perìgeion

un atto di poesia

Mauro Caselli, sette poesie

caselli-rot

a cura di Roberto R. Corsi

Siamo lontani solo poco più di un secolo dal famoso aforisma proustiano sulla tirannia della rima che forzerebbe i poeti ai loro esiti migliori; eppure sembrano passati anni luce, e probabilmente lo “s-catenamento diffuso” del verso ha innescato una disposizione estetica e critica duratura quando non permanente. Il triestino Mauro Caselli invece, con le sue tre raccolte sparse lungo il decennio 2004-2014, non rinuncia né alla rima né alla struttura in prevalenza sonettistica e (questa assai meno infrequente nel panorama) endecasillabica. Contrariamente a Proust ritengo che la tirannia si risolva quasi sempre in un certo “accanimento lemmatico” che infierisce sulla freschezza; le eccezioni ci sono, e mi piace citare un libro coevo alla seconda raccolta di Caselli (2007), ossia La fontana di acciaio di Michele Brancale (Polistampa). Tornando al Nostro, invece, quello che più mi sorprende e che merita di essere registrato è un certo sviamento o “doppio sentire” che la sua poesia sembra operare: essa muove da una chiara presenza del religioso, testimoniato da titoli come È cosa buona e giusta (la silloge del 2014) o dalla doppia meditazione funebre intitolata Ruht wohl/ ihr heiligen Gebeine dalla Johannes-Passion; ma più ancora dalla massiccia emergenza di/del dio nelle prime liriche dell’esordio. Nondimeno, spingendosi avanti nella lettura, si diventa partecipi di un autentico dolore per il vuoto, il nulla, che è «incantesimo eterno» nelle cose stesse, «la meravigliosa maledizione del particolare»; dolore che non mi sembra risolvibile semplicemente, senza scorie e macerie, mediante il fideistico abbandono delle cose umane e terrestri in favore – per restare a Bach – del Gottes Zeit. La stessa rappresentazione, dunque la scrittura, è destinata a fallire: confermata la montaliana mancanza di significanza, di “parola che squadri” (qui: «parola eccezionale») o lo zanzottiano essere “miseramente vicini all’orientamento” (qui: rimanere «sul filo dell’evento», «ove cade la curva d’intenzione»), l’atto di scrivere diventa anch’esso un destino a volte di millanteria di talento, sempre e comunque di naufragio, benché dolceamaro, dato che comunque la scelta opposta, quella verso le cose, non ci solleva – per la già ricordata cosmica vacuità o comunque inconoscibilità – dal dubbio dell’errore. Al punto da chiedersi, e qui è il nocciolo: la condizione umana, sia pure per saltus, è davvero redimibile, oppure anche l’ultraterreno di partenza è vana narrazione? Escatologico o terreno che sia, tutto in Caselli tende amleticamente verso il silenzio; e dunque il suo lavoro, svolgendosi in buona parte tra parola e caduta della rappresentazione nel silenzio, mi fa risuonare in mente l’apice della poesia di Gabriella Maleti, altrettanto denso e a queste due grandezze intitolato.

***

(da Il giogo, Anterem-Opera prima, 2004)

Ruht wohl

Il corpo abbandonato alla memoria
si adagia lentamente nell’assenza
dopo l’affanno di tanta illusione
su quel viso clinato a posa opaca,
su quelle mani vane intorno al fiore,
su quella linea chiusa della bocca
nel segno indifferente dell’attesa
che la materia giunga al suo destino,
silenzio senza alcuna sbavatura,
dissolvimento nella verità
di una parola che alla fine tace
non il congedo, ma nell’interruzione,
vuoto che insegue, afferra e che rimane
incantesimo eterno nella cosa.

*

Il paesaggio del significato
accenna in malapena la lacuna
declinata dal segno in cui s’aduna
il desiderio del senso negato
alla parola, il buio del commiato
che dice tutto quello che nessuna
di esse ha mai detto, e che lascia ciascuna
ad indicare il luogo desolato
dove cade la curva d’intenzione,
ripiegando il momento individuale
della presenza nella sensazione

che poi, in fondo, non c’è niente di male
se anche la più bella proposizione
finisce in nulla col punto finale.

*

No, nessuna parola eccezionale,
e neppure il bisogno di un pensiero
degno di nota, o anche di dire il vero.
Certamente non c’è nulla di male
in questo, ed è forse anche naturale
cercare di far luce sul mistero
che governa la vita e il mondo intero,
tentare un grande senso universale.

Ma non rimane nulla, più che tanto,
solo il silenzio che lascia insinuare
nel momento continuo dell’attesa
che tutto è inutile, e che, d’altro canto,
non c’è niente di meglio d’ammazzare
il tempo per legittima difesa.

*

Alla fine bisogna fare il conto,
tirare un po’ le somme, il risultato
di ciò che si è fatto o solo pensato,
in modo [da] poter essere pronto

al cambiamento, ma senza un confronto
con le illusioni in cui sarebbe stato
differente, perché da questo lato,
ogni memoria piegata a racconto

diviene con il tempo qualche cosa
di confuso che cede e poi scompare
in una narrazione che si posa

su nulla, e che non sa dimenticare
nemmeno un momento, la meravigliosa
maledizione del particolare.

***

(da È cosa buona e giusta, Il battello stampatore, 2014)

La mente aperta e il cuore riposato,
quando parole e idee sono belle
più del solito, e il senso vive nelle
figure d’un pensiero abbandonato
alla corrente che va di filato
senza intoppi, come acqua sulla pelle,
fino all’invito della pausa in quelle
fonti dove tutto è appena iniziato.

E poi, al di là d’ogni immaginazione,
non rimane che un po’ di malumore
per avere tentato il sentimento
con parole importune e idee buone
solamente a celare, nel migliore
dei casi, la mancanza di talento.

*

Si rimane sul filo dell’evento,
al di sotto non c’è nulla di buono
o più semplicemente non ci sono
delle figure piene, un elemento
iniziale, ma solo quel momento
indifferente che, fuori dal cono
buio, si fa bisogno di perdono
per un pensiero senza fondamento
e privo di futuro, con il viso
che non è mai, le domande sul male
qualunque, le paure di una fine
del tempo, il giudizio universale.
Intanto ci si inventa il paradiso
in un riparo in mezzo alle rovine.

*

Questo è il punto, non se ne viene fuori,
o per meglio dire, in un solo modo.
Se il problema è tutto nella domanda,
cioè nell’attesa di un chiarimento,
e considerando che il tempo dato
è ciò che a lungo andare viene meno,
uno non può indugiare più di tanto,
una risposta la deve trovare.
Le possibilità non sono molte,
soltanto due, ad essere più precisi:
si decide di stare con le cose
o, diversamente, con le parole.
Basta sapere che, qualunque sia,
la migliore scelta rimane l’altra.

_________________

Foto gentilmente concessaci dall’A.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/11/2016 da in poesia, poesia italiana con tag .
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