perìgeion

un atto di poesia

La voce interrotta di Mauro Germani.

 di  Christian Tito

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Voce interrotta, Mauro Germani, Italic Pequod, Ancona 2016.

Non so se sia un caso, ma Voce Interrotta di Mauro Germani è un libro che, oltre ad apprezzare moltissimo, viene dopo la (ri)lettura di due libri di un’autrice poco nota, Annick De Souzenelle, che ho la sensazione mi abbiano reso ricettivo a un livello più profondo nei confronti del libro di Germani o, semplicemente, mi hanno influenzato nel leggerlo nella maniera in cui l’ho letto.  Caso o non caso è un rebus che mi affascina, ma che è ininfluente risolvere. Cosa hanno in comune questi libri, il primo di poesia, gli altri di difficile catalogazione, direi di ricerca indipendente sull’uomo e la sua esistenza? Oltre, ovviamente, all’oggetto stesso della ricerca, vi sono due parole che ricorrono innumerevoli volte nel libro di Germani e in quelli dell’autrice francese: la voce e il nome. Provando a semplificare al massimo il per niente semplice, ma interessante e suggestivo percorso di ricerca della De Souzenelle, mi pare che il succo del suo lavoro si possa ridurre a questo: ogni uomo che viene al mondo ha in sé un programma ontologico che dovrebbe spingerlo a realizzare più o meno interamente il suo NOME inteso, secondo le sue ricerche, come più alta espressione di verità esistenziale in accordo a quella ontologia (che per lei è inscritta nel profondo della coscienza di ciascuno). La strada che separa ciò che siamo (cito la stessa autrice: persone comuni che vivono come foglie cadute in autunno in balia della corrente), da ciò che possiamo essere (persone uniche nel tempo e nella storia, saldamente orientate su un destino da compiere), è il vero campo di battaglia per ciascuno di noi. Il potenziale assegnato può essere più o meno difficile da raggiungere (anche se, posto un potenziale elevato, sempre secondo l’autrice, gli strumenti per raggiungerlo sono connaturati e intimamente legati a quello e quindi adeguati al suo raggiungimento), ma, ciò che gioca un ruolo decisivo, è il grado di consapevolezza, di percezione nitida di quella ontologia che funge da guida e orientamento e che ci pone nella possibilità di scegliere se vivere o meno in accordo ad essa. Il problema che riguarda tutti, indistintamente, è che, di questa traccia presente nel fondo della nostra coscienza, resta un residuo difficilmente udibile e, soprattutto, fortemente soffocato o palesemente avversato da tutte le “distrazioni” che esistono nel percorso personale di ognuno. La domanda legittima è, da chi  viene assegnato quel potenziale e perché sono pochi gli uomini che lo esprimono pienamente o anche solo parzialmente? Bene, la risposta della credente De Souzenelle è: da Dio, ed è dimostrata, nella sua ricerca, in teorie elaborate a partire dall’ostinata attenzione al testo letterale ebraico e ai suoi simbolismi  con cui si addentra nella lettura simbolica della Bibbia.

 Quando Mauro mi ha consegnato il suo libro ( avevo la fortuna di avere Mauro come cliente della farmacia in cui poco tempo fa lavoravo) mi ha detto: “è l’ultimo”, alludendo non alla collocazione temporale nella sua produzione, ma a una sorta di decisione radicale riguardo alla scelta di non volere, o forse di sentire di non potere più scrivere.

Nonostante io creda decisamente alla coerenza e alla serietà con cui Germani è arrivato a un’ipotesi del genere e alla sua convinzione, dico che non ci credo . Voglio dire: non è che non credo in ciò che lui afferma, non credo al fatto che le cose andranno così come lui crede. E forse, proprio all’interno del suo libro, che è la testimonianza di uno smarrimento  esistenziale, da qualche parte, ci sono i segni di questa autosmentita. Anzi, a pensarci bene, la smentita, è nello stesso titolo.

Paul Valery affermava nei suoi “cattivi pensieri”:

Noi siamo sempre interrotti, non siamo mai compiuti. Ci sono soltanto compiutezze parziali.

Voce interrotta è certamente un’opera che mette in versi con stile ed autenticità l’elaborazione cognitiva di una crisi e lo fa attraverso tre elementi fortemente intrecciati: il ricordo, il sogno, la visione. Se ci pensiamo sono quelli che, durante una tempesta  esistenziale, sollecitano di più la mente per aiutarla a tentare di barcamenarsi e, se opportunamente utilizzati, nel suggerirle la rotta non solo dell’uscita, ma anche di un’uscita virtuosa, nel senso che può essere persino occasione di cambiamento e rinnovato interesse per la vita.

Dimmi cos’è la vita
adesso che non c’è più
Livorno e nemmeno
Milano, solo
una pianura di luci
basse nella nebbia
e campi di granturco
e ombre solitarie
fra le croci, sere
senza più note di
pianoforte, senza
più mare e scogli
e tuffi lontani
nel silenzio.

Dimmi dov’è ora
la tua voce bambina
e la musica
che amavi sempre
come un antico
segreto, dimmi
dove sono io, che cos’è
la mia pena e la mia
domanda che ogni notte
mi assale

Pag. 56

La caduta di senso si percepisce nello smarrimento di un uomo che non si sente più a casa né nei luoghi dell’infanzia  e della giovinezza (Livorno) né in quelli dell’età adulta (Milano).

Nonostante Germani non sia, come la De Souzenelle, un credente, o almeno non lo è dichiaratamente, ascolta qualcosa di impalpabile, di imponderabile:

Di chi è questa voce scritta
che ascolto, questo fiato
senza corpo, questa
febbre alta
che brucia nell’aria?

Di chi questo volto
assalito dall’ombra,
questo sguardo
d’abisso
fuggito dal mondo?

Tutto cerca un nome,
tutto fiorisce nel niente
di questo
breve mattino.

Pag. 38

La voce che sente di aver smarrito in realtà continua a parlargli, la sente come se fosse scritta e quindi la scrive. La poesia, dunque, in questo caso, si mostra come limite più estremo del mistero che lega l’autore al “fiato senza corpo” (non dimentichiamo che Germani, anche con uno stile che molto deve alla tradizione, ha sempre lavorato sui limiti e i territori estremi del pensiero;  il suo penultimo libro di versi  si intitolava proprio Terra Estrema edito da L’Arcolaio nel 2011).

E’ la coscienza di un uomo assalito dall’ombra che porta lo sguardo nell’abisso ed isola dal mondo. E’ la dimensione della caduta del senso di ogni cosa poiché tutto cerca un nome che evidentemente ha perso (e  per un poeta , che nomina come nessun altro le cose, l’angoscia che ne deriva  non può che essere amplificata.)

(…)
Da troppo tempo siamo vivi
e lontani, da troppo
nomi perduti
in bocca alla notte.
(…) Pag. 42

Germani forse si avvicina inconsapevolmente ai concetti della studiosa francese? Cosa significa essere vivi, ma lontani? Lontani da cosa? Perchè siamo nomi perduti? Si intende forse che lo siamo quando ci allontaniamo dal NOME cui allude la scrittrice, quello assegnato a ciascuno e che richiede compimento nel mistero del percorso di ogni uomo?

Sarebbero così giustificate le visioni nella terra lontana da Milano e da Livorno di quelle “ombre solitarie senza volto” che si aggirano tra le croci? Sono le anime lontane dal loro destino, quelle che il poeta vede e sente?

(…)
Ti chiamo nel sonno
e la mia voce
è una resa al silenzio,
al destino vuoto
di ogni destino(…)

Pag.43

Poichè la strada che porta a un compimento umano anche parziale è molto faticosa, è legittimo pensare che un uomo, nel pieno dello smarrimento, si arrenda al silenzio di un destino vuoto, cioè incompiuto? Io credo di sì, nei momenti di stanchezza, certamente sì, ma abbiamo comunque la testimonianza di un essere umano che, almeno fino a quel momento ha lottato, ha condotto la sua personale battaglia per dare  forma a quel nome che ora gli sfugge.

S’è spento il nome
a cui credesti e adesso
guardalo il silenzio
attorno alle cose
come ti somiglia
nella sua vuota
eternità
che ti cancella
all’orizzonte
dove si perdono
gli occhi
e nessuno mai
può ritornare.

Pag. 61

Ancora si giunge al silenzio delle cose. Si finisce nel vuoto dell’eternità. Cancellati dall’orizzonte dove gli occhi ( gli organi della vista…) sono perduti ( come le vite perdute se incompiute) e se una vita è sprecata, a meno che non si entri nell’ottica delle reincarnazioni delle filosofie e delle religioni orientali, non è più nella possibilità di rigiocarsi la partita del tempo che le è stato assegnato e che non tornerà.

le forme del vuoto e la
distanza, la luce
che inventò il tuo sorriso
solo per me, quel mattino
che saltavi la corda
sul terrazzo e tutto
cominciò come fosse
vero, tutto precipitò
nell’errore di una voce
impossibile, nell’attimo
fermo e preciso
dell’infanzia.

Pag. 49

La voce ideale, il NOME più alto, forse viene percepito maggiormente nell’età infantile, quella ancora incontaminata da ogni sovrastruttura, nel periodo dove tutto comincia come se fosse vero in quell’attimo fermo e preciso. Ma ecco allora che l’adulto, stanco di rincorrere quel nome, quel compimento, ritiene tutto il cammino come frutto di un errore perché impossibile è realizzare l’ideale, quindi:

La vita resta e finisce
anche così
(…) Pag. 61

Ce ne sono e ce ne saranno tante di vite, che restano e finiscono anche così, lontanissime dal proprio nome, perchè, dicevamo, non è per niente facile farle finire diversamente e sono pochi quelli che lo fanno. Ma quanto più in là con l’età deponiamo gli strumenti della lotta, tanto più dovremmo essere orgogliosi di avere onorato la vita almeno fino a quel momento.  Mauro Germani non è certo un ragazzino, pertanto, onore a lui e alla sua ricerca, al suo cammino tracciato in poesia.   Però, leggendo questi versi:

C’è solo questa voce
interrotta oggi
(…)Pag.56

ripenso a Valery e a una  bella testimonianza di interruzione.
Un’interruzione non è mai una fine, è un’interruzione; prima o poi il segnale riprende.

I libri de l’autrice Annick De Souzenelle a cui mi riferisco sono:

Nel cuore del corpo la parola, Annick De Souzenelle intervista a cura di Jean Mouttapa, Servitium, Fontanella – Sotto il Monte (BG)

Il simbolismo del corpo umano, Annick De Souzenelle, Servitium, Fontanella – Sotto il Monte (BG)

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10 commenti su “La voce interrotta di Mauro Germani.

  1. Non conoscevo questo autore. Christian Tito ha la capacità di addentrarsi nel fuoco di questa scrittura con una com-mossa empatica adesione, e pure una speranza nel continuum di questa poesia che pone limpide domande esistenziali oltre che metafisiche. Mi ha convinto a volere subito tra le mani questo libro, di cui avverto risonanze comuni, insieme a quelli della De Souzenelle. Quando una lettura trascina altri occhi…
    Grazie,
    Annamaria Ferramosca

    Liked by 3 people

    • christiantito
      18/01/2017

      Io ti sono molto grato Annamaria per queste parole. L’adesione empatica all’altrui scrittura è la possibilità più edificante che la letteratura offre.
      Un abbraccio. Christian

      Liked by 1 persona

  2. francescotomada
    18/01/2017

    Al di là del valore del libro, è vero quello che scrivi su Christian: è un ottimo critico proprio perché non è un critico. Per questo ce lo teniamo stretto!

    Francesco

    Liked by 2 people

    • christiantito
      18/01/2017

      Grazie Francesco,
      la mia prima recensione la scrissi per te e capii che, indipendentemente dal valore che avrebbe potuto avere per gli altri, né aveva avuto uno davvero grande per me: sentirmi molto gratificato e rapito nello scriverla.

      Liked by 2 people

  3. e fate benissimo. che si moltiplichino i poeti che leggono(e scrivono di) altri poeti!

    Liked by 2 people

    • christiantito
      18/01/2017

      Su questo sono categorico. Dovrebbe essere la norma, non credete? Mi risulta difficile pensare diversamente…

      Liked by 1 persona

  4. ninoiacovella
    19/01/2017

    Annamaria, ecco, penso che tu abbia centrato il punto. Tutta la redazione di questo blog cerca (e ti assicura che lo fa) di entrare con empatia nei testi, nei libri, cercando di essere quanto più possibile coerenti con la nostra passione per la scrittura.

    Liked by 1 persona

  5. ninoiacovella
    19/01/2017

    Annamaria, ecco, penso che tu abbia centrato il punto. Tutta la redazione di questo blog cerca di entrare in empatia con i testi, con i libri, cercando di essere coerenti con la nostra passione per la scrittura.
    Nino
    (Scusate ma il primo post mi è scappato dalle mani senza revisione causa smartphone)

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  6. vengodalmare
    20/01/2017

    Diceva Proust che la vera emozione è l’emozione dell’emozione, la percezione una specie di rifrazione di questa o una sorta di sdoppiamento dell’emozione che guarda se stessa. Ecco, questo ho provato leggendo la recensione di Tito del libro di poesie di Germani: l’emozione di un’emozione che comunica all’altra il suo riconoscimento; un’emozione che guarda, sente, vibra davanti a se stessa. Christian ce la comunica con tutto il suo calore umano e anche con l’inquietudine o il malessere che si prova quando si accetta che una Voce possa essere, possa sentirsi, l’Ultima, una voce interrotta.
    Non conosco le poesie di Mauro Germani, ma so che le voglio conoscere, perché quelle che ho letto sono belle, perché mi sono emozionata, perché ho sentito che quella Voce è viva. C’è dentro tutta la passione di una ricerca tentata (e in quanto tale compiuta, come giustamente Tito dice attraverso le parole di Valery) e la ferita bruciante di un processo di significazione (o Nomen) difficile e tortuoso da realizzarsi – se non, a volte, nel silenzio -, ma che non potrà mai concludersi perché quella Voce è la nostra traccia.
    Grazie, Christian, per questo emozionante articolo e grazie a lei, Mauro Germani perché ancora una volta ci ha fatto dono dei suoi versi.

    Liked by 1 persona

  7. marco ercolani
    20/01/2017

    Grazie, Christian, per la lettura di un poeta e di un amico, sempre costante negli anni. Le letture sono atti fondamentali e risoluti, direi decisivi.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/01/2017 da in poesia italiana, recensioni con tag , , .
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