perìgeion

un atto di poesia

Tra memoria individuale e collettiva (su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea)

 

 

transito-allombra

 

di Andrea Cafarella

Transito all’ombra (Marcos y marcos, 2016) è il terzo libro della nuova collana di poesia diretta da Fabio Pusterla: le Ali.
Un libro che parla già dalla copertina, nella quale prende tutto lo spazio un’incisione di Luca Mengoni, (come in tutti i volumi della collana) davvero evocativa. Sul fronte troviamo l’immagine dei polpacci e dei piedi di un uomo, che evidentemente è l’autore, Gianluca D’Andrea (e di conseguenza chiunque di noi), nell’atto di compiere un passo in avanti. Tra queste gambe in movimento si avviluppano due serpenti; il tempo e i ricordi. Appare quindi sul retro, al di sopra delle code sinuose delle serpi, un estratto, gli ultimi versi di Lettera a mia figlia, che sono, effettivamente, il compimento estremo di tutta la raccolta: «Tutti siamo piccoli, Sofia/ abbiamo poco o niente da dire,/ eppure questo fiato, così buffo,/ è il dovere che ci unisce e dissolve». C’è un padre, che prova a esprimere la dimensione della vita stessa: un attimo insignificante in cui nessuno ha molto da dire, in cui tutti siamo esseri piccoli, ma con la necessità imprescindibile di scioglierci e perderci nel nostro stesso essere.
È proprio da questo punto di vista che nasce questo libro, da un’autorappresentazione intima, proposta in modo mai misterioso ma palese e luminoso, fin dall’epigrafe. D’Andrea è un poeta sincero, che dice le cose come stanno. Attinge alle parole di un’opera straordinaria quale Il rumore del tempo (Adelphi), cosa che, conoscendo il testo di Mandel’štam, sarebbe già una dichiarazione d’intenti, un patto esplicito di assenza di mascheramento e di condivisione autobiografica.
«Non è di me che voglio parlare: […] La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale», prima di entrare tra le pagine e visitare le memorie dell’autore, egli ci pone davanti la condizione stessa da cui guardare alle immagini che ci aspettano; ci rende subito consapevoli della possibile comunione di un tempo e uno spazio; della rigenerazione insita nella compresenza, nel corpo del singolo, di tutta l’umanità e quindi dell’essenziale ritrovarsi nell’esperienza di un singolo essere, come se fosse la nostra.
In questo solco sedimentano i versi, sussurrati, di un uomo che racconta la sua storia, le parole che nervosamente si muovono tra memoria individuale e collettiva. Lo stesso autore cesella la raccolta con delle note esplicative ed esplicite, dicendoci, senza fronzoli, che «I testi della raccolta sono stati scritti tra il 2011 e il 2015 ma appartengono a un periodo della memoria assai ampio» eliminando ogni dubbio della possibile esistenza di un apparato progettuale diverso o comunque distante dalla vita stessa.
In questo “periodo della memoria assai ampio” troviamo costantemente una Messina, immaginario d’infanzia, che si apre a noi in visioni che pian piano diventano ricordi, riproducendo la condizione dell’allontanamento da casa, dal passato (probabilmente il tratto che, da messinese emigrato, mi ha scosso più profondamente). Ci appare una prima sezione, La storia, i ricordi, puramente visiva. Nella dimensione profondamente personale del ricordare si manifestano scintille di quella memoria collettiva di cui sopra, episodi come la strage di Ustica o la dittatura spagnola di Francisco Franco, immagini, anch’esse, che rendono il “giardinetto del condominio” della personalissima esperienza di vita di D’Andrea, il qualsiasi luogo dell’infanzia di ognuno di noi; senza spersonalizzare i luoghi ma riconducendoci ai nostri, attraverso la verità di quelli del poeta.
La storia si stende sulle pagine delicatamente: gli episodi, le persone, le città, i viaggi sono dipinti con cura, incastonati in una struttura complessiva precisa. Tutto inizia con la storia più remota, i primi ricordi, e termina, invece, con dei Notturni, intimi, morbidi, e che sembrano far parte dell’adesso – qualunque sia il nostro adesso – riferendosi sempre a un passato che, come i serpenti di Mengoni, ci resta avvinghiato alle caviglie.
Sono due dittici a racchiudere il vero centro di tutto il libro: tre sezioni (Immagini, I ricordi; Era nel racconto e Zone Recintate) che raccontano, che mostrano tutto ciò che sta in mezzo tra il prima e l’adesso, quel transitare all’ombra, quel «fiato, così buffo» che è la vita. Scorriamo quindi in rassegna i momenti di una vita: scopriamo il D’Andrea professore, che si ritrova davanti al sentiero apocalittico che ormai, soprattutto i giovani, hanno intrapreso, e che tutti noi stiamo percorrendo «scomparendo nello schermo,/ nei display sempre accesi in cui gli occhi/ dei ragazzi sono immersi». Una consapevolezza che proviene dai loro sguardi e che si ripercuote in tutto il ragionamento poetico, fino a postulazioni che coinvolgono il tempo umano nella sua assolutezza: «Eppure la terra è statica in milioni di anni senza noi, ci raggiunge e vomita». Il tutto è concentrato in uno sperimentalismo stilistico che è visibilmente l’unica forma possibile del contenuto di questi versi, e man mano che questa concezione ultima della storia e del mondo si apre a noi, la forma la segue e si fa prosa vera e propria, fino addirittura a includere un post (apparso inizialmente sul sito «Carteggi Letterari») approdando quindi alla lingua dei social network, utilizzata sapientemente a mo’ di diario.
Il passato non lascia mai i versi di D’Andrea, «Messina è qui» al presente, nella misura in cui la città dello stretto è il simbolo manifesto di tutta una parte della personale storia del poeta, cui egli attinge nell’adesso, alla quale sempre aspira e alla quale, comunque, anche fisicamente, torna. Questa è la condizione del migrante, – sia nel tempo sia nello spazio, – uno stato di frustrazione necessaria, a causa della scomodità implicita del vivere un luogo che non è casa. Questa particolare e irreversibile situazione, interiore ma anche concreta, riesce a risolversi solo nell’esistenza e nel generarsi di una traccia indelebile e tridimensionale nel tutto: la piccola Sofia, sua figlia: «ho arricchito il mio confine,/ ho perso il mio confine,/ cadendo tra le braccia di mia figlia».
Con la Sicilia alle spalle viaggiamo attraverso Trento, Perugia, Trieste, Venezia, e infine ci ritroviamo a Treviglio, sul balcone di casa del poeta, e la luce che invade tutte le pagine precedenti si assopisce lentamente, diventa semibuio e ci abbraccia, nella condizione ultima e più profonda dell’intimità, dove «La notte si addormenta in noi» e dove finalmente, ritrovandoci soli, dato l’ultimo fiato ai ricordi, al ragionamento, allo sforzo del viaggio, del movimento; dopo il transitare del nostro corpo attraverso la nostra storia, all’ombra, alfine «Il mondo può crollare».

 

 

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