perìgeion

un atto di poesia

Biblio-bilancio del 2016

di Guido Cupani

Nel 2016 ho finito di leggere i due libri che avevo cominciato nel 2015 e ne ho letti altri quarantotto, tanti quanti l’anno scorso. Mi sono lanciato in alcune folli imprese che per il momento sono rimaste in sospeso (L’Odissea col testo a fronte; Infinite Jest in lingua originale; l’integrale digitale di The Feynman Lectures on Physics) e questo mi ha impedito di fare conto tondo a cinquanta. Nonostante ciò – e nonostante solo cinque dei titoli di quest’anno provengano dalla mia lista personale di opere imprescindibili da leggere prima di morire – i libri che mi hanno davvero soddisfatto sono più numerosi del solito: undici in tutto, quasi uno al mese, segno che scelgo bene o che sto diventando di bocca buona. Ecco il prospetto integrale:

libri_2016.jpg
✍ = opere imprescindibili

Ed ecco i premi (in ordine cronologico di lettura).

  • Premio Barack Obama 2016 per the Really Great America: John Steinbeck, Furore (Bompiani 2013, traduzione di S. C. Perroni, edizione digitale). Classicone ingombrante, forse, ma necessario. Il lettore informato di letteratura americana postmoderna non faticherà a trovare l’occasione di alzare il sopracciglio e l’angolo della bocca di fronte ad alcune scelte strutturali (la piatta alternanza fra capitoli di sapore epico-biblico e capitoli di stampo realistico) e di fronte alla costruzione teatrale – ma non consapevolmente teatrale – di alcune scene (compresa l’ultima, vistosamente melodrammatica): segno che è giunto il momento, per il lettore informato, di passare oltre il postmoderno e lasciarsi di nuovo andare al rischio di provare, per una volta, un sentimento autentico. Lasciamoci toccare, accidenti. Non è difficile: anche dopo ottant’anni la parabola di Steinbeck, retorica fin che si vuole, rimane commovente ed attuale. Inascoltata, purtroppo. Sembra un punto di demerito: a che serve un’opera incapace di cambiare il corso delle cose? A tener viva la coscienza, forse, posto che si possa ancora parlare di coscienza in un discorso intellettuale senza sorridere e aprire mille virgolette. Cosa che mi ostino a fare, anche grazie a letture come questa.

  • Premio Mauro Repetto 2016 («ma che fine ha fatto?») per l’opera da riscoprire: Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale (Mondadori 1979, traduzione di S. Jacini, preso in prestito dalla biblioteca di Villa Varda di Brugnera). Idem come sopra. L’asciutto romanzo di Remarque è stato un tempo un caso editoriale, un must-read generazionale; ora è citato soltanto nelle antologie scolastiche. Il problema è ancora una volta legato a criteri estetici – di un’estetica mal compresa, indipendente da qualsiasi etica e – anzi – ad essa contrapposta. Remarque lancia un disperato appello contro la mattanza di una generazione (un tema con cui mi pare ancora possibile empatizzare), ma sceglie di farlo senza imporre uno stile alla materia di cui tratta: peccato mortale, in un’epoca di vuota venerazione dello stile. Persino Primo Levi uno stile ce l’aveva (e che stile). Remarque decide di scrivere i fatti senza mediazioni, senza distacco ironico, come fossero cronaca o reportage ma evitando la consapevolezza compiaciuta di chi imita la cronaca o il reportage. Il risultato è un equilibrio che definirei classico fra forma e contenuto: parola tesa a uno scopo, non a un semplice effetto. Equilibrio che, chissà perché, abbiamo smesso di apprezzare.

  • Premio Wisława Szymborska 2016 per la poesia: Molly Kirschner, Hard Proof (Red Mountain Press 2015). È sempre un buon esercizio (cfr. qui) ammettere che un’altra persona è migliore di noi; intendo una persona viva, contemporanea, non un genio del passato. Kirschner è una poetessa molto più brava di me, per questo la invidio e la amo. Leggerla mi ha dato un tuffo al cuore. Le sue metafore sono, a mio parere, quanto di più creativo e convincente si possa leggere attualmente sui (glom) social network e nella (doppio-glom) “blogosfera”. Kirschner è anche molto consapevole del proprio talento e sta attraversando una fase di euforia creativa, in cui sembra poter impiegare lo stesso trucco infinite volte senza stanchezza. Si vedrà se è in grado di sopravvivere a sé stessa e a superarsi. Ma le premesse sono buone. Maggiori dettagli qui.

  • Premio Georges Simenon 2016 per il giallo: Agatha Christie, And Then There Were None (Harper 2010, edizione digitale). Avrei intitolato il premio stesso alla Christie se non fosse stato di cattivo gusto. Avevo letto più volte i “dieci piccoli indiani” da adolescente, in traduzione italiana; quest’anno, al mare, mi sono regalato l’originale inglese, che mi è parso stilisticamente semplice, fin troppo breve, “matter-of-fact” – e come ogni altra volta perfetto. La lettura precoce della Christie ha prodotto in me un piacere forse benefico per la letteratura, non solo poliziesca, costruita attorno alla risoluzione: trame infarcite di indizi che trovano una doverosa giustificazione in chiusa. Qui la spiegazione epistolare è quasi pedante, ancorché necessaria: ma la vera conclusione è nell’alga che pende a un gancio dal soffitto nella stanza di Vera Claythorne – raggelante, anche all’ennesima rilettura.

  • Premio Magnus Enzensberger 2016 per la parola efficace : Izet Sarajlić, Qualcuno ha suonato (Multimedia 2009, traduzione di S. Gudzevic e R. Marzano, prestito di F. Tomada). Solo una:

    Salvo il futuro, la poesia non ha nessun alleato.
    Che conta se qualcuno passando ci regala qualche sorriso di approvazione.
    Che conta se in qualche plenum risuona anche la parola del poeta,
    proprio perché detta in un plenum, domani chiunque potrà contestarla.
    Che importa se in ogni sondaggio viene chiesto cosa pensa dell’inquinamento dell’aria anche al poeta.
    Che importa se i vicini guardano con invidia la donna del poeta.
    Salvo il futuro, la poesia non ha nessun alleato,
    ed oggi, guarda caso, più di tutto siamo carenti di futuro.

    Non c’è altro da aggiungere.

  • Premio Miguel de Cervantes 2016 per il miglior romanzo: Stephen King, It (Hodder & Stoughton 2010, edizione digitale). Perfino il malmostoso Harold Bloom ha paragonato King a Cervantes (ma solo ironicamente, per sminuire D. F. Wallace). Io, nel mio piccolo, rincaro ciò che molti hanno già osservato: non sottovalutate King. Pensarlo come scrittore di genere è un fatale errore di prospettiva. Le sue storie sono solo accidentalmente “horror” (a chi gli chiede perché scriva storie terrificanti, King risponde: «perché, pensate che possa deciderlo?»); l’intento dell’autore è soprattutto creare un mondo e popolarlo di personaggi – convincerci ad entrare noi stessi in quel mondo e intrappolarci al suo interno. È questo che mi ha sconvolto, di It: non le descrizioni morbose, o grottesche, o apocalittiche; non la paura, che è praticamente un riflesso ed è quindi molto difficile da evocare attraverso la parola scritta, necessariamente mediata; ma il fatto di sentirsi via via ingoiati dal libro, incapaci di fuggire, condannati a pensarci anche quando non lo si sta leggendo. È un libro di eccessi (vogliamo parlare dell’amplesso sotterraneo fra i ragazzini?), ma capace di costruire con pazienza una suspension of disbelief talmente solida da far dubitare piuttosto della realtà, non appena lo si chiude. Con buona pace di Bloom, King e Wallace sono in effetti fratelli: il primo è una versione disintossicata (o pre-intossicata) del secondo, quanto a lessico, sintassi e architettura; entrambi tentano di inglobare l’infinito, e danno pure, a sprazzi, l’impressione di riuscirci.

  • Premio Taniguchi Jirō 2016 per il fumetto: Zerocalcare, Kobane calling (Bao Publishing 2016, regalo dei miei fratelli). Doverosa riconferma per Zerocalcare. Il punto della “storiona” (come la chiama l’autore per evitare l’ingombrante “reportage”), secondo me, è che non dobbiamo per forza capire tutto, dai nostri salotti 2.0 – ma almeno ammettere (questo sì) che non capiamo quasi niente. Si parla ovviamente di ISIS e della guerra in Siria, di cui i nostri nipotini ci chiederanno «ma davvero è successo mentre voi eravate vivi» e di cui non riusciremo a raccontare nulla di sensato. Siamo onesti. Zerocalcare lo è. Non nasconde la propria paura, le proprie simpatie, i propri limiti nella percezione dei fatti. Non ambisce a raccontarci “la verità”. E di contro il suo non è un relativismo di ripiego, che troppo spesso si traduce in anestesia morale. Nella storiona c’è indignazione, passione, commozione, divertimento: tutto l’umano, scosso e rimescolato a contatto con l’ingestibile, ma più vivo che mai. Materiale che pochissimi, oggi, anche fra gli autori della sedicente “letteratura alta”, riescono a condensare in forma coerente. Chapeau.

  • Premio Fosco Maraini 2016 per il piacere antropologico: Tesori della lirica classica indiana (strenna UTET 1994, a cura di S. Lienhard e G. Boccali, soffiato alla libreria di mio padre). Citando Ravel (che citava de Régnier), «Le plaisir délicieux et toujours nouveau d’une occupation inutile». A che serve leggere lirica indiana in traduzione, senza testo a fronte e senza la possibilità di estrarre alcunché dal testo a fronte anche se ci fosse? e conoscendo della cultura che l’ha prodotta soltanto quei quattro rudimenti che il curatore si sforza con impegno di fornirci nell’introduzione, riassumendo in una dozzina di pagine un millennio di storia? A nulla, probabilmente. Ma leggete, se ne avete occasione, la strofa dell’acquaiola che disseta il viandante; poi ne riparliamo. La poesia ha questa virtù subdola di andare in pezzi al minimo tocco e al tempo stesso di non perdersi mai del tutto: anche nei cocci sparsi in terra (o meglio: nella descrizione dei cocci che qualcun altro ci riporta) riusciamo ancora ad intuire ed apprezzare la bellezza del vaso. E vale la pena, soprattutto a chi dice di amare la poesia occidentale contemporanea, confrontarsi con un altro universo (in cui l’identità dell’autore è offuscata di proposito e le regole di composizione si mantengono inalterate per decine di generazioni) solo per accorgersi che l’impulso primigenio, la necessità inspiegabile di riempire il silenzio (o di fare eco al silenzio) erano e sono gli stessi in ogni luogo e in ogni tempo.

  • Premio Walter Bonatti 2016 per l’avventura: Krakauer, Aria sottile (Corbaccio 2015, traduzione di L. Perria, regalo di Guido Montanari). La devastante spedizione sull’Everest del 1996 raccontata da uno dei partecipanti, scampato alla morte per un pelo. Ho sognato, poco tempo fa, di trovarmi al campo base dell’Everest e di non riuscire a respirare; nel sogno pensavo: «chi me l’ha fatto fare di venire quassù?». È il pensiero che Krakauer insuffla nel lettore più o meno implicitamente ad ogni pagina. Eppure quassù ci siamo venuti; molti di quelli che riusciranno a salvarsi un giorno ci torneranno; il richiamo è irresistibile, nonostante la fine sia sempre dietro l’angolo. Mi sembra non sia il caso di sottolineare il senso simbolico di tutta l’impresa. Oltre gli 8000 metri, l’importanza di ogni scelta è spaventosamente evidente: da un singolo gesto può dipendere la salvezza e la rovina degli altri, e non per questo si può parlare automaticamente di responsabilità. Il “normalmente umano” svanisce into thin air, come recita l’intraducibile titolo originale. Lo stesso vale a livello del mare, ma in forma molto attutita – e perciò non ce ne accorgiamo, presi nella nostra illusione di controllo. – Il fatto che abbia letto almeno cinquanta pagine di questo libro una sera che i treni erano stati cancellati, mentre aspettavo l’autobus sostitutivo pigiato nella calca soffocante sul piazzale della stazione, mi sembra anch’esso stranamente simbolico.

  • Premio Jorge Luis Borges 2016 per l’opera di pregio: Eugenio Montale, Finisterre (Einaudi 2003, commento di D. Isella). Ho comprato questo libretto rilegato in carta velina credo ormai quindici o sedici anni fa, a Bologna. Non l’avevo mai neppure aperto (e meriterei qualche scudisciata per averlo fatto usando un paio di forbici di Emma come tagliacarte). Non sono un bibliofilo, ma confesso che era stato l’aspetto squisitamente démodé del volume a convincermi all’acquisto, più ancora del sicuro valore della poesia al suo interno. Ora, dopo oltre un decennio di maturazione (e degenerazione artrosica) del gusto estetico, sono gli stessi versi del grande Eusebio a sembrarmi squisitamente démodé nella cura da scalpellino con cui sono costruiti (e nel lessico, e nel ritmo, e nel suono). Démodé in senso buono: è ancora una volta la lingua italiana sull’orlo del proprio narcisistico suicidio – ma sull’orlo, appunto, pregnante come forse mai è tornata ad essere da allora (con l’eccezione del solo Zanzotto, direi), perfino nelle pagine dello stesso Montale. Bello dunque che la raccolta si chiami Finisterre: chissà quali altezze ci attendono al di là dell’oceano che ancora stiamo attraversando.

  • Premio di Natale 2016 per la teologia: C. S. Lewis, Miracles – Do they really happen? (William Collins 2011, edizione digitale). Vorrei trovare il coraggio, un giorno, di regalare questo libro a un ateo. Non con intento polemico, tutt’altro. Mi piacerebbe vedere se è possibile mettersi d’accordo almeno sull’argument from reason – non come prova dell’esistenza di Dio, ma del fatto che non è possibile essere razionali senza un iniziale atto di fede (al contrario di quanto pretendono, ostentatamente, i naturalisti puri). Lewis stesso ha sudato sette camicie per limare e argomentare quella che dovette essere un’intuizione relativamente semplice: se il pensiero razionale è un mero prodotto dell’attività elettrica del cervello, come possiamo prendere per vere le sue affermazioni, compresa quella che dice che il pensiero razionale è un mero prodotto dell’attività elettrica del cervello? Comunque la si ponga, è necessario validare l’affermazione dall’esterno. Su questo, credo, dovremmo essere tutti d’accordo. Da qui a negare il naturalismo e a postulare una realtà sovra-naturale (a cui pertengono quegli eventi che chiamiamo miracoli) per Lewis è un passo; mi rendo conto che a questo punto molti storceranno il naso, ma non importa. Il libro fornisce argomenti incrollabili a chi cerca di coniugare la propria fede con una visione “scientifica” del mondo: che le due cose non siano contrapposte, ma anzi si rinforzino sull’altra, non è più un bello slogan ma il risultato di un ragionamento inflessibile e coerente. Per la mia piccola anima personale, questa è manna dal cielo.

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3 commenti su “Biblio-bilancio del 2016

  1. chris
    22/01/2017

    Quanta bella energia, Guido! Mi piace l’argomentazione “semplice” (e che altro?) di Lewis: “se il pensiero razionale è un mero prodotto dell’attività elettrica del cervello, come possiamo prendere per vere le sue affermazioni, compresa quella che dice che il pensiero razionale è un mero prodotto dell’attività elettrica del cervello?” Nel senso che la classe di tutte le classi non è una classe. Chissà cosa.

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  2. Pingback: Bilancio del 2016 – Guido Q

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Questa voce è stata pubblicata il 22/01/2017 da in recensioni con tag , , .
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