bene molto spesso assente nella quotidianità ma, soprattutto, aspirazione (o, se si vuole, sogno) che riesce a farsi attitudine a un dire poetico avvertito, in maniera assidua, parte integrante dell’esistenza stessa.

La poesia, se vuole evitare il pericolo di cadere in immagini scontate, in pensieri banali e ripetitivi, deve essere sempre ben conscia di trarre origine da ciò che non può dirsi.

È arduo radicare, con artistica consapevolezza, la parola nell’ineffabile: Ermini riesce nell’impresa aiutato dalla sua spontanea propensione a ritenere fittizi i confini tra poesia e filosofia.

L’una, secondo lui e secondo i suoi sodali, è compenetrata nell’altra, poiché la conoscenza non necessita di alcuna rigida distinzione al suo interno.

Vista sotto questo profilo, la drammaticità di “Verso la fine” diviene, senza attenuarsi, parte del mondo.

L’autore non si estranea da ciò che lo circonda e la sua voce, lungi dal ridursi a semplice denuncia, è volta a farci comprendere meglio la nostra stessa natura: non si tratta di essere d’accordo, bensì soltanto di essere.

Condizione non facile da raggiungere e, soprattutto, da comunicare con quell’alto livello espressivo in grado di rendere il lettore cosciente di un vivido anche.

Un “anche” che va considerato naturale esito della versificazione, poiché tutti i poeti, compresi i più grandi, non esauriscono, piuttosto aggiungono.

Nella parola come vita, d’altronde, il Nostro non ha mancato di riferirsi nel corso di tutta la sua lunga attività, convinto di come il dire narri e sia, contemporaneamente, l’esistere stesso.

Certo, da tutto questo emerge il senso del limite dell’umano esprimersi durante il tempo concesso, un limite che il poeta accetta nel rappresentarne aspetti carichi di afflizione:

Siamo sulla soglia. Qui la posta in gioco è l’aperto, ma dell’aperto ci è preclusa persino la vista. Non siamo nemmeno in grado di coglierne il principio. Siamo prigionieri della nostra povertà. Con occhi smarriti restiamo lì, sull’abisso dell’inerzia, prede di un dolore generato dalle nostre stesse paure. Sulla soglia, l’uomo incontra sempre maggiori difficoltà nell’accettare il continuo fluire del tempo e il sopraggiungere progressivo del decadimento fino al traguardo ineludibile”.

Parole davvero disperate nelle quali, tuttavia, non posso fare a meno di scorgere un preciso, autentico, desiderio descrittivo che è forse per Flavio l’ultima frontiera della fiducia nel vivere.

 

Flavio Ermini, Della fine, Formebrevi Edizioni, Caltanissetta, 2016, pp. 41, euro 6,00

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 08/10/2016 da in ospiti, saggi, scritture con tag , .
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