perìgeion

un atto di poesia

L’ “appassionata speranza”- Incontro con Giorgio Bàrberi Squarotti (II Parte).

 

a cura di Silvia Rosa

 

2016-10-15-17-08-53-1

 

[…] Io non
vedo nulla, vecchia anima talpa che così poco scava dentro di sé, e
preferisce le voci d’altri i libri d’altri i cataloghi gli archivi […]”

da Tre soli anni, 1974
in La quarta triade (Spirali , Milano 2000)

 

Il tempo in cui s’acqueta a poco a poco
la luce, muta in modo insensibile colore,
c’è una linea nera in mezzo a quello spazio,
il ramo diritto che trema a un vento immaginato,
a tratti, scrive un breve arco d’ombra:
quella è tutta la vita, tutta la storia, tutti
i possibili eventi, e lo sguardo li specchia
in questa idea che perfetta li compendia.

L’idea, 1992

in La quarta triade. Poesie (Spirali, Milano 2002)

 

“[…] contempla, prima che mescoli il vento
la folla, gli autobus, le vie affannate,
le acque del fiume maculato, i primi
eventi del dolore, le colombe
maligne, l’avvenire che c’è stato
per me una volta.

da Pura Alba, 2002
in Le langhe e i sogni (Joker, Torino 2003)

 

Un giorno di settembre, durante una visita a casa del professor Giorgio Bàrberi Squarotti, ho pensato che mi sarebbe piaciuto fargli delle domande le cui risposte potessero essere poi condivise e rese pubbliche. Il professore ha accettato, ma ha voluto rispondermi per iscritto, con la sua calligrafia minuta, questa volta ingabbiata in rette invisibili e non come sempre inclinata verso l’alto margine del foglio, ordinata e intelligibile più del solito. Ho pensato a come forse anche la calligrafia si modifichi nel passaggio dalla scrittura privata, delle missive indirizzate a qualcuno di conosciuto, così confidenziale e protetta, alla scrittura formale e misurata di un discorso rivolto a una platea di sagome sconosciute. Quando sono ritornata a trovare il professore, questa volta in compagnia di Carlo Molinaro, poeta e amico di entrambi, abbiamo discusso insieme dell’intervista compilata. A quest’ultima, che ho trascritto e riporto di seguito, ho pensato quindi di aggiungere, segnalando l’intervento con un asterisco, le parti della conversazione che integrano le risposte scritte. Ho incluso poi alcuni stralci di corrispondenza epistolare, coerenti con gli argomenti trattati, segnalando anche in questo caso l’integrazione con un asterisco.
L’incontro è avvenuto una mattina d’autunno tersa e fredda, rischiarata da un sole timido che spioveva di sbieco dalla finestra laterale del grande salone, nella casa di via Duchessa Jolanda, inondando la piccola moltitudine di libri sparsi sul tavolo fino a lambire la figura composta del professore, in attesa al centro della stanza. All’inizio, come una spettatrice un po’ imbarazzata per non saper prendere parte alla conversazione, seduta sul divano di fronte, accanto a Carlo, ho ascoltato il professore citare a memoria, non ricordo più seguendo quali percorsi di libere associazioni a partire dalla constatazione del cambiamento climatico, alcuni versi di una poesia di Guido Gozzano “[…] ma lasciava la pagina ribelle/ per seppellir le rondini insepolte,/ per dare un’erba alle zampine delle// disperate cetonie capovolte”, riferendosi a questi insetti per sottolineare che, come i grilli di terra, oggi sono quasi scomparsi, mentre invece le lucciole illuminano ancora le sere di campagna. Tra gli spilli di luce viva evocati in ultima battuta, la poesia si è insinuata nelle pieghe del giorno e le parole hanno iniziato a muoversi impalpabili tra di noi. Così è stato l’esordio.

 

1. Perché segue tanti autori, anche sconosciuti, li aiuta e li consiglia? Perché risponde alle loro lettere e dà pareri sui manoscritti che le inviano?

Rispondere a una lettera o a una richiesta di parere è un dovere di civiltà, indipendentemente dall’età, dalla notorietà, dalle domande, dagli argomenti dell’interlocutore. Il non rispondere rivela superbia, disprezzo, presunzione, cioè povertà d’animo e poco interesse per la vita e per la poesia. Quanto ai dattiloscritti che ricevo, dare un parere è ugualmente doveroso (e, poi, spero sempre di incontrare la scoperta meravigliosa, emozionante: io, nonostante l’età, conservo sempre fiducia e speranza).

2. Che consigli darebbe a una persona giovane che volesse dedicarsi alla poesia o alla critica letteraria?

Di leggere tanto, prima di scrivere, a partire dai fondamenti della cultura e della letteratura mediterranee: i poemi omerici, Virgilio, la Bibbia. Senza questa conoscenza si diventa eco di echi, senza saperlo. Questo è vero sia per chi voglia comporre versi, sia per chi voglia interpretare l’opera d’altri. È del tutto inutile e anche un poco sciocco ripetere ciò che si trova nei giornali (il “realismo”) e nei settimanali di moda e attualità (sentimenti pateticamente esposti, paesaggi e stagioni di cartoline). Ci vuole sempre molta obiettività e altrettanta autoironia. Quasi tutti quelli che scrivono pensano di essere Dante, ed è una presunzione ridicola. Conoscere i propri limiti significa avere davvero raggiunto la maturità, che, come si sa, è tutto. Si scriva soltanto quando c’è qualcosa di vero e di nuovo da comunicare. Via l’attualità, i piagnistei, i gabbiani, il cuore esulcerato o appassionato, il verso libero (che è difficilissimo e dipende dal ritmo e non significa andare a capo ogni tanto) senza aver fatto adeguata esperienza dei metri chiusi, la disposizione del verso come se fosse la pubblicità dei supermarket, ecc.

3. Che cosa pensa in merito alle parole: speranza, tempo, sacro?

Sono parole fondamentali per la vita e per l’amore e per la morte. Senza, ecco, enorme, il vuoto, il nulla, anche se chi le nega cerca di non pensarci.

4. Quali sono stati, se ci sono stati, i cambiamenti che ha avvertito nella sua poetica nel corso degli anni?

Inevitabilmente, scrivendo, ci si incontra con altri autori dello stesso tempo, con reciproci scambi, e con scelte positive e negative. Oggi, per esempio, io non sopporto la moda crepuscolare.

5. Perché ha sempre scelto di pubblicare poesie con editori medi e piccoli e mai con grandi case editrici?

Per superbia e per umiltà (che sono due colpe). Non ho mai piatito editori che facciano i difficili e facciano aspettare mesi per dare un giudizio e anni per stampare il libro, e ho preferito che l’editore pur minore e anche minimo venisse da me. Non sopporto la strategia del successo e della pubblicità. Io ho scritto molto, ed è stata sempre per me una gioia. Qualunque onesto editore mi è andato bene, tanto meglio se amico.

6. Quali sono i poeti che ha amato di più? Quali sono i poeti che consiglierebbe di leggere come imprescindibili?

Come ho già detto prima, la letteratura ha da essere onnivora, a incominciare dai poemi omerici e dalla Bibbia. Dopo, non abbiamo che infinite variazioni geniali da ammirare e da condividere.

7. Come immagina il futuro della poesia?

In una poesia del dopoguerra Sereni incomincia con una considerazione fortemente polemica nei confronti della battuta dolorosissima di George Steiner sull’impossibilità di scrivere versi dopo l’Olocausto e Hiroshima: “Se ne scrivono ancora” (sì, perché è parola e voce di verità e di bellezza).

Note e riflessioni di Silvia Rosa

  1. Durante la conversazione ho domandato poi se valga ancora la pena leggere poesie o meno, e se riceve libri validi, ogni tanto. Gli occhi gli si sono illuminati, e mi ha risposto che sì, certo, ne vale eccome la pena. Mi ha citato un libro di poesie letto di recente, che ha trovato molto buono, l’ultimo di Cesare Viviani, Osare dire. “Ma ricevo anche tanti libri che non vale la pena leggere: poesia sentimentale, o quella che procede con una o due parole per verso“, ha aggiunto, e con un guizzo di ironia ha fatto notare che in quest’ultimo caso, oltre a scrivere pessima poesia, si spreca pure inutilmente una caterva di fogli…

  2. Sull’aggettivo “giovane” si è aperta una piccola discussione. Il professore mi ha chiesto che cosa significa giovane, in relazione a una persona che scrive. “Qualcuno che ha appena iniziato a scrivere”, gli ho risposto. È risultata essere una categorizzazione molto fragile, questa mia, approfondendo il discorso: mi è stato fatto notare, tra l’altro, che c’è in chi lo slancio d’invenzione arriva presto e in chi tarda a manifestarsi.* In una lettera del 2011 c’è un passaggio molto interessante che mi sento di citare in questo frangente, perché si tratta di un consiglio che ho trovato preziosissimo per chi si confronta con il desiderio (e la necessità) di scrivere versi. A seguito di un mio messaggio, nel quale manifestavo una certa angoscia per non riuscire a scrivere poesie da diverso tempo, il professore rispose: ” […] C’è stato un periodo (lontano) in cui anch’io mi angosciavo quando non riuscivo più a scrivere e temevo di non arrivare più a combinare qualcosa, e mi obbligavo allora a tirare fuori qualche parola, qualche verso. Che errore! Ci vogliono distacco, autoironia, qualche saggezza. Ho imparato: quando ne ho voglia davvero, allora scrivo.
    E ancora, in un’altra missiva, in risposta alle mie manifeste paure di andare incontro al fallimento, mi scrisse: “[… è un ] errore temere o immaginare il fallimento: è la domanda che ogni giorno si fa a sé stessi, ma è anche il privilegio della scelta, della dignità e della fragilità umane congiunte. È terribile, ma tutti siamo sottoposti a una prova, e dobbiamo affrontarla: sfuggirla, inventarsi che non c’è o non ci riguarda, questo, sì, è il fallimento vero. Ma scrivere (versi) non è già un itinerario verso la scelta?“.


  3. A proposito di parole, alla mia domanda se abbia senso o meno parlare di autenticità quando si scrive, il professore ha risposto: “che cosa vuol dire ‘autentico’? La letteratura è finzione, non è autentica, è una finzione attraverso cui si arriva a una conoscenza, a un’esperienza.”

  4. Domandando un chiarimento su questa questione della moda crepuscolare, il professore ha commentato che i poeti che oggi si rifanno nei toni ai crepuscolari del primo Novecento, finiscono per scrivere senza ironia, senza invenzioni, senza fantasia. Non vale la pena, ha aggiunto, di mettere in versi certe banalità, tipo “oggi mi sono alzato alle sette, mi sono fatto il caffè e sono uscito di casa”, a chi interessano?Sempre parlando di mode non apprezzabili, si è finito con l’accennare a quelle tematiche, in cui sulla scia di fatti di cronaca contingenti, i poeti si cimentano nella scrittura di testi dedicati ai più svariati episodi al centro del dibattito politico e sociale d’attualità. Il professore ha fatto riferimento alla moltitudine di testi che riceve in questo periodo, ad esempio, in cui si citano i migranti, e ha accennato a quando analogamente, negli anni Novanta, era la guerra del Golfo a tenere banco nella poesia d’occasione.

  5. Durante la conversazione il professore ci dice che ha deciso di smettere di scrivere in modo definitivo due anni fa, non perché non gli riuscisse più di farlo, anzi, ma perché alla sua età non voleva correre il rischio di ripetersi troppo, di dire le stesse cose e dirle male.

* A proposito di pubblicazione, in diverse lettere, per sedare i dubbi e le insicurezze che puntualmente si ripresentavano dopo l’uscita dei miei libri, il professore mi scrisse: “[…] a me capita di non occuparmi più del mio libro dopo che sia stato stampato, si tratti di una raccolta di versi oppure di uno studio critico, di sentirlo quasi estraneo, non più mio; ma è perché è ormai definitivamente concluso[…] non avrei mai il desiderio di correggere anche soltanto una parola. Penso piuttosto al libro futuro, a quello che vorrò tentare. Non amo gli autori che vivono di varianti. È meglio riprovare, andare avanti, fare altri tentativi che arrovellarsi su quello che si è scritto e pubblicato. Spesso capita che cambiare e correggere danneggino il testo invece che migliorarlo. La pubblicazione è sempre una meta. Tocca ai lettori giudicare […]. Ma in ogni caso è bene avere caro il proprio libro, amarlo così come è. Aggiunge sempre qualcosa di nuovo al mondo […]” (2010); “[…] dopo che è uscito un mio libro tendo a dimenticarlo, a non volerci più pensare, a un passato, immaginando il possibile futuro, la nuova ipotesi di scrittura, altri progetti: perfino adesso, alla mia età e con tanti limiti. Devo anche dire che, dopo qualche tempo, riprendo l’opera e mi rallegro: qualcosa ancora ho fatto […]” (2014).

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8 commenti su “L’ “appassionata speranza”- Incontro con Giorgio Bàrberi Squarotti (II Parte).

  1. iole
    11/11/2016

    una persona preziosa.

    grazie.

    Liked by 1 persona

  2. christiantito
    11/11/2016

    Quando uscì la mia prima raccolta per Manni, l’editore gliene inviò una copia. Poco tempo dopo ricevetti una lettera con quell’inconfondibile calligrafia. Si prese anche il disturbo di contattare l’editore per avere il mio recapito e scrivermi le sue (indimenticabili) impressioni. Rimasi sbalordito. Credo che quel gesto sia stato uno dei più grandi insegnamenti che abbia ricevuto nella mia vita. Non lo dimenticherò mai.

    Grazie grande professore e grazie Silvia.
    Christian

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  3. francescotomada
    11/11/2016

    Grazie per questa testimonianza.

    Francesco

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  4. amara
    13/11/2016

    davvero interessante e, per alcuni aspetti,confortante..

    Liked by 1 persona

  5. ninoiacovella
    13/11/2016

    Un grazie di cuore a Silvia Rosa e Giorgio Bàrberi Squarotti.
    Attraverso questi “carteggi” ci restituiscono la parte migliore dell’arte letteraria: quella degli incontri, dello scambio dell’esperienza umana, dell’amicizia più vera. Ma ancor più ci dicono dell’importanza dell’incontro con i maestri.
    Per me sono il pane (e anche il vino).
    Nino

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  6. Silvia Rosa
    14/11/2016

    Grazie a voi tutti per l’ospitalità e per l’accoglienza, per la lettura e per i commenti.
    Li farò leggere al professore, che immagino ne sarà felice.
    Di questi tempi parlare di speranza e di fiducia, praticare la gentilezza e l’ascolto, credere negli incontri autentici che sfuggono alle logiche del clientelismo (le quali, purtroppo, hanno pervaso e imbevuto di opportunismo tutti i settori del nostro agire), è complicato. Per questo sono molto grata a Giorgio Bàrberi Squarotti che, nella sua riservatezza, lontano da grandi clamori e polemiche, incarnando in ogni suo gesto il senso di queste parole, altrimenti condannate a essere involucri di belle forme svuotate di significato, mi ha insegnato che è ancora e sempre possibile sorprendersi (la meraviglia e la bellezza sono ovunque, basta avere occhi buoni per saperle cogliere), e che bisogna girare molto alla larga da un certo compiaciuto cinismo, dalle arie di superiorità sprezzante di tanti intellettuali “da piedistallo”, dalla scortesia e dalla maleducazione di chi si sente sempre un passo avanti agli altri, dall’indifferenza e dall’egocentrismo sterili.
    Dopo questo incontro voglio credere che l’appassionata speranza sia un’arte, come la poesia, che può cambiare, almeno un poco, il mo(n)do in cui ci si muove.

    Un caro saluto

    Silvia

    Liked by 2 people

  7. a.b.
    16/11/2016

    Qualche estate fa il Professore mi scrisse che il mio libro era stato la più bella lettura della migliore stagione. Non so se fosse vero o se dicesse così per regalare un po’ di felicità, ma gliene sono ancora grata.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/11/2016 da in interviste, poesia, poesia italiana, Senza categoria con tag .
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