perìgeion

un atto di poesia

Teresa Zuccaro, Tredici treni

tess-ruot

a cura di Roberto R. Corsi

Ho il piacere e l’onore di proporvi per intero questa breve raccolta inedita.
Per intima e schietta disposizione, Teresa Zuccaro fa indubbiamente parte di quel novero di “appartati” cui la società del poetico spettacolo dedica sporadiche rubriche autoassolutorie e dai quali fuoriescono spesso lavori di ottima qualità. Poesie di Teresa compaiono già nel 2002 per Nodo sottile 3; vengono poi la raccolta Al mondo (2006, premio Diego Valeri) e la plaquette Il tuo sguardo avere vorrei (2007, PDF qui). E nei dieci anni successivi? Una ricerca scostata dai riflettori, tra metaforiche Fabbriche (2008-2009, alcune qui e qui) e, ora, Tredici treni, scritti tra l’autunno del 2015 ed estate del 2016.
Rispetto alla cosmogonia d’esordio, la poesia più recente di Zuccaro si muove chiaramente entro un ambiente più ostile ma mantiene le sue caratteristiche risalenti: simplicitas (ebbe a dirne Rondoni) lessicale, attenzione musicale all’assonanza quando non alla rima, e soprattutto uno sguardo trasfigurante imparentato con Szymborska (ma con più nette venature di angoscia) e con le migliori prove di Alba Donati, cioè quelle della prima sezione di Non in mio nome (2004).
Viaggiamo così a bordo di un non-luogo, alienante; Caronte nel passaggio dal miele (incomunicabile all’esterno) del proprio intimo, dal magico giardino notturno di creature sogni e desideri, alla realtà del cieco e stipato pendolarismo (e per estensione del dolore esistenziale, rappresentato anche nella emarginazione di campi nomadi e mendicanti). Oltre che, ovviamente, thrènos, ossia lamento (dell‘homo producens), Tredici treni è anche Libro d’acqua, per citare una fortunata raccolta di Massimo Scrignòli, dalla visione onirica di balene alla piscina verde-azzurra dello scompartimento, alle onde cui lasciare un messaggio. Sempre sullo stesso registro, il treno si fa motore poetico di una connessione acquatica per cui il “vapore che si condensa in nebbia” sul finestrino sfocia nella visione del fiume che si gonfia e prende una vita, mentre un’altra vita viene travolta dall’incedere stesso dei vagoni, con un’ammirevole commistione tra reale (l’incidente) e metaforico (la “perdita dell’anima”, l’insoddisfazione dell’io osservante).

***

Tredici treni

Salire la mattina presto
su un treno di sconosciuti.
Tante parole sfrecciano
ma nessuna va a segno.
Un cupido strabico
mi ha colpito nel braccio.

*

Mi sveglio intrisa
di una speranza di miele,
di parole,
così salgo di mattina presto
su un treno di distratti,
estranei tanto a me che alla dolcezza.
Bottiglie mute affiorano
nel fiume che scorre al lato dei binari
Devo trasudare linfa
e lasciare messaggi sulla riva
se voglio tener viva la promessa.

*

Spesso la mattina mi chiedo
se qualcun altro nota questo miele
che trasuda dai sogni.
Vapore che si condensa in nebbia
dai finestrini del treno.
Ho messo questo languore in un biglietto
ma non ho cuore di lasciarlo alle onde.
Non è tanto l’approdo che io temo –
Qualsiasi porto o stazione può andar bene –
ma di aver frainteso il senso, l’impressione.

*

Nel sogno
grandi cetacei volteggiano
tra l’azzurro e il verde dell’oceano.
Ho ancora negli occhi una balena maestosa
quando il ventre di un treno mi inghiotte,
la mattina.
Tra il campo nomadi e la ferrovia
dai finestrini,
scorgo un accampamento di cartoni,
periferia della periferia.
Da giorni affoghiamo in una nebbia opaca,
paludosa,
tra ferro e odore di sentina,
esseri umani piccoli e paurosi.

*

La mattina presto, sul treno
molta gente ha voglia di parlare.
Io salgo ancora avvolta
nel mantello nero della notte,
una stella incastrata nella gola.
Non ti voglio sentire
non capisco una parola
– Non vedi che grondo miele
dalle orecchie e dagli occhi?-
Vapore che si condensa in nebbia
dai finestrini del treno
visioni di corpi
che si abbracciano nei boschi
e il fiume che ride forte
e mormora d’amore.

*

Se salgo sul treno di sera
mi metto a pensare in disparte
lontano da chi ha voglia di parlare
Da lì giorno mi pare
farneticante delirio,
allucinazione.
Fuori dal finestrino è già buio
in questa stagione,
a stento distinguo la mia stazione
dove notte mi aspetta impaziente
con le sue cose vere,
un abbraccio nel suo mantello nero
baci di stelle e di scuro miele.

*

Sto seduta su questo treno
della mattina presto o della sera
intrisa dalla notte
come un insetto dall’ambra.
Fuori dal finestrino
fra il vapore che si condensa in nebbia
a tratti lampeggiano storie meravigliose.
Dentro ombre, fantasmi, tutto amaro.
Pure, a volte, anche qui avverto cose
che vanno d’accordo coi miei sogni:
un sigaro, viola che dolce suona
o si riflette nei capelli, una parola
che fa rima con amore.

*

Questo treno
è una piscina d’acqua azzurra e calda.
Finché il viaggio dura
si può far finta che sia ancora o già notte.
Se chiudo gli occhi
i ragazzi non diventano padri
l’amore è bianco
qualcuno ti rimette a posto mentre dormi
e al risveglio non avrai più male.

*

Svegliarsi è come nascere
trovarsi nudi e freddi
in qualche posto ostile.
Sola come un bambino abbandonato
salgo sul treno
accedo a questa capsula
a questa incubatrice
dove cresco alla luce mio malgrado
in cerca di qualcosa che mi copra
sia corpo o sia parola
sia musica o velluto.
Nebbia che sale è il mio lenzuolo
macchiato di papaveri.

*

Guardo dal finestrino il fiume in piena
e ripenso alla notizia del giorno:
qualcuno ha preso il largo ieri sera
e non si è più trovato.
Mi guardo intorno nel vagone pieno
cercando il controllore
che mi controlli l’anima,
timbri il momento esatto in cui l’ho persa
stamattina,
che mi si sieda al lato
e mi ricordi chi ero.
Intanto annuncia il capotreno
che abbiamo accumulato
un non quantificabile dolore.

*

Salgo su questo treno senza spada
– l’ho lasciata nel cortile di casa –
non sono supereroe né addolorata
non ho ricordo di stelle o di lotte
non sono notte di miele o di mare
non so dare né togliere la vita
mi hanno rubato il titolo e la data
sono mattina opaca, pendolare
albero arreso dietro il finestrino
di questo treno fermo
come la mia vita
mani in alto, i rami come dita
un nido in mezzo che fa da corona.

*

Il treno che ti ha travolto adesso è fermo
come la tua vita trapassata
rimasta sotto
sopra passeggeri bloccati
forse prigionieri, abbandonati.
Il treno oggi non passa, cancellato
com’era qualcos’altro
che prima ti ha travolto
e poi non passa più sul tuo binario
stamane ti lascia a terra
nella stazione sbagliata
desolazione che non è passeggera
lì rimane.

*

La mattina presto, sul treno
i vicini sono troppo vicini
la luce è sfacciata
come i piedi che invadono il mio spazio
spuntano dita che non vorrei vedere.
Conosco il bosco che attraversiamo
ieri sera ero lì, o in uno quasi uguale
c’erano viti con fiori piccoli,
che ancora non profumano
pavoni che cantano, timidi
animali che scappano nel buio.
Lascio cadere insieme al mendicante
una richiesta di aiuto sul sedile.


Foto gentilmente concessa dall’A.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

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Questa voce è stata pubblicata il 31/12/2016 da in poesia, poesia italiana con tag .
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