perìgeion

un atto di poesia

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

vercesi-turn

a cura di Roberto R. Corsi

La robusta raccolta, inedita per due terzi*, del ventunenne Lorenzo Vercesi è tra le migliori letture toccatemi in sorte lungo l’estate trascorsa. Consapevolezza stilistica e forza (in pochi casi veemenza, che fa pestare sul pedale metaforico e sull’anafora dello stato in luogo) raggiungono esiti memorabili – soprattutto nella prima sezione, È pioggia nel sottopasso, la più riuscita – e sono il vero valore aggiunto di questa poesia il cui perimetro è il non infrequente lirismo da generazione x (o altra incognita a vostra scelta). Generazione avvolta come nessuna (o forse, hikmetianamente, come quelle che verranno) nel sudario delle incertezze, perfino nella trappola cognitiva delle reminiscenze; e il titolo, pur agganciando il lettore tramite una citazione “semantica” da Hölderlin, ben può riferirsi all’esistenza stessa dei twenty-something. Compresi cenni di quella che chiamerei “epica del surrogato” in cui Arcadia è sostituita da nonluoghi (qui Carrefour, Billa) o luoghi dozzinali. Proprio come in Hjärta di Tommaso Labranca e Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta (con cui oltretutto la prima poesia che trascrivo qui sotto presenta coincidenze topografiche e analogie concettuali); poemi, entrambi, significativamente felici negli esiti ma poco o punto reperibili. Ne auspico la ri-scoperta, come pure auspico scoperta e pubblicazione del plenum delle poesie di Vercesi da parte di un editore cartaceo di rango.

***

Il pile che mia sorella portava in quella foto
sulle spalle ben stretto perché l’inverno non mietesse
il grano di noi che ci cresceva addosso;
non c’era paura allora di essere vita,
la carica elettrica che stringi nel pugno.
Ed ora una Magistrale a Padova,
le spalle più larghe, il verde dei denti
per l’alleanza con la lingua che fascia parole,
le immissioni sicure in autostrada
e mio fratello che se ne va a Bologna,
l’arcata del passo che cresce e si snoda.
Se mia sorella si stringesse ancora quel pile
sulla schiena potremmo rifare quella foto,
il rotto dei vestiti vecchi lo svincolo d’aria
per lasciarci partire

***

Noi avevamo un rialzo orribile dietro via Calvino
una scala sprecata, scalini grezzi per accedere al tepore.
Da lì la vista non era granché le prime volte
poi tre minuti d’occhio infrangevano l’obbligo
che dovesse esserci per forza cielo in prevalenza.
Con un guizzo appena di ferrovia davanti
nel di fronte che ritaglia la pupilla in aghi
scoprire che Milano sa anche aprirsi,
un raddoppio di spazio là dove l’aria stringe.
Non ci sono ancora tornato da solo,
ho pensato non valesse la pena premurarsi a cercare
il terreno esatto per la crescita dei semi d’arancia,
le legioni dei miei sputi di giovane adorante e deluso
nella finzione che il nutrimento dell’occhio sia poi
l’aratro sufficiente per le campagne del dentro.
Insieme a discutere sulle piraterie ancora possibili,
in un tempo in cui essere voce è nostalgia,
la bottega degli scherzi che il mondo mezzo aperto
avrebbe avuto ancora la pazienza di accettarci.
Si capiva appena allora che essere eroi
è l’intrallazzo da prevedere nello scarto che si apre
fra essere giovani in potenza e avere il coraggio
di diventarlo davvero

***

Nonostante l’afa mi rimane ben poco d’umido,
l’acquaio svirgola l’acqua di tazze nel mezzo buio
della cucina.
È rimasto un velo d’ombra
a fare a pugni con il sudore che intinge la fronte
nella sacca di calore del mattino.
Nel secco che sento fra le mani,
nelle dita che tentano l’invano di tracciarti
si è annidato il mio tempo,
le ore da dormire nel reflusso del pomeriggio
prima che alla gola arrivi una fame bruna,
il tuo fruscio mentre ti alzi in punta di piedi
l’alimento per zittirla.
A pranzo si staccava dal silenzio sottile
il tuo accorto frantumare foglie d’insalata,
la cucina come un drago addormentato
ci metteva addosso la pressione dell’attesa.
Nelle sequenze di gesti statici
fra tagli di coltelli ritti contro la tenue resistenza
dei pomodori verdi sardi
lo schizzo di un seme ha raccontato la dinamica
meglio di uno studio futurista
quello la sola pupilla che nuotava
nella sclera generosa della tua camicetta chiara

***

giulia quei rottinculo parlano sul retro
ridono si ubriacano pattinano sul guardrail
i diamanti hanno preso a puzzare nel frigo
come un rene sinistro sciolto in una
pozzanghera
lasciali fare che facciano sono vivi
sono lì che combattono con noi accanto
mi vien voglia di consigliarti un poeta
questa vita ci si appende alle rotule alle ciglia
ci tiene avvinti al suolo per calpestare le aiuole
i parchi che si aprono come spillatrici
giulia mi sembra che ci sia molto da ridere
facce d’agnelli ci scrutano dai balconi
noi siamo zanzare salti di rana dentifrici
sopra ai brufoli e ancora combattiamo
siamo come loro giulia ma loro no
loro chi loro noi noi chi loro che sono solo loro
il centro ossuto di una fetta d’ananas
il viaggio fra la luce del pistacchio
ci confondiamo nel rumore come altro rumore
la guerra che siamo ce la si vede negli occhi
lo scontro che saremmo se veramente avessimo paura
come due fanti di Napoleone ventenni nella neve
giulia scrivi per veder sobbalzare il soffritto
parola pendolo di Foucault che si rompe sulla sabbia
giulia scrivi di noi perché tutto il centro resista

***

Dominare il silenzio come pantagruele
e le sue sette fami alimentate da sette stomaci.
il mito fluisce nel rimestio del presente,
uno scanto indurito dal sasso.
mi piace dirigermi verso dove indica il guizzo,
un salto nell’elevazione dello squalo,
annunciare ai bagnanti la mia pinna
Mi ricordo il piagnisteo dei cinema,
ferita di feltro nel centro dello svago,
cento occhi che contengono cento lacrime,
il pistillo segna il fiore della vita
lontana, fatta di morsi casuali:
la accosto al valzer che ballammo al cimitero
Monumentale, sogguardati dai Canova,
la pioggia centrava l’accesso proibito alla tua schiena
e la tua mano mi proponeva la tenebra
non facciamoci adescare dalle piazze
Milano è uno scazzo di torture e piste da ballo
e noi non siamo poi granché originali,
dicevi prima di rubarmi al tempo e alla storia
facevamo il possibile ed era già tanto
per non nuotare il luogo dove ognuno affogava

***

Il problema è che spesso in poesia si fa un fiacco giro attorno alle cose
conduciamo fragilità e salienza ma il nervo ottico ha forza e malizia
voglio dirvi il momento d’angolo fra l’abisso e il cervello
siamo una specie vigliacca intenta a coltivare basilico sul senso

____
*Lorenzo VERCESI, Dire senso è un guaio, poesie. La raccolta è inedita a eccezione della prima delle tre sezioni, È pioggia nel sottopasso, che ha partecipato al concorso Opera Prima 2016 di Poesia2.0, risultando tra i finalisti e ricevendo pubblicazione digitale (la sezione è liberamente prelevabile a questa pagina).
Foto gentilmente concessa dall’Autore.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

5 commenti su “Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

  1. Massimiliano
    18/10/2016

    Mi piace molto. C’è qualcosa di Milano, in lui. Voglio dire, c’è questa città che segna in modo (purtroppo) inequivocabile chi la vive e scrive. Quando Roberto parla di generazione X (che non so cosa sia), a me viene in mente che venti anni fa, nella stessa città, la stessa città parlava così attraverso noi – per noi intendo quattro gatti che si trascinavano di notte per le strade, ubriachi oppure no, certo deformati da Milano. Complimenti.

    Liked by 3 people

  2. christiantito
    18/10/2016

    Veramente notevole. Apprezzo moltissimo. Complimenti Lorenzo e grazie Roberto.

    Liked by 2 people

  3. ninoiacovella
    18/10/2016

    Conosciuto dal vivo a “Poesia al primo piano”, incontri di poesia tenuti da Alessandra Paganardi. Autore giovane e di talento. Tutta sostanza. Come piace a noi da queste parti. Grazie a Roberto per questa proposta.
    Ciao Lorenzo.
    Nino

    Liked by 2 people

  4. Marilena
    20/10/2016

    Qualche giorno fa l’avevo letto e ho voluto stampare le sue poesie per farle vedere a Paolo, parlarne insieme a lui. Faccio sempre così quando trovo qualcosa che vale veramente la pena condividere .
    Questo ragazzo è proprio bravo e Paolo si compiace di queste mie scoperte 🙂

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  5. Pingback: Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio (su Perìgeion) | Roberto R. Corsi

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