perìgeion

un atto di poesia

Passione Poesia-Luigi Di Ruscio

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Con la fine degli umani
i grattacieli si copriranno
improvvisamente di licheni spumosi
gli asfalti inizieranno fioriture
che richiameranno gli insetti più luminosi
nessun gatto
rischierà di venire castrato
nell’universo rimarrà lo splendente ricordo
di essersi visto con l’occhio umano.

Luigi Di Ruscio,  L’Iddio ridente, Zona, Arezzo, 2008

 

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© Fotografia di Ennio Brilli.

Quello che resta.

Quando si dice che Luigi Di Ruscio è stato un poeta operaio si fa (ed è stata fatta tante volte) un’affermazione riduttiva. È vero: Di Ruscio ha fatto l’operaio per 37 anni domando una trafilatrice della Christiania Spigerverk, fabbrica di chiodi di Oslo. Vero è anche che quella condizione, la ripetizione ossessiva e potenzialmente alienante dei gesti nella catena di montaggio, si è riversata con forza nella sua scrittura delineando alcune tra le sue originali caratteristiche.La sua poesia, però, non nasce dall’avere svolto per tanto tempo quel lavoro faticoso, ma ha preso vita esclusivamente dall’essere stato un poeta tra i più originali, dotati ed anche tenaci, perché è riuscito ad adempiere alla sua vocazione di scrittore all’interno di una vita indubbiamente non semplice. Eppure, come a volte accade, le opere che si forgiano in risposta alle difficoltà sono tra le più illuminanti.

Di Ruscio ha conosciuto la povertà inasprita dalla seconda guerra mondiale nella sua infanzia e adolescenza marchigiana.
Dalla città di Fermo (che negli anni trenta e quaranta era sostanzialmente imperniata su una comunità contadina e agraria la quale resterà viva nella sua memoria e scrittura in una sorta di singolare cristallizzata vitalità) emigra giovanissimo svolgendo in giro per l’Europa i lavori più disparati e sgangherati. Il suo è un tentativo di fuggire dalla povertà e rendersi indipendente. Quella stessa povertà, però, si mostrerà sempre felice nei suoi ricordi trasfigurati in scrittura. A 27 anni trova finalmente in fabbrica un lavoro da lui stesso definito “stabile, ma infernale”, eppure in quell’inferno sembra volere starci, non perché ne deve scrivere (e scriverne con forza rara), ma perché non riesce a pensare alla sua vita se non in mezzo agli strati più bassi della società. Tuttavia quella stabilità, consolidata dalle lotte per ottenere in fabbrica turni quantomeno sostenibili e affiancata dall’incontro e dal matrimonio con la norvegese Mary Sandberg (da cui avrà e con cui alleverà ben quattro figli), gli consentiranno di avere quotidianamente qualche piccola finestra di tempo da dedicare alla sua amata vocazione. Lo fa quasi in preda a una disperata e al contempo allegrissima furia battendo le sue dita sui tasti della leggendaria Olivetti. La poesia che ho scelto come testo esemplare della sua ricchissima produzione ha in sé alcune caratteristiche della poetica di Di Ruscio non sempre, a mio parere, adeguatamente approfondite. Attraverso la comunicazione che ho tenuto con l’autore per un anno e mezzo prima della sua morte ho appreso dallo stesso Di Ruscio che questo era il suo testo preferito. Avendo avuto il privilegio di conoscerlo, credo di poterne ipotizzare i motivi che non sono soltanto legati alla riuscita tecnica, semantica e formale della poesia, ma sono profondamente connessi con l’intima visione del mondo del poeta. Una certa bizzarra visionarietà ha sempre accompagnato la sua scrittura sia in prosa che in versi e qui ne abbiamo la riprova. Egli sembrava spesso profetizzare la fine, non del mondo, ma degli umani, perché la razza umana, visceralmente studiata e oserei dire sfidata, ma, allo stesso tempo, in se stesso incarnata in tutta la gamma di luci ed ombre, sembrava suggerirgli l’estinzione come prodotto della follia indotta dai suoi peggiori difetti. La natura, senza l’uomo, finalmente liberata dal despota che si crede e dunque si comporta da onnipotente, sembra tornare a invadere festosamente gli stessi simboli che l’uomo ha lasciato sulla terra col suo arrogante passaggio, come gli asfalti e i grattacieli, tipici elementi di conquista del suolo e dell’aria. Si pensi ad alcune parole del riscatto della natura usati nel testo: i licheni saranno “spumosi”, dai grigi asfalti inizieranno le “fioriture” e gli insetti, attirati da quelle fioriture, saranno i più “luminosi”. I gatti, i suoi amati gatti, finalmente, non essendo più castrati, potranno vivere pienamente la loro vita e la gioia dell’amore. È un tripudio felice; è la rivalsa della natura sull’uomo che senza misura, rifiutando i limiti di un’adeguata cooperazione, la copre, la “asfalta”, tenta di dominarla con grattacieli sempre più numerosi ed alti per conquistare finanche il cielo, ma senza tenere conto delle conseguenze. Ma i versi che, personalmente, mi commuovono maggiormente e mi fanno ricordare quest’uomo con tenerezza e gratitudine profonde sono gli ultimi due: nell’universo rimarrà lo splendente ricordo/ di essersi visto con l’occhio umano.

Ebbene, nonostante tutto, nonostante anche il suo professato e dubbioso ateismo, Di Ruscio, con questi versi, per la prima volta nel testo, associa la luce, la più splendente possibile per l’Universo, al ricordo, alla memoria di essere stato visto con l’occhio d’uomo. Quasi come a suggerire una sua personale fede che la specie umana ha, in fondo, in sé, la possibilità di contenere la vita e l’universo al massimo grado di pienezza e comprensione e, l’unica chiave per poterne gioire e consegnarsi in quella gioia alla memoria universale, è quella di riconoscere che l’universo non ha limiti, mentre lei ne ha e dovrebbe rispettarli. Insomma, questo poeta ha affiancato nella sua vita uno sguardo duro verso se stesso e la sua razza, ma, a tratti nel suo passaggio terreno e soprattutto nel tempo della fine, ha mostrato tutta la sua umana pietas, la sua compassione e la sua dolcezza. La ricordo bene e, se ricordo l’amico, non torna alla mia mente un poeta operaio, ritorna solo un grande poeta.

Christian Tito

Luigi Di Ruscio (Fermo 1930 – Oslo 2011). Opere di poesia: Non possiamo abituarci a morire, Schwarz, Milano, 1953; Le streghe s’arrotano le dentiere, Marotta, Napoli, 1966; Apprendistati, Bagaloni, Ancona, 1978; Istruzioni per l’uso della repressione, Savelli, Roma, 1980; Epigramma, Valore d’uso edizioni, Roma, 1982; Enunciati, Stamperia dell’arancio, Grottammare (AP), 1993; Firmum, peQuod, Ancona, 1999; L’ultima raccolta, Manni, Lecce, 2002; Epigrafi, Grafiche Fioroni, Casette D’Este, 2003; Poesie Operaie raccolta antologica, Ediesse, Roma, 2007; L’Iddio ridente, editrice Zona, Arezzo, 2008. Opere di prosa: Palmiro, Il lavoro editoriale, Ancona, 1986 I e II ediz., Baldini & Castoldi, Milano, 1990 III ediz., Ediesse, Roma, 2010 IV ediz.; Le mitologie di Mary, LietoColle, Faloppio, 2004, L’Allucinazione, Cattedrale, Ancona, 2008 ; Cristi polverizzati, Le lettere, Roma, 2009; La neve nera di Oslo, Ediesse, Roma, 2010; 50/80 con A. Ferracuti, Transeuropa, Massa, 2011; Memorie immaginarie e ultime volontà, Senzapatria, Frascati, 2011; Zibaldone norvegico, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, 2013 ; Romanzi, raccolta antologica, Feltrinelli, Milano, 2013 ; Lettere dal mondo offeso con C.Tito, L’Arcolaio, Forlì, 2014.

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2 commenti su “Passione Poesia-Luigi Di Ruscio

  1. Evangelia Polymou
    23/01/2017

    L’ha ribloggato su evangeliapolymoue ha commentato:

    Luigi Di Ruscio “Un grande poeta”

    Liked by 1 persona

  2. almerighi
    26/01/2017

    il poeta/operaio! Un grande, concordo

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 23/01/2017 da in Senza categoria.
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