perìgeion

un atto di poesia

Dialogo sul Silenzio (un racconto di Giorgio Galli)

 

 

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EUGEN ORMANDY – Dottor Sibelius, esiste l’Ottava Sinfonia?

JEAN SIBELIUS – No, non esiste. Ci ho provato, ma una volta scelto il Silenzio non si torna indietro. Non so dirle se è stato doloroso. E’ stato necessario. Il silenzio è parte della musica. Lei lo sa, la durata di una pausa, una virgola in mezzo a un fraseggio fanno la differenza tra interpretazione e interpretazione. Così come le parole hanno un senso solo in rapporto al silenzio, così anche i suoni. Oggi mi sembra che, nel frastuono delle radio -per fortuna i notiziari di guerra sono finiti- le parole abbiano meno senso per tutti. Mi risulta difficile immaginarmi nei panni di un poeta. Un poeta ha bisogno di credere assolutamente nelle parole, di credere che siano cose, ed è la sua fiducia illimitata a dare alle parole quella forza enorme, che ai nostri occhi le trasforma in cose. E’ la sua fede titanica a rendere possibile la poesia. I cantori del Kalevala e Omero vivevano in un tempo in cui la parola era scarsa -fuggevole, la chiamava Omero. E perciò era tanto più preziosa. Ma come fa un poeta, oggi, in tempi di parola inflazionata, a credere fino in fondo a ciò che dice? Non avverte un certo disincanto verso il suo strumento d’espressione? Forse i poeti migliori saranno poeti silenziosi. Io non ho smesso di essere musicista da quando ho scelto il Silenzio. Ho solo deciso di essere musicista in modo diverso. Vede, dottor Ormandy, io volevo una musica semplice, pura come acqua di sorgente. Si è parlato di me come di un romantico attardato, ma in realtà il compositore a cui guardo è Mozart e il compositore “moderno” che più mi somiglia, lo sfortunato e da poco scomparso Bela Bartok, guardava anche lui a Mozart. Io volevo che la musica fosse -non somigliasse, fosse- il verso delle gru, il gorgoglio dell’acqua, la traccia lasciata dai laghi e dalle pianure nel suono dell’universo. Perché vede, dottor Ormandy, io non compongo più, ma mi aggiorno, e so che la scienza d’oggi è convinta che la Terra -proprio il pianeta Terra- abbia un suo suono. Che l’ombra che cade abbia un suono. Questi suoni noi non li percepiamo. Forse in futuro li sentiremo con gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Ma sentiamo il suono della foglia che cade, lo sprizzare dell’acqua sorgiva e la marcia tranquilla dell’acqua fra le conifere. La materia della mia musica era questa. A un certo punto, mi sono accorto che tutta la musica possibile su questa materia era già stata scritta. La Quarta sinfonia era un punto di non ritorno, ma ne ho scritte altre tre. Tapiola è stato un punto di non ritorno. Io ero il bardo della mia natura, e a un certo punto la mia natura mi ha chiesto di esprimersi da sola. Venga ad Ainola chi vuole ascoltare l’odierna musica di Sibelius, faccia una passeggiata nei boschi. Ecco tutto.

EUGENE ORMANDY – Lei sa, dottore, che alcuni compositori oggi teorizzano una musica fatta di suoni concreti, ed anche di silenzi? Lei se la sentirebbe di considerarli suoi eredi?

JEAN SIBELIUS – Senta, mi hanno detto che ero il peggior compositore del mondo -Leibowitz lo ha detto- perché mi attardavo in uno stile di tanti anni fa. Non è colpa mia se sono nato quasi un secolo fa. Ma hanno ragione. Oggi i giovani fanno cose nuove, ed io non li capisco. Una ragione in più per fare musica col Silenzio. E’ vero, io sono per loro un padre spirituale non riconosciuto, che loro non sanno di avere, così come io non li sento figli perché il mio contatto con loro è troppo esile. Ma mia piace l’idea che il compositore si ritiri di fronte al suono. Che non lo consideri un’espressione di sé, ma una forza della natura e lo governi. In questo sta la nostra differenza. Io sono di una generazione per cui la forza della natura va comunque governata -di qui la tonalità, la sonata, la sinfonia, al limite il poema sinfonico, comunque la Forma- e loro appartengono a una genìa per la quale bisogna lasciarsi governare dalle forze della natura, dal Caos. La scienza dà ragione a tutti e due. Mi sembra che oggi i musicisti si dividano tra gli ipervigili -i seriali e loro seguaci- e coloro che vorrebbero lasciarsi attraversare dal caos. Potremmo chiamare i primi “i super-Occidentali”, i secondi “i super-Orientali”, oppure, se preferisce, gli iperattivi e gli iper-passivi. Io credo nella Cultura. La Cultura è il luogo dove l’accettazione -che deriva dalla conoscenza- non è passiva, ma è strumento di nuova creazione. E’ così che ci insegna anche la scienza. Non conosciamo il mondo per lasciarlo immutato, ma per cambiarlo. Però capisco che per le nuove generazioni, dopo aver visto che la materia può essere governata al punto da farne bombe atomiche, si avvertano due esigenze opposte: di governare la materia affinché non succeda mai più, e di destituirsi del proprio essere uomini perché la ferocia umana non agisca mai più. Sono due soluzioni che comprendo.

EUGENE ORMANDY – Lei conosce il lavoro di Janáček?

JEAN SIBELIUS – Sì. Povero Janáček. Quando componevo -negli ultimi anni, almeno- stava diventando una leggenda. Nessuno lo aveva mai incontrato, ma la sua musica barbarica stava diventando un mito. Poi silenzio. Non ci fosse stata la guerra, oggi sarebbe più eseguito, più capito. La sua è stata di più di una semplice proposta d’avanguardia, è stata un attacco frontale alla tradizione d’Occidente basata sulla Forma, sulla Forma ottenuta astraendo l’essenziale dagli accidenti. Janáček voleva inserire nella musica tutto ciò che risuona nell’esistenza. Ecco, Janáček forse è veramente il padre spirituale degli artisti del caos. Vede, la differenza fra me e Janáček è Mozart. E mi spiego. Benché si dica ch’io sia stato un compositore di cupezze e toni bui, un compositore romantico o enfatico, io ho cercato la semplicità e la luce. Certo, la luce di Finlandia! Che è una luce diversa dalle altre. Ma io sono rimasto un classico. Io ero amico di Busoni, Janáček lo avrebbe detestato. Era uno slavo eversivo, tipo Musorgskij. Voleva una musica che obbedisse alle leggi della realtà, voleva abbracciare il canto della vita in tutti i suoi aspetti: i suoni della natura, gli schiamazzi della folla, le grida dei morti in una miniera… Non voleva portare la realtà dentro la musica, semmai portare la musica fuori dell’arte, renderla un suono fra i tanti. Questo per me era inaccettabile. Io credo ancora che l’arte debba governare la materia -senza eccedere. E poi era un artista troppo autobiografico per me. Io ho ceduto raramente all’intimismo. Lui più di una volta. Ma intimismo non è la parola giusta. Portò di peso la sua psicologia nella sua musica. Io questo non lo potevo fare. Avevo un’educazione classica. Per me la Forma conta, la Forma è un strumento universale, fa sì che la mia musica possa essere eseguita -bene- anche in Inghilterra e -male- anche in Germania. Janáček è uno slavo troppo puro. Non aveva limiti, non aveva pudori. Io sì.

EUGENE ORMANDY – E di Gustav Mahler cosa pensa?

JEAN SIBELIUS – Un genio che non ha avuto il coraggio della semplicità.

EUGENE ORMANDY – Ma il Silenzio non le ricorda la morte?

JEAN SIBELIUS – Caro Ormandy, alla mia età tutto ricorda la morte. Ma si ricordi che io non ho scelto il Silenzio per rinuncia, ma perché era la naturale conseguenza del mio lavoro di compositore. E poi, io ho familiarizzato con la morte quando avevo più o meno la sua età. Ebbi un cancro alla gola. Fui operato. Ebbi paura di morire, e tradussi la morte in un quartetto, un quartetto intitolato Voces intimae. E’ stata la mia composizione più personale. L’uso del latino non basta a mascherarlo: quello era Jean Sibelius nel 1907, non era una voce universale della natura. Un po’ ho pudore di quel quartetto, un po’ ne sono fiero. Ho trasformato in musica anche questo. Ma adesso siamo in un’altra epoca. Da compositore temevo la morte, da uomo del Silenzio non ne ho più paura. Verrà, la sento. Mi radicherò ancor di più qui ad Ainola. Diventerò tutt’uno con la musica che questi paesaggi mi hanno ispirato, e smetterò di provare dolore. Lei non ha idea di che rottura di scatole sia doversi svegliare ancora la mattina quando la sua ora è finita, quando è nell’ordine delle cose ricongiungersi a Tapio e alle conifere. Non ho più nulla da fare qui. Il Silenzio è stato parte della mia opera. Morirò vecchio, e non potrò esclamare, come Bartok, “Devo andare e ho ancora molto da dire”; non lascerò composizioni inespresse. Quando me ne andrò, sarà semplicemente il momento giusto. Ho fatto un sogno, tempo fa, in cui mi trovavo a tavola con Kajanus, Busoni e gli altri amici. Eravamo in qualche villa isolata. Ci accorgevamo che le pietanze erano avvelenate. Ma non ce la prendevamo. Anzi, ci passavamo quelle che ci sembravano dare una morte più rapida dicendoci “Tieni, con questa farai prima”. Quel sogno non mi recò alcuna angoscia. Dato che ormai eravamo avvelenati, tanto valeva sbrigarci. E, quando ci accorgevamo che la morte tardava ad arrivare, pensavamo: “Ma mica sarà stato tutto uno scherzo? Mica ora ci toccherà tornare di là, con tutte le rogne della vita, quando c’eravamo già messi il cuore in pace?” Ecco tutto.

 

La foto d’apertura è di Thomas Ruff (Interno, 1979).

 

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5 commenti su “Dialogo sul Silenzio (un racconto di Giorgio Galli)

  1. Giorgio Galli
    01/12/2016

    Grazie.

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  2. a.b.
    01/12/2016

    non che sia mai stata poeta, ma è certo che la fede titanica nelle parole mi ha da tempo abbandonata… queste tue però le considero preziose perché ne colgo la coerenza con l’autore e nell’autore colgo la coerenza tra pensiero e vita.

    Liked by 1 persona

  3. mariagraziadibiagio
    02/12/2016

    Un dialogo prezioso, dice bene a. b., oltre che molto gradevole. Porta il lettore a riflettere, lo invita a interloquire. Una bellissima lezione sull’importanza del silenzio.

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  4. marco ercolani
    03/12/2016

    Ottimo racconto da un ottimo libro come “Le morti felici”.

    Liked by 2 people

  5. Giorgio Galli
    03/12/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

    Liked by 1 persona

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