perìgeion

un atto di poesia

Poesia e casualità (di Giuseppe Zuccarino)

 

 

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Aristotele cita un verso del poeta Agatone: «L’arte ama il caso e il caso ama l’arte»1. Affermazione paradossale, almeno in prima istanza, dato che di solito il lavoro dell’artista viene inteso come basato sulla necessità interiore e la consapevolezza, piuttosto che sulla casualità. Anzi, c’è tutta una parte della letteratura moderna (quella che trova il proprio manifesto ispiratore nel saggio di Poe Filosofia della composizione) che aspira ad eliminare dal testo poetico ogni elemento fortuito, così che il prodotto finale sia il risultato di un’estrema lucidità elaborativa e offra una dimostrazione del fatto che il caso, direbbe Mallarmé, è stato «sconfitto parola per parola»2.

Nondimeno ha sempre suscitato inquietudine il pensiero che forse all’opera cui il poeta è giunto attraverso un lavoro lungo e meticoloso, durato a volte anni, si potrebbe pervenire anche tramite un procedimento spersonalizzato, in cui sia il caso a svolgere il ruolo dominante. Naturalmente l’ipotesi è stata presa in considerazione perlopiù al fine di smentirla in quanto assurda. Lo dimostra ad esempio Rousseau: «Non deve sorprendermi che un fenomeno si produca quando è possibile, quando la difficoltà dell’avvenimento è compensata dalla quantità dei tentativi. Ma se si venisse a dirmi che dai caratteri di stampa gettati a caso è venuta fuori l’Eneide già bell’e formata, non mi degnerò di fare un passo per andare a verificare la menzogna»3.

Qualche dubbio, tuttavia, comincia a trapelare in un autore delle stessa epoca e dello stesso contesto culturale. Ci riferiamo a Diderot, che in un suo scritto del 1746, Pensées philosophiques, sembra aderire a posizioni deiste, quindi ostili all’ateismo, ma di fatto sta già muovendosi in direzione di una filosofia materialista: «Apro i quaderni di un celebre professore e leggo: Vi concedo, atei, che il moto è essenziale alla materia; cosa ne concludete? – Che il mondo risulta dall’aggregazione fortuita degli atomi. – Vorrei allora sapere da voi in che modo l’Iliade di Omero o la Henriade di Voltaire possano essere un risultato dell’aggregazione fortuita di caratteri. Mi guarderò bene dal rivolgere a un ateo un simile ragionamento: questo paragone farebbe il suo gioco. In base alle leggi dell’analisi delle combinazioni del caso, egli mi direbbe, non mi deve affatto sorprendere che una cosa accada quand’essa è possibile, dato che la difficoltà dell’evento è compensata dal numero dei lanci dei dadi. Con un determinato numero di colpi – e io punterei sicuro di vincere – è possibile ottenere contemporaneamente centomila sei gettando centomila dadi. Qualunque sia la somma finita di caratteri con la quale mi si proponga di produrre fortuitamente l’Iliade, esisterà pur sempre una somma finita di lanci che mi permetterebbe la cosa: la mia possibilità sarebbe poi infinita se il numero dei lanci accordati fosse infinito»4. Qui Diderot tiene conto delle ricerche sul calcolo delle probabilità compiute da Jacques Bernoulli, e sintetizzate nell’opera Ars conjectandi del 1713.

Lo sviluppo di tali ricerche porterà, nel secolo scorso, a formulare un’ipotesi audace, e al tempo stesso buffa, ossia quella delle «scimmie dattilografe». Ha sostenuto Émile Borel, in un articolo che ha avuto all’epoca notevole risonanza: «Ipotizziamo di aver posto un milione di scimmie a battere a caso i tasti di una macchina da scrivere e che […] queste scimmie dattilografe lavorino con ardore dieci ore al giorno, con un milione di macchine da scrivere di varia tipologia. […] In capo a un anno, i volumi prodotti si troveranno a raccogliere le copie esatte dei libri di ogni lingua e natura conservati nelle più ricche biblioteche del mondo»5. Appena quest’idea viene ripresa dagli scrittori, essi la riferiscono subito non ad un’opera qualsiasi, ma a un poema fra i più noti ed esemplari. Scrive infatti Roger Caillois, parlando di Borges: «Egli considera l’Odissea come un capolavoro inimitabile, come una riuscita ineguagliata. Ma al tempo stesso, ricordandosi degli argomenti di Borel, di Poincaré, della favola delle scimmie dattilografe, deve ammettere, con l’eroe di L’immortale, che dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea»6. Non sorprende che, in un celebre racconto, Borges abbia immaginato uno scrittore francese, Pierre Menard, che nei primi decenni del Novecento riscrive alcuni capitoli del Don Chisciotte: «Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale; il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes»7. Ciò che ne risulta, argomenta Borges, è un lavoro autonomo, in cui, per via della diversa epoca di stesura, le frasi del capolavoro spagnolo assumono necessariamente un altro significato.

In apparenza un’idea del genere non sembra pertinente al nostro discorso, visto che la riscrittura attuata da Menard è intenzionale e non casuale, ma la fantasia narrativa di un altro scrittore può servire a ridurre le distanze. Alludiamo a Tommaso Landolfi, e al suo testo del 1961 La dea cieca o veggente8. Con l’ironia che gli è consueta, l’autore pone subito il problema del rapporto tra poesia e casualità in termini quasi statistici: «Un giorno la poesia avrà fine per la medesima ragione per cui è fatalmente destinato all’esaurimento il gioco degli scacchi, e cioè perché le possibili combinazioni di frasi, parole, sillabe sono pur sempre in numero limitato sebbene stragrande […] Un matematico sarebbe forse capace di calcolare quante poesie in tutto si possano comporre nelle varie lingue del mondo; composte le quali, sia pure tra centinaia di migliaia d’anni, si dovrebbe forzatamente ricominciare il giro e insomma, volenti o nolenti, riprodurre precedenti poesie o combinazioni, come dire copiar pari pari l’opera dei propri predecessori»9. A questa premessa fa seguito, a titolo di exemplum, la storia del poeta Ernesto, il quale è solito comporre i propri testi estraendo a caso biglietti, recanti singole parole, da un’urna dotata di manovella. I vocaboli sorteggiati vengono poi disposti, con lievi aggiunte e ritocchi, in modo da formare dei versi, e quindi intere poesie. «Ora avvenne un bel giorno che dall’urna Ernesto estrasse le seguenti parole nell’ordine: 1) Sempre 2) Caro 3) Ermo 4) Colle. E qui il nostro poeta si fermò, parendogli che quattro parole fossero più che sufficienti per il verso iniziale»10. Il lettore perspicace avrà già indovinato il seguito del racconto: grazie ai vocaboli offerti dal caso, Ernesto scrive man mano, laboriosamente, un testo che coincide punto per punto con una notissima poesia leopardiana. Il nesso tra questo apologo e quello su Pierre Menard viene suggerito da Italo Calvino: «Si veda il racconto La dea cieca o veggente, dove un poeta, estraendo a caso le parole, finisce per scrivere L’infinito e si domanda (come quel personaggio di Borges che si considerava autore del Quijote) se è opera sua e non più di Leopardi»11.

Fin qui si è parlato quasi soltanto di riscritture inconsapevoli, dovute all’apporto della casualità. Ma cosa accadrebbe se quest’ultima venisse adottata appositamente per produrre poesie originali, cioè prive di modelli precedenti? Anche le prime formulazioni di tale idea, che stiamo per prendere in esame, non sono certo esenti da ironia. Iniziamo con Lewis Carroll, che in suo testo in versi intitolato Poeta fit, non nascitur, suggerisce: «Dapprima scrivi un periodo, / Poi lo tagli a pezzetti; / Poi mescoli i pezzi e li tiri fuori: / Proprio come capitano: / L’ordine delle frasi / non fa nessuna differenza»12. Lette adesso, queste parole sembrano l’anticipazione di un passo più famoso, che si deve al fondatore del movimento Dada, Tristan Tzara. Egli ha prescritto appunto la maniera migliore Pour faire un poème dadaïste: «Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo»13. In questo caso l’intenzione provocatoria è evidente, ed è stata del resto ammessa, molti anni dopo, dallo stesso Tzara. Parlando infatti della sua «ricetta per fabbricare una poesia dadaista (le parole che escono a caso da un cappello)», egli ha precisato che si trattava, per lui e gli altri esponenti del movimento, di «distruggere la poesia, servendosi dei suoi stessi mezzi: è certo che, nella scelta di quest’obiettivo da parte di Dada, entrava in gran parte l’odio che noi provavamo per quella poesia che non era riuscita a liberarsi dai suoi limiti di “mezzo d’espressione”, che restava quindi, malgrado tutto, ancora letteratura»14.

Dopo che un artista visivo di grande rilievo come Marcel Duchamp, e più tardi un compositore musicale non meno importante, John Cage, avranno scelto di far ricorso, in alcune loro opere, ad elementi determinati dal caso (sulla base, questa volta, di una precisa e meditata opzione teorica, e non più soltanto del desiderio di provocare), gli esponenti delle nuove avanguardie poetiche novecentesche terranno conto a loro volta della possibilità di utilizzare procedimenti aleatori. I progressi della tecnologia consentiranno anzi, negli anni Sessanta, di sostituire al sacchetto o al cappello di Tzara un mezzo più aggiornato, vale a dire il computer. È il caso delle ricerche realizzate (in coerenza con l’idea di una «estetica generativa») da Max Bense in Germania15. Anche riguardo all’Italia, va ricordato che un esponente della neoavanguardia, Nanni Balestrini, ha inserito nella sua raccolta poetica Come si agisce due testi realizzati con l’ausilio di calcolatori: per entrambe le «poesie elettroniche», si trattava di partire da brani preesistenti (di altri autori o dello stesso Balestrini) che venivano sezionati in sintagmi, fornendo poi al computer istruzioni per combinarli fra loro in modo da formare versi e strofe dotati di coerenza sintattica, senza ovviamente preoccuparsi del risultato dal punto di vista semantico16. Il ragionamento sotteso ad esperimenti di questo tipo è stato esposto efficacemente dal citato studioso tedesco: «Si nota che la produzione meccanica dell’improbabilità degli stati estetici è resa possibile da un combinarsi metodico di programma e caso. Proprio attraverso questo fatto la condizione che viene richiesta agli oggetti estetici, e cioè di essere imprevedibili, si collega con la loro costruttività pianificata»17.

Se dagli scrittori citati in precedenza la possibilità di impiegare il caso in poesia veniva prospettata in maniera sostanzialmente ironica e divertita, Bense e Balestrini procedono in maniera assai meno ludica, esponendosi però a rischi di altro genere. Li ha indicati, in quegli stessi anni, il filosofo Theodor Adorno, osservando che «le creazioni che sfidano la bugiarda positività del senso sfociano facilmente in una insensatezza di altra specie, nella parata positivistica, nel vano gioco di bussolotti con gli elementi. In tal modo ripiombano nella sfera da cui vogliono staccarsi; il caso limite è dato da una letteratura che si scambia adialetticamente per scienza e invano si mette al passo della cibernetica. Gli estremi si toccano: ciò che taglia i ponti con l’ultima comunicazione diventa preda della teoria della comunicazione»18.

Si ha dunque l’impressione che, in poesia, le posizioni estreme nei confronti della casualità siano alla lunga insostenibili, e comunque poco proficue. Né l’ossessione di estromettere completamente il caso, sottoponendo il testo a una premeditazione capillare, né il tentativo di rendere sistematico, meccanizzandolo, il ricorso ai procedimenti aleatori possono condurre lontano. Entrambi infatti misconoscono il senso stesso dell’operare artistico, che è caratterizzato da una coesistenza o alternanza di conscio e inconscio, istinto e controllo, sensibilità notturna e consapevolezza diurna. In questo quadro, dunque, va ricollocato il ruolo effettivo della casualità. Diceva già il pittore Füssli che «in arte molte cose belle nascono per caso, ma si conservano per scelta»19. E Zanzotto, parlando più specificamente di poesia, ha circoscritto opportunamente il possibile impiego dell’alea: «Non è possibile intervenire casualmente nell’opera che si sta formando o che si sta combinando o scombinando quasi per forza propria; è possibile “inserirsi” soltanto dopo una lunga coabitazione con l’opera stessa. Insomma, non siamo a giocare a carte, non aspettiamo il poker o la scala reale che emergono dalle carte alla rinfusa, come per un comando che viene da fuori; no, aspettiamo piuttosto che queste combinazioni scaturiscano da una piena partecipazione di tutta la nostra personalità»20.

 

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1 Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, VI, 4, 1140a, tr. it. Milano, Bompiani, 2000; 2013, p. 235.

2 Il rinvio è rispettivamente a Edgar Allan Poe, Filosofia della composizione, in Filosofia della composizione e altri saggi, tr. it. Napoli, Guida, 1986, pp. 17-31, e a Stéphane Mallarmé, Le Mystère dans les lettres, in Divagations, in Œuvres complètes, vol. II, Paris, Gallimard, 2003, p. 234 (tr. it. Il mistero nelle lettere, in Divagazioni, in S. Mallarmé, Opere. Poemi in prosa e opera critica, tr. it. Milano, Lerici, 1963, p. 286).

3 Jean-Jacques Rousseau, Émile, in Œuvres complètes, vol. IV, Paris, Gallimard, 1969, p. 579 (tr. it. Emilio o Dell’educazione, Milano, Mondadori, 1997, p. 373).

4 Denis Diderot, Pensées philosophiques – Addition aux Pensées philosophiques, Paris, Flammarion, 2007, p. 70 (tr. it. Pensieri filosofici, in Scritti filosofici, tr. it. Milano, SE, 2016, p. 23).

5 É. Borel, Mécanique statistique et irréversibilité, in «Journal de Physique», 3, 1913, cit. in Marco Dotti, in Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana, Milano, O barra O edizioni, 2013, p. 19.

6 R. Caillois, Avertissement, in Jorge Luis Borges, L’Aleph, tr. fr. Paris, Gallimard, 1967; 2015, p. 9. Per la frase di Borges, cfr. L’immortale, in L’Aleph, in Tutte le opere, vol. I, tr. it. Milano, Mondadori, 1984, p. 784. I riferimenti agli scienziati sono un’aggiunta di Caillois, il quale evoca le «scimmie dattilografe che ricostituiscono l’Odissea» anche in un proprio libro, L’écriture des pierres, Genève, Skira, 1970; Paris, Flmmarion, 1987, p. 115 (tr. it. La scrittura delle pietre, Genova, Marietti, 1986, p. 117).

7 J. L. Borges, Pierre Menard, autore del «Chisciotte», in Finzioni, in Tutte le opere, vol. I, cit., pp. 652-653.

8 T. Landolfi, La dea cieca o veggente, incluso nella raccolta In società, poi in Opere, vol. II, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 179-191.

9 Ibid., p. 179.

10 Ibid., p. 180.

11 Italo Calvino, L’esattezza e il caso, postfazione a T. Landolfi, Le più belle pagine, Milano, Rizzoli, 1982; 1989, p. 534.

12 L. Carroll, cit. in Arturo Schwarz, La Sposa messa a nudo in Marcel Duchamp, anche, Torino, Einaudi, 1974, p. 44.

13 T. Tzara, Dada. Manifeste sur l’amour faible et l’amour amer (1921), in Sept manifestes dada – Lampisteries, Paris, Pauvert, 1979, p. 64 (tr. it. Dada. Manifesto sull’amore debole e l’amore amaro, in Manifesti del dadaismo e Lampisterie, Torino, Einaudi, 1964; 1975, p. 28).

14 Pittori e poeti dada, testo apparso in inglese nel 1951, tr. it. in appendice a Manifesti del dadaismo e Lampisterie, cit., pp. 92-93.

15 Cfr. M. Bense, Estetica, tr.it. Milano, Bompiani, 1974, pp. 468-477.

16 Cfr. N. Balestrini, Tape Mark e Tape Mark II, in Come si agisce, Milano, Feltrinelli, 1963, pp. 82-83 e 213-230.

17 M. Bense, op. cit., p. 476.

18 T. W. Adorno, Impegno, in Note per la letteratura 1961-1968, tr. it. Torino, Einaudi, 1979, p. 106.

19 Johann Heinrich Füssli, Aforismi sull’arte, tr. it. Milano, Abscondita, 2000, p. 72.

20 Andrea Zanzotto, Alcune osservazioni dell’autore su Gli Sguardi i Fatti e Senhal, in Le poesie e prose scelte, Milano, Mondadori, 1999, p. 1533.

 

 

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Un commento su “Poesia e casualità (di Giuseppe Zuccarino)

  1. Carla Bariffi
    17/01/2017

    Interessante articolo, grazie!

    Liked by 1 persona

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