perìgeion

un atto di poesia

Per due spettacoli di Gustavo Giacosa (di Marco Ercolani)

 

 

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Maison

Maison, lo spettacolo di Gustavo Giacosa rappresentato a Genova al Teatro dell’Archivolto (22 febbraio 2016), inizia con una scena che è il cantiere aperto di una casa in costruzione, negli anni Cinquanta: cartoni da imballaggio, lavatrice, frigorifero, un ferro da stiro, una radio, una betoniera, tavoli coperti da un telo di plastica, operai al lavoro. Poi, dopo qualche minuto, echeggia una frase: accenna a qualcuno che viene cercato da molto tempo, l’uomo ha un debito da pagare ma non vuole più nascondersi, porta la sua donna nella casa dove da piccoli giocavano a “fare cose grandi”: tutto sembra avere ancora un inizio, come se il segreto della casa celasse ancora una promessa di vita. Da qui inizia lo spettacolo: un crogiuolo di sogni, fantasie, frammenti di realtà, intrecciati in una danza ironica e grottesca. Gli attori, coinvolti in scene arcaiche dove cibo, danza, violenza, morte, dominano assoluti, appaiono e spariscono da una grande porta collocata al centro della scena. La porta suggerisce con nitida evidenza la simbologia vita/morte, soprattutto la scomparsa violenta dalla vita. La musica, curata da Fausto Ferraiuolo, è sobria, semplice, ad accordi isolati. Domina in Maison un’altra musica, il cicaleccio insensato o il grido isterico, la litania infinita delle prescrizioni dell’adulto al bambino (ordini ripetuti a bassa voce da dietro veli o paratie, come: levarsi le scarpe all’ingresso; togliersi il cappotto; svuotare la cartella; ubbidire a mamma e papà; dire buongiorno, grazie, per favore; aspettare il proprio turno per parlare; essere educato e comportarsi bene; lavarsi le mani dopo essere andato in bagno, non parlare con la bocca piena, non fare rumore a tavola, eccetera). Ne nasce un’impressione di soffocamento, di urla dolenti e smorzate, di veli e lacci che bloccano i gesti, di desideri che vogliono erompere: sembrano prendere vita certi interni cerebrali e claustrofilici di misteriosi racconti sudamericani (citerei gli argentini Silvina Ocampo e Julio Cortázar, ed è evidente come Gustavo Giacosa, argentino di origine, inventore e regista dello spettacolo, sia perfettamente consapevole dell’evocazione); ma non trascurerei il basso continuo del riferimento concreto ai desaparecidos durante il regime della Giunta Militare capeggiata da Jorge Rafael Videla.
Maison vuole essere la rappresentazione straziata e grottesca di una realtà impossibile da vivere e del sogno necessario che vuole frantumarla o trasformarla. Il richiamo è a grandi maestri del teatro, come Tadeusz Kantor, nei cui spettacoli nessuna storia era nettamente definita ma tutto quello che lo spettatore vedeva era dominato da una imminente, quasi intollerabile violenza. Le scene, in Maison, si susseguono con un andamento onirico e ondivago: i sogni della donna e le oppressioni della vita comune; i ragazzi che si amano, le loro fantasie infantili; i tre mariti, i combattimenti dei sessi, il grido “ Amore” ripetuto con strazio e sarcasmo; la donna che urla; le fucilate a esseri maschili che non muoiono mai ma sempre ritornano, tornano e mangiano; il lirismo ritualizzato della morte; gli uomini con maschere barbute che portano un sarcofago; e l’essere, che forse prima era scomparso, che ritorna sulla scena da timido spettro dinoccolato. Non ci si domanda cosa accada, psicologicamente: si è dentro l’accadere teatrale. Le regole grottesche del quotidiano, il delirio della donna, il pranzo sopra la bara, la costante interazione fra vivi e morti, la percezione di una separazione crudele e sempre imminente, il gioco e la clownerie come effimeri intermezzi nel dolore: ogni dettaglio connota una pièce fortemente tragica. Intanto la voce che prima aveva parlato si fa udire ancora, parla della casa da cui tante volte si sarebbe voluto fuggire, o che è stata abbandonata troppo presto e senza volerlo. Qualcuno riconosce la strada del ritorno, ha ancora fiducia, pensa al luogo dove è stato nascosto il tesoro, forse in cucina, o forse dentro quell’armadio perché anche i morti non smettono mai di cercare…
E intanto, mentre nella scena si muore, si grida, si sparisce, mentre dentro scene convulse esseri umani si aggirano disperati, un ironico controcanto suggerisce come ordinare la casa, dominare lo spazio, scegliere il comfort, privilegiare i colori della natura, combattere il disordine perché la casa sia calda e accogliente, fare attenzione agli angoli che bloccano l’energia, evitando le forme spigolose e appuntite, eccetera. Le prescrizioni cerimoniali creano un drammatico contrasto con l’angoscia che emana dal ritmo dello spettacolo. E, come ironico intermezzo, lo spettatore si trova anche coinvolto in un allestimento di arte contemporanea (ricordiamo che Giacosa, oltre a essere regista e inventore di teatro, è organizzatore di mostre internazionali di outsider art). Qui, nella finzione scenica, alcuni telespettatori sono testimoni di un’esperienza artistica unica: un viaggio d’esplorazione dell’artista dentro il proprio sé, dove lo spazio espositivo è soggetto e metafora insieme. Il titolo dell’allestimento, “Casa vostra – voi stessi”, è una mostra di due artisti giapponesi contemporanei. Il tema è: chi non sognerebbe di costruirsi la propria casa? E perché, malgrado le prove più dure della vita, l’uomo non esaurisce mai la pulsione a costruirsi un rifugio? E come e perché questo rifugio può diventare un tempio? In una novella di Barbey d’Aurevilly una donna dice al suo amante: “Ti trovo sempre più misterioso, sei come un palazzo nel cuore di un labirinto”. Queste parole suonano come profezia quando, qualche giorno dopo, l’artista deve confrontarsi con la sparizione inattesa della compagna. Pervaso dalla solitudine, si slancia nella sfida di costruire un palazzo utopico dedicato a colei che resterà per sempre l’amore della sua vita: una casa utopica, una casa-labirinto dove sceglie di collocare, al centro, un monolite di legno e ferro che rappresenta la figura umana nella sua assenza. È proprio il corpo assente dell’amante a ispirare il nuovo titolo all’opera dell’artista: “Casa mia, sei tu”.
Maison, in tutta la sua complessità, si rivela un intreccio indissolubile tra corpo e psiche: la televisione, i veli, le voci, la betoniera, gli esseri barbuti, le urla, la donna, la parrucca, la bara, la porta, la polvere, le luci, tutto è una giostra di desaparecidos e di matti: sono loro la casa in costruzione, loro i feticci e le maschere, loro gli strambi eroi di una libertà-chimera, sempre corteggiata e sempre sfuggente.
Spettacolo intellettuale e stilizzato, Maison è da vedere e rivedere, per coglierne tutti i dettagli. Lontano dalla dirompente passione di Ponts suspendus, il primo tassello di quella che si annuncia una trilogia, Maison ci lascia nel guado di un “perturbamento” che non si esaurisce con la fine della rappresentazione.

 

 

 

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Nannettolicus Meccanicus santo

Nannettolicus Meccanicus santo è lo spettacolo che Gustavo Giacosa, accompagnato dalla musica di Fausto Ferraiuolo, porta in scena al Teatro dell’Archivolto il 26 e il 27 gennaio 2017. Un suono di archi, creato digitalmente su una piccola tastiera, introduce al corpo di Giacosa, disteso su un tavolo corto come su un letto, che raschia e sfrega con la mano proprio il bordo. Un rumore tormentoso, un graffio disturbante, che evoca la scrittura interminabile del delirante Fernando Oreste Nannetti: utilizzando la punta metallica della fibbia del suo gilet, Nannetti (1927-1994), schizofrenico degente del manicomio di Volterra, noto con lo pseudonimo di N.O.F.4, incide sulle pareti del Padiglione Ferri un grande murales di pietra che dispiega 180 metri e 22 centimetri di lunghezza di onde radio, formule, simboli, cifre, numeri, metalli. Usa i muri dell’istituto di segregazione come le pagine di un grande libro di pietra dove, in mezzo all’indifferenza delle autorità psichiatriche e degli alienati stessi, si descrive chiuso nella sua “cassa di salute”, ingegnere astronautico e minerario, abitante di un mondo dove luce e suono hanno la stessa lunghezza d’onda, dove la terra è ferma e gli astri girano. Taciturno, impagina i muri del cortile e poi scrive dentro quelle pagine di pietra. Afferma che “le ombre sono vive e l’uomo invisibile è armato e vivo, con ossa, occhio, spirito” e che “le immagini hanno una temperatura, sono materia vivente, poi muoiono”. Si sente uno scienziato che con scrupolosa precisione traccia il grafico della mortalità ospedaliera, che pensa determinata spesso dai rancori umani. Ostinato e non violento, osceno nella rappresentazione pubblica di se stesso, è ossessionato dalle scoperte di una scienza che lo porterà anche a prevedere, nel suo delirio, lo sbarco sulla luna dell’uomo. Nannetti impagina il libro di pietra delle sue allucinazioni, autonominandosi Imperatore di Inghilterra e di Francia, e descrivendo una leggendaria automitobiografia. Questa scrittura ‘interminabile’ si concluderà con il trasferimento dell’alienato in altri luoghi più anonimi di reclusione. Il suo grande libro di pietra, leggibile ormai solo a tratti nel cortile interno dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra, si è progressivamente disgregato per effetto del tempo e dei vandalismi umani. Un calco del grande murales è esposto, oggi, nel Museo dell’Art Brut di Losanna.
Giacosa, un finto naso rosso piantato in faccia, seduto immobile a un tavolo, indossa una veste da internato e intona le parole di Nannetti come il pazzo che finalmente può declamare a voce alta i suoi deliri costringendo al silenzio i sani. Giacosa-Nannetti sul palcoscenico parla e canta al microfono, cammina e balla, appare non solo vittima delle sue allucinazioni, ma anche individuo che sa esprimere una prodigiosa, cosmica libertà, sospendendo il discorso del delirio tra sogno e realtà, fra scienza e immaginazione, da poeta. Giacosa non solo dà voce alle scritte murali dell’Ospedale di Volterra ma le alterna a lettere che il recluso ha scritto a parenti immaginari, dai quali elemosina il dono di una visita e qualche quattrino per vivere. In questa prima parte dello spettacolo, intensamente drammatica, con i forti contrasti luce-ombra di sedia e tavolo proiettati sullo schermo, la follia viene esposta nella sua durezza allucinatoria e perturbante. La musica complice e persuasiva di Fausto Ferraiuolo accompagna i movimenti dell’attore-ballerino-cantante Giacosa non come un basso continuo ma come uno strumento dolente, complesso, duttile. Il “Va’ pensiero” del Nabucco verdiano e la canzone Pino solitario, prediletta da Nannetti, vengono evocati dal pianoforte di Ferraiuolo come frammenti sonori dove si celano anche echi jazz e classici, come una Sonatina mozartiana. Ma, a circa metà spettacolo, l’attore batte la testa sul tavolo, spinge via tavolo e seggiola, si espone seminudo alla luce come fosse sdraiato su una metafisica spiaggia, indossa un vestito rosso femminile e comincia a ballare, irriverente e libero, in trance dionisiaca, snocciolando sarcastiche battute come in un divertimento giocoso. Farnetica su matematica, fisica, universo interstellare, sesso, amore, giocando con le parole con ritmi futuristi. I suoi canti sono inni alla libertà come quando intona il “Va’ pensiero” verdiano. E la sua voglia di libertà è quella che gli fa dire, all’inizio come alla fine, “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Proprio con queste parole Nannetti-Giacosa si congeda dagli spettatori e si adagia sotto il grande schermo, come se dormisse. Le immagini, ora, proiettano Fernando-Oreste-Gustavo che rientra nel manicomio di Volterra, traversa il lungo corridoio, che poi diventa un viale alberato, e alla fine, felice dentro il suo abito rosso, un po’ vestaglia d’ospedale e un po’ abito di scena, danza e ride freneticamente, con nello sfondo le sue stesse scritture murali, come proiettato verso un futuro migliore, lontano dal male. Scrive Nannetti:

“Prendono sembianze materiali le ombre….
Sono vive, sotto cosmo…
Così, il disegno le immagina.
Così, anche gli animali sognano….
Tutto il mondo è mio e tutto fa sognare…
Stelle della via lattea….
Stelle….
Le stelle si alzano e discendono nell’aria…
Quasi una marcia armata…”

Indimenticabile, nello spettacolo, la presenza di Ferraiuolo, alchimista del suono che modella la musica, fra impennate potenti e improvvise dolcezze, sui movimenti dell’attore e i chiaroscuri della scena. E commuove pensare che, grazie alla magia del teatro, torni a prendere vita un corpo che fu vivo nella sola scrittura ostinata del muro manicomiale.
Nel catalogo della mostra Noi, quelli della parola che sempre cammina, così scriveva Giacosa di Fernando Oreste Nannetti: «All’interno di un’architettura votata a una duplice valenza di sorveglianza e di guarigione, i cortili degli ospedali rappresentano il solo spazio dove è possibile, per i reclusi, esercitare un elementare cenno d’attività motoria e sociale… I corpi diventano muri ai quali solo una paziente opera di scalfittura concederà parole. Il corpo fantasticante di Nannetti s’arrampica come un’edera, moltiplicando i chilometri percorsi sul luogo, in un’opera che si estende in 180 metri di lunghezza e 2 metri circa d’altezza. In seguito, la sua scrittura ambulante andrà a ricoprire il passamano di cemento di una scala di 106 metri per 20 centimetri e a immaginare alcune migliaia di destinatari per cartoline che non saranno mai spedite. Nonostante il disperato bisogno comunicativo, la sua opera non conosce un’apertura verso l’esterno».
Questa apertura verso l’esterno è, oggi, a oltre vent’anni dalla morte dello schizofrenico Fernando Oreste Nannetti, il Nannettolicus meccanicus Santo di Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo.

 

 

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Un commento su “Per due spettacoli di Gustavo Giacosa (di Marco Ercolani)

  1. marco ercolani
    16/02/2017

    Grazie, come sempre, gli amici di Perigeion.

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