perìgeion

un atto di poesia

Hippie Dixit, intervista ad Amerigo Verardi

 

 

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di Francesco Tomada

 

In ambito musicale, su queste pagine abbiamo spesso e volentieri dato spazio a lavori o artisti che, secondo la nostra opinione, si siano dimostrati capaci di produrre lavori notevoli per valore e personalità. Ed è questo il caso di Amerigo Verardi e del suo ultimo album, Hippie Dixit (The Prisoner), pubblicato alla fine del 2016. Va subito sottolineato come Amerigo Verardi sia una figura importante nell’ambito della musica “indipendente” italiana, sia per la sua esperienza – è infatti attivo dai primi anni Ottanta -, sia per lo spessore delle sue pubblicazioni, che giustamente gli hanno portato credibilità e consenso della critica e degli addetti ai lavori. Al tempo stesso però Hippie Dixit spicca anche all’interno della produzione dell’artista brindisino: si tratta di un disco doppio, in cui i quattordici brani raggiungono spesso un minutaggio notevole, ma soprattutto è un lavoro in cui l’impressione è quella che Verardi abbia raggiunto una maturità espressiva notevolissima e una libertà creativa assoluta, costruendo non solo un album, ma un percorso musicale nel quale addentrarsi, perdersi e ritrovarsi in modo sorprendente. Si tratta sicuramente di un disco originale ed importante, a cui augurare il meglio possibile non soltanto per Verardi in sé (che lo merita) ma per l’intera musica italiana. Per avere una (minima) idea di quello che Hippie Dixit può offrire, vi invito intanto ad ascoltare il singolo che ne ha accompagnato l’uscita qui.

Amerigo Verardi si è dimostrato molto gentile e disponibile nel rispondere ad alcune nostre domande con schiettezza e semplicità, e di questo lo ringraziamo, come siamo riconoscenti a Marco Salanitri e Paolo Naselli Flores per averci messi in contatto con lui.

 

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Prima di tutto grazie per avere accettato di rispondere a queste domande, la disponibilità è un dono che non va mai dato per scontato. Iniziamo a parlare di Hippie Dixit dall’impatto che il lavoro ha sull’ascoltatore: un disco doppio, con una lunghezza dei brani notevole. Lo stacco rispetto ai tuoi ultimi lavori con Marco Ancona è netto: mentre lì veniva privilegiata la forma-canzone, qui sembra quasi che tu abbia voluto decostruire quella forma a vantaggio di un flusso di coscienza. Pur comprendendo la limitatezza delle definizioni, la prima parola a cui mi è venuto in mente di accostare Hippie Dixit è “libero”, è un disco totalmente libero. Sei d’accordo?

Grazie a te per l’interessamento alla mia musica, Francesco.

Direi che la tua definizione è corretta, così come sono corrette le valutazioni che in generale hai espresso. E’ un album che rappresenta fedelmente il mio attuale pensiero e la mia attitudine alla vita, e sono molto felice di come sia venuto fuori. E’ la musica che desideravo scrivere e registrare, sono stato fortunato a trovare la giusta concentrazione e, diciamo, i giusti spiriti-guida, e poi a non smarrirli durante la lavorazione. La lunghezza dei brani può sicuramente essere una delle conseguenze di un libero flusso di idee, o di coscienza, come dici tu. Ma sappiamo tutti che la durata di un brano, in sè, non rappresenta un valore assoluto, in positivo o in negativo. Per ciò che riguarda Hippie Dixit, ho cercato di creare delle buone condizioni di base, partendo dalla mia predisposizione verso la creatività e il divertimento, e allo stesso tempo tenendo ben aperta la comunicazione con elementi esterni di diversa natura. Il secondo passo è stato quello di lasciare che le cose accadessero e si sviluppassero secondo linee che non dovevo necessariamente comprendere e guidare fin dall’inizio verso obbiettivi precisi. La parte razionale è importante, ma deve interagire con l’istinto al momento giusto, non deve inibirlo o soffocarlo. Anche in un brano come “L’uomo di Tangeri”, che dura più di 14 minuti e dove a volte il suono sembra essere fuori dal controllo, io ci sento un grande equilibrio. Ma non lo dico con presunzione, chiaramente, semmai con la consapevolezza di essermi trovato in una condizione di spirito ottimale per essere totalmente ricettivo e fare così da ponte. Per cosa? Ecco, è quello che ora sto cercando di capire.

Immagino che tu sia perfettamente consapevole del fatto che si tratta di un lavoro anticommerciale, nel senso che sfugge alle regole del mercato ed anche ai tempi della fruizione della musica. Per quanto tu abbia alle spalle una storia molto lunga, è come se per Hippie Dixit tu avessi sentito il bisogno di realizzare qualcosa che fosse unicamente tuo, senza alcun vincolo legato alle convenzioni della promozione discografica. Oppure, per certi aspetti, è come se fosse venuto il momento per te di passare a ritirare i crediti di una dimensione artistica che ti sei costruito in tanti anni di lavoro. Per questo motivo mi sentirei di dire che Hippie Dixit è il tuo lavoro più importante. E’ così?

Ogni cosa che ho realizzato finora negli anni è un passaggio, la tappa di una crescita. Però è vero, questo album ha dentro qualcosa che per me è molto importante, perchè non ha a che fare direttamente con il mio essere individuale ma con me in quanto essere umano. In questo senso, Hippie Dixit è molto meno “anticommerciale” di quello che si potrebbe pensare, perchè in realtà esprime in musica e parole diversi elementi universali vicini alla sensibilità umana e a quelli che sono i desideri di molti. Desideri che spesso vengono offuscati, frustrati dall’abbrutimento indotto dal mondo occidentale che li sostituisce con indegni surrogati, bloccando di fatto la nostra percezione, la nostra coscienza dell’essere umano, e di conseguenza frenando la naturale elevazione a un gradino evolutivo superiore. Nell’album ci sono i nostri desideri di amore assoluto, di spiritualità, di fratellanza, di pace, di conoscenza, di sogno, di creatività, di gioia, di bellezza, di verità e, si, anche di giustizia. Se l’album fosse promosso da una multinazionale, venderebbe tanto da stupirti. Però attualmente non sono in grado di dimostrarlo 🙂

Per il tipo di suoni e di atmosfere, il disco è ricco di suggestioni mediorientali o proprio orientali. Al di là dei testi, dunque, dal punto di vista musicale mi pare di poter dire che Hippie Dixit è un lavoro fortemente caratterizzato tanto da un certo tipo di psichedelia anglosassone, quanto da una forte matrice mediterranea, o se preferisci “meridionale” nel senso migliore del termine.

Non è la prima volta che utilizzo linguaggi musicali di etnie nordafricane, mediorientali o indiane. Ma quando lavori con delle band non puoi imporre le tue idee sempre e comunque, per cui fino a qualche anno fa questi elementi sono stati dei “colori” all’interno dei brani, mentre in Hippie Dixit sono stati spesso la base di partenza da cui sono nati i brani stessi. E questo è accaduto anche perchè, utilizzando solo gli strumenti che avevo in casa, non ho registrato delle batterie per sostenere i ritmi, ma solo ed esclusivamente percussioni marocchine, indiane, centroafricane e mediorientali. E’ da quando ho 15 anni che ascolto e amo visceralmente la musica etnica africana ed asiatica, anche se a dire il vero l’impulso iniziale mi è stato ispirato proprio da alcuni dei musicisti più illuminati del pop inglese degli anni ’60. In primis Brian Jones, che nel 1968 registrò in Marocco l’album “Brian Jones presents the Pipes of Pan at Joujouka”, e poi, ovviamente, George Harrison… In Hippie Dixit, anche in questo hai visto bene, è il sud del mondo ad essere protagonista, delineandosi come una fonte di grande ispirazione, lo sfondo ideale per l’essere umano alla ricerca delle sue radici e della sua essenza. Ma è un dato affiorato in superficie a lavoro ormai quasi ultimato, e che io stesso ho colto con ragionevole ritardo.

Il primo singolo, Brindisi (ai terminali della via Appia), è un brano straordinario. Da un lato è forse un dei pezzi dal maggiore potenziale “pop”, dall’altro però si snoda attraverso una successione di stacchi piuttosto netti, e soprattutto vive nell’attrito tra una parte musicale quasi allegra e un testo molto duro, forse il più politico che tu abbia mai scritto. In che modo è nato?

Come tutti i brani dell’album è nato in modo naturale ed estemporaneo. Non certo a tavolino, da un’idea cioè precedente allo sviluppo stesso del brano. L’idea è nata insieme al brano, esplorando gli accordi, le strutture, i ritmi, le parole. Il senso delle parole è arrivato dopo un po’ di tempo, e quando è arrivato ha sorpreso anche me. A quel punto ho dovuto solo scavarlo, approfondirlo, giocandoci magari anche un po’, ma cercando sempre di far attenzione a non scadere nella denuncia più impersonale. Alla fine ho provato a mettere in luce i sentimenti contrastanti e i dubbi, oltre i drammatici dati di fatto. Perchè Brindisi, la mia città, di fatto è esattamente così, spaccata in quattro porzioni dalla questione dell’inquinamento e dell’industrializzazione selvaggia: ci sono i pro, i contro, quelli con i dubbi e poi gli indifferenti.

Ancora una domanda sui testi. In Hippie Dixit non esiste, mi pare, un unico tema: i testi si muovono tra suggestioni quasi autopercettive, richiami religiosi, personaggi misteriosi come L’uomo di Tangeri. Difficile, insomma, trovare un filo conduttore, però si tratta di testi estremamente curati, in cui l’aderenza alla musica ed al concetto stesso di musica che il lavoro esprime è totale. Hai voglia di raccontare in che modo sono nate queste parole?

Credo che in generale i testi di Hippie Dixit siano tutti aderenti a temi riguardanti la ricerca della spiritualità e alle difficoltà che affrontiamo per ottenerne anche solo una fragranza. Ed è una ricerca che passa per vari stadi. Ad esempio ne “L’uomo di Tangeri”, non a caso l’apertura dell’album, è rappresentato il primo passo che è quello di prendere faticosamente le distanze dai propri demoni interiori, nel momento in cui si raggiunge la consapevolezza che chi cerca di farti fuori non è l’altro, ma sei tu stesso. Ed in quello stesso istante, celebri la fine di qualcosa e il principio di altro. Ecco, la consapevolezza di sè è il principio del viaggio di ricerca in Hippie Dixit. Quasi un viaggio iniziatico, se vuoi, che tocca luoghi sacri o magici, come L’India, il deserto del Sahara, l’antica Corinto, la Valle d’Itria. Ma passa anche attraverso una realtà più cruda e decadente, come il fantasma dell’attuale Grecia che si affaccia in “Le cose non girano più”; o una realtà di fatto violenta, con il dolore dei territori devastati e depredati del sud d’Italia, e che senza tante metafore tratto in “Due Sicilie” rimarcando il vile e imperdonabile occultamento della storia. E’ un viaggio che passa anche attraverso il senso dei grandi dualismi tra elementi opposti che sembrano governare il nostro sentire come anche l’intero universo, e così tra passato e presente si snodano le visioni di “Terre promesse”. Ma è un viaggio in cui ho descritto anche visioni più leggere, più confortanti e quasi estatiche, come in “Verità” e in “Innocenza”. Insomma, credo siano temi molto umani, e quindi sono anche i miei, come sono o potrebbero essere quelli di molti.

Il tuo nome è stato spesso accostato a quello di altri grandissimi della musica come ad esempio Julian Cope (fra l’altro abituato a dischi doppi e irregolari come Hippie Dixit). Dopo avere ribadito che, con un percorso come il tuo alle spalle, non hai certo bisogno di accostamenti, mi viene da dire che – proprio per questa idea di libertà creativa, così come per alcuni richiami religiosi presenti nei testi, in cui però i personaggi vengono visti nella loro umanità – a me è venuto in mente il nome di Cesare Basile. Questo non tanto dal punto di vista musicale, quanto proprio degli intenti, della prospettiva. Ti sembra che ci sia, ci possa essere un percorso in qualche modo parallelo? E più in generale, anche se Hippie Dixit è il tuo lavoro più solitario, ci sono compagni di viaggio che trovi vicini?

In tutta sincerità non so se sia possibile delineare un parallelo fra il mio percorso e quello di Cesare, che è un amico e un musicista che stimo. Mi mancano diversi elementi per confermare eventualmente la tua ipotesi, ma in ogni caso mi incuriosisce. E confesso che non mi capita mai di riflettere sul fatto che ci possano essere “compagni di viaggio” particolarmente vicini. Ho tanti amici in gamba che ammiro, che sento molto affini e con i quali condivido un sacco di cose, e forse è anche per questo che non tendo a dare ai colleghi musicisti un’importanza particolare. Io stesso non mi sento un tipo particolarmente speciale, se non per il fatto di utilizzare i mezzi che ho in dotazione per cercare di fare del mio meglio per evolvermi ed essere da stimolo per gli altri. Ma, naturalmente, una schiera infinita di musicisti ed artisti del passato hanno avuto un’influenza incalcolabile sull’evoluzione del mio pensiero, e quindi ho una bella lista di nomi ai quali mi sono sentito affine, forse giustamente o forse stupidamente… come si fa ad affermare, senza essere derisi, di sentire profonde affinità fra sè e Jimi Hendrix? 🙂

In un lavoro così personale, c’è però un brano non tuo: si tratta di A me non basta di Alessandro Tomaselli. Come mai hai ritenuto di inserirlo?

Ecco, hai appena nominato un musicista con il quale sento certamente delle grandi affinità! Aldilà di questo, Alessandro è uno dei migliori autori italiani, anche se ancora siamo in pochi a saperlo. La minuscola etichetta “YeahJaSì! Brindisi Pop Records” ha pubblicato con il mio aiuto un paio d’anni fa il suo primo album, un capolavoro intitolato “Dove andiamo noi niente a che fare”, che per me è uno degli album italiani più belli degli ultimi anni. Un album per sola chitarra e voce, in presa diretta. “A me non basta” è uno dei brani presenti nel suo album, non so neanche se sia il migliore. Ho pensato che affidare ad un altro autore la chiusura di un album come Hippie Dixit, così saturo delle mie visioni, potesse essere una cosa intelligente da fare. Non so se lo è davvero, ma in ogni caso ci ho messo un minuto a decidere di inserirla e cinque ore a realizzarla. E sono profondamente felice, fosse anche solo per il fatto che qualcuno stabilirà un primo contatto con questo meraviglioso e geniale autore.

Se hai ancora un attimo di pazienza, ne approfitto per proporti un paio di domande che si allontanano un poco da Hippie Dixit. Perigeion si occupa anche e soprattutto di letteratura: non posso non chiederti qualcosa di “S.I.N. – Scherzi.Improvvisi.Notturni” (Editrice Brundisium.net), il tuo libro che è stato pubblicato praticamente in contemporanea con il disco.

E’ diventato il mio primo libro, ma per molto tempo è stato semplicemente un laboratorio di scrittura e pensieri in libertà che inizialmente non aveva alcuna pretesa di essere pubblicato. Alcune frasi sono anche finite nelle canzoni e, ora che mi ci fai pensare, la prima idea di testo per “Brindisi (ai terminali della via Appia)” nasce proprio da una piccola filastrocca che è presente nel libro! Mi piace davvero tanto scrivere, e in “S.I.N.” ho potuto offrirne una dimostrazione concreta. Sono contento di come è venuto fuori il libro e sono contento di averlo reso pubblico.

E infine una domanda quasi “dovuta” a un personaggio che, come te, da anni vive nella musica: come ti sembra, oggi, il quadro della musica d’autore in Italia? Te lo chiedo perché l’impressione è che, dopo gli anni ad esempio del Tora Tora o Il paese è reale, in cui sembrava di poter sviluppare un canale di diffusione importante, mi pare che adesso ci sia una sorta di riflusso, di attesa. Al tempo stesso, però, questo momento di riflessione consente di produrre lavori solitari ma di grandissimo valore, come lo stesso Hippie Dixit. Sei d’accordo?

Da anni non sono più così attento a tutto quello che succede nel mondo della musica, e di conseguenza non ritengo particolarmente interessanti nè obbiettive le mie valutazioni sulla scena musicale italiana attuale e in particolare quella d’autore. Forse è anche perchè da diversi anni una vera scena non esiste, a parte la “scuola romana”, per cui diventa difficile parlare di tutti i singoli progetti validi in circolazione che secondo me sono comunque tanti. Il Tora Tora o Il Paese è reale sono entrambi un’idea della stessa persona, Manuel Agnelli, che credo abbia provato a disegnare una mappa della migliore musica indipendente, cercando anche in maniera astuta di mettere a disposizione dei canali promozionali piuttosto importanti. Mi dispiace non poter avere cose più interessanti da esprimere su questo argomento. Mi capita spesso di ascoltare un sacco di cose interessanti, ben scritte e ben prodotte. E, si, mi capita di ascoltarne anche di piuttosto banali. Ma in tutta onestà devo dire che è sempre così da circa trent’anni 🙂

 

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Un estratto da “Scherzi.Improvvisi.Notturni.”

 

GRAZIE-A-DIO

 

Sono uscito a comperare paglia

sono uscito a fumare droga

già completamente paranfetaminico

non capisco un accidente ma mi accorgo di non avere portafoglio

non torno indietro manco morto, faccio a modo mio

girato l’angolo con la violenza in testa e fra le mani

sono entrato nel locale vuoto

ho puntato il coltello sul collo del barista

quel mio vecchio amico

da lui compro solo vasche su vasche di gelato al caffè

e alla sua faccia allibita non poco

ho mostrato la mia corda tirata

ovvio non volevo lasciargli segni

volevo solo il mio bottino

l’ho pregato di darmi senza fiatare più che poteva

perché non mi sarei mai perdonato

di colpirlo per far male

e lasciarlo morire sanguinante

con la faccia dentro il lavandino

grazie-a-dio si è fidato

gli è bastato uno sguardo

ha tirato fuori l’incasso della sera e gli spiccioli dal pantalone

poi non ricordo se ho ringraziato

non ricordo niente altro

ma ricordo di essermene andato

sono uscito a comperare paglia e droghe

ma sapete che distrarsi a volte è (…illegibile… N.d.A.)

sono andato dritto dritto

nello stomaco del quartiere sbagliato

un rione che imbarcava acqua

e ha cominciato a piovere piano

non me ne ero accorto

ma poi capii che colava di tutto

terra africana e saliva di coccodrillo

pioggia tropicale a dirotto

un remix di feroce impotenza

aria malsana chiodata

capezzoli di corallo

unghie di bosco

grazie-a-dio mi è risalito lo sballo

sulle facce bagnate segni d’inquinamento

pagine su pagine di clima fuzz-over-distorto

amore sciogliersi sul cemento

amare sorprese adagio stemperarsi

fuori e dentro il cappello

e fin oltre il cuore dell’inverno

e del nostro tormento

una bruna …(indecifrabile, dèh!)

macchiata di rimmel

mi ha sputato un sorriso malato

poi ha richiuso l’ombrello

ho camminato in equilibrio

per non perdermi lo spettacolo yankee

di chi si aggrappava al filo dei suoi nervi

un numero da circo dentro il circo

un numero da ex ragazzina baciapile

una scena felice

una sospensione destinata a scomparire

poi è scomparsa pure lei

per un anno non ho pensato ad altro

e mezzora dopo ancora ci pensavo

mi sono bloccato

mi sono sentito solo

come braccato

ma grazie-a-dio avevo ancora con me

un’ultima dose urlata di… (come sopra…)

e così ho urlato

e ho visto cose purissime

ma si, cose che tutti possono vedere

lo strazio di una sirena

le grida di bambini

la sofferenza dei parenti

donne chine preganti

uomini che odiavano se stessi

volevano morire

invocando l’Onnipotente

e ho visto strane macchie di sangue

colare dalla manica su cui avevo pianto

fatti un giro, GUARDA

e poi dimmi se non ho ragione

a vestirmi di nero, intendo

di nero come Johnny Cash

dimmi se ti sembra sbagliato

stordirmi di solitudine e hashish

pensando di scrivere un requiem

pensando di infilarmi la mia lama in pancia

a mo’ di promemoria

e grazie-a-dio la nottata era agli sgoccioli

lo sballo scemava

e non trovando più gli stimoli né il coltello nella tasca

mi è venuta in mente appena adesso

la faccia sbiancata di quel mio amico barista

ci sarà rimasto male

devo rimettere le cose a posto

devo spiegargli com’ero messo

riportare tutto a casa

riportargli i soldi in cassa

e mentre pensavo alle parole adatte

passo dopo passo

sereno come un’acqua

mi trovai di fronte alla scena di quel bar

branchi di divise, curiosi, passanti

chiedo perplesso a uno di delucidarmi

una cosa da non credere, mi dice tra le luci lampeggianti

un orribile destino

per poche lire l’hanno sgozzato

sarà stato un balordo-negro-tossico-rumeno

ma lo prenderanno

la pagherà cara quello zingaro ‘nfame

perché grazie-a-dio ha lasciato la sua firma

quel merdoso terrone marocchino

grazie-a-dio il suo coltello l’ha lasciato lì per terra

accanto al cadavere di quell’onesto cittadino

era in ginocchio quel poveretto

sembrava pregasse

l’hanno trovato in una pozza di sangue

con la faccia in giù

riversa nel lavandino.

***

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2 commenti su “Hippie Dixit, intervista ad Amerigo Verardi

  1. Antonio Devicienti
    14/02/2017

    Scopro una voce salentina e pugliese che si unisce ad altre voci che NON INVENTANO UN’IMMAGINE FALSA E TURISTICA della mia/nostra terra.
    Grazie.

    Liked by 1 persona

  2. christiantito
    16/02/2017

    Concordo pienamente con Antonio e , da appassionato di musica , mi immergerò nel mondo sonoro di Amerigo ed anche di Alessandro Tomaselli! Grazie Francesco ed Amerigo!

    Mi piace

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