perìgeion

un atto di poesia

ABRACADABRA. La magia degli Ulan Bator.

di Christian Tito

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Credo che esistano fondamentalmente due modi antitetici di sperimentare il mondo, di instaurare una relazione con la realtà in cui siamo calati e ospitati ogni giorno. Uno, rischioso, di massima curiosità e apertura, che può sottoporci a una trasformazione continua assimilando pezzi e assemblando un’identità continuamente in revisione e integrazione di nuovi elementi; l’altro, al contrario, più conservativo, che ci tiene ancorati alle nostre (supposte) certezze e al riparo da forti scossoni. Certo, tra queste condizioni limite, la gamma di possibilità che oscilla in mezzo alle due estremità è pressoché infinita sia se ci riferiamo alle posture dei singoli uomini, sia all’interno dell’intero corso di una sola esistenza, che, per varie ragioni, può spostarsi più o meno da una parte o dall’altra in base alle circostanze della vita.
Perché cominciare così un articolo che dovrebbe parlare di musica (poi, mi sono sempre chiesto, si può parlare di musica, arte pre e paraverbale per eccellenza?), provo a spiegar(me)lo. L’ultimo album degli Ulan Bator, band di origine francese, ma, possiamo dirlo, di felice adozione italiana, si chiama Abracadabra, titolo che richiama chiaramente la magia nella sua formula più conosciuta. La suggestiva copertina dell’album mostra un cuore (non un cuore disegnato o stilizzato, ma un cuore-cuore in tutta la sua cruda esposizione anatomica) tenuto tra due mani femminili (quelle di una maga?) con le unghie fortemente tinte di un rosso acceso che riprende quello del titolo del disco e del nome della band. Il tutto viene fuori da un nero assoluto, dalla totale oscurità. Mi sembra chiaro che, considerati gli elementi forniti già dalla scelta grafica, ci troviamo di fronte a un’opera che avrà a che fare col primo estremo di cui si parlava, quello più pericoloso perché totalmente esposto come lo stesso cuore che mostra in copertina. Il rosso è il colore della passione, ma anche del sangue e del pericolo; il cuore è fuori dalla sua gabbia protettiva e chi lo tiene tra le mani lo protegge o lo espone maggiormente agli stimoli del mondo? E l’opera in effetti non è, come tutta la produzione della band capitanata da Amaury Cambuzat , un disco facile che si può ascoltare in sottofondo mentre si studia o si cucina allegramente per gli amici, ma è esperienza di qualcosa di forte che forse non si può neanche fare se non si è abituati a certe sonorità e se si considera la musica solo come semplice intrattenimento. Gli Ulan Bator o li ascolti e li vivi in tutto il loro potenziale perturbante con lo stesso coraggio che mettono loro nel suonare e nel comporre o, forse, non ha senso ascoltarli. Perché dico questo e come si riallaccia coi discorsi iniziali? Perché questa band mescola a piene mani ( è stato detto mille volte ma con loro le etichette non sono mai esaustive) , dai territori più sperimentali e corrosivi dell’indie-rock, del post-rock del Kraut, della new-wave e della psichedelia aggiungendo all’impasto una massiccia dose di talento e genio personale ( sghembo, sregolato e a volte allucinato) capace di dar vita a una creatura unica e fortemente riconoscibile, ma soprattutto libera. Cosa è la magia se non la possibilità di trasformare le cose mediante formule segrete e misteriose? E sembra che Amaury e i vari musicisti che l’hanno sempre accompagnato (primo su tutti il bravissimo Olivier Manchion, fondamentale per larga parte della produzione Ulan Bator) siano in grado di padroneggiare come i più scafati sciamani queste formule e questi misteri per trasferire nella loro musica un potere magico. I live di questa band sono in grado di amplificare al massimo, rendendole ancora più conturbanti, le variegatissime e contrastanti emozioni sempre presenti nei loro lavori: violenza, rabbia, follia si affiancano a improvvise aperture di dolcezza, tenerezza e melodica eleganza, tutto fortemente supportato dal cantato caldo e cavernoso di Cambuzat che, oltre ad essere naturalmente dotato di una voce incredibilmente profonda, si appoggia a una lingua per natura elegante come il francese. Queste caratteristiche gli Ulan Bator se le portano dietro, pur se in una naturale e benefica evoluzione artistica, sin dagli esordi di Parigi. Dopo gli indimenticabili Polaire ( che racchiudeva il meglio dei primi due album: Ulan Bator e ) l’originale e ispiratissimo Végétale, e quello che considero il loro tenebroso capolavoro Ego: Echo, ci sono stati alcuni album che hanno rappresentato due fasi interlocutorie. La coppia Nouvel Air e Rodeo Massacre l’ho percepita come il tentativo di far uscire da una cerchia ristretta di adepti il loro pubblico, tentativo, a mio modo di vedere, non pienamente riuscito e che ha forse allontanato la band dalla sua matrice più riconoscibile e ispirata (ma in un percorso più che ventennale sono rischi e momenti anche fisiologici e la mia è l’impressione personale di un fan certamente opinabile); l’altra coppia Tohu Bohu e En France en Trance mi pare invece riprenda il punto evolutivo a cui si era giunti con Ego: Echo, riagganciato con Tohu Bohu e portato all’estremo con En France en Trance (il titolo già faceva presagire il lavoro forse più cupo e tormentato del gruppo). Ma è finalmente oggi, con Abracadabra che la band mi sembra approdare a una maturità espressiva che si appoggia e fa tesoro di tutte le esperienze passate dosandole in maniera sublime. L’equilibrio in cui nelle 10 tracce dell’opera si scivola da un brano a quello successivo è quello di una band giunta al punto più elevato della propria maturità espressiva. In questo album quello che rilevo maggiormente nella sua godibilità è proprio la sensazione di una padronanza nel “dosaggio” di tutte le sue componenti e sfaccettature. Mi spiego: se in un album come Ego:echo ( che per me resta comunque un capolavoro) c’erano dei voluti( e forse in parte riconducibili anche alla collaborazione con Michael Gira ) superamenti di limiti nella “répétition” (quanta vicinanza ai riti ossessivi tribali, alla taranta e a tutte quelle musiche alle quali , per tradizione, si attribuisce anche un potere curativo di nevrosi e (p)ossessioni”) in abracadabra sembra che questa tendenza venga fatta rientrare entro una misura che non rischia più di portare a una “resa” nella capacità di ascolto del fruitore, ma a un’intesa, un rispetto, una reciproca sollecitazione di miriadi di sfumature emozionali, ma con la sensazione che, quando si giunge vicino al limite oltre cui molti getterebbero la spugna, in quel preciso momento, abracadabra!, ecco la magia della virata che torna ad avvolgerti.

Si comincia così dalla monumentale e ieratica, breve e potentissima, Chaos traccia iniziale che ti accompagna nel secondo brano longues distances, elegante marcia psichedelica con un inizio capace di generare un’attesa irresistibile.

Si passa poi per il ritmo singhiozzante e ipnotico di Coeurrida.
Ether è un mare calmo che comincia ad agitarsi proprio nel momento in cui in lui ti abbandoni, ma non ti lascia affogare. Saint mars è letteralmente spezzata in due parti: la prima ricca delle corde più dolci della voce di Cambuzat e la seconda, spiazzante, ti fa vorticare invece nelle sue trame perturbanti . Segue Evra Kadebra , brano in cui sembra di essere imprigionati nell’incubo di un animale braccato ( c’è moltissima capacità, secondo me, di evocare immagini nella musica degli Ulan Bator che potrebbe essere adattissima a certo cinema.) Holy wood è il perfetto raccordo onirico che da quell’incubo traghetta verso il rassicurante calore di radiant utopia brano in cui si apprezzano nella forma più concreta le polivalenti doti canore di Cambuzat che prima ti avvolge attirandoti a sé e poi ti prende a schiaffi con voce e chitarra.
Golden down è l’esempio perfetto di quello che tentavo di spiegare prima:
un brano dall’incedere oscuro e rituale; una ripetizione sinistra e inquietante che una dozzina di anni fa credo avrebbero tirato senza remore per almeno una decina di minuti e oggi, come trovo giusto che sia, invece, ne dura poco più di 3 e ti lascia lì( per fortuna ) a goderti pienamente il meraviglioso brano finale protection, dove veramente sembra che i maghi, consapevoli di averti frullato per bene si siedono con te e ti proteggono, cullandoti in un epilogo memorabile.
Il mio unico rammarico è quello di non conoscere adeguatamente il francese per poter apprezzare anche i testi che se, come credo, sono profondi e ricchi come la loro musica, completano un autentico viaggio nell’arte.
Grazie Ulan Bator, grazie Amaury, artista vero e libero.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2016 da in musica, Senza categoria con tag , , .
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