perìgeion

un atto di poesia

Tre traduzioni di J. L. Borges in metrica

di Guido Cupani

Muovendo il cursore sopra il testo si possono leggere la versione originale e le note.

La pioggia
Da El hacedor (1960). Sonetto. Endecasillabi rimati secondo lo schema ABBA ABBA CCD EED.

Di colpo il pomeriggio è rischiarato
poiché cade la pioggia minuziosa.
Cade o cadde. La pioggia è una cosa
Che senza dubbio accade nel passato.

Chi la sente cadere ha ritrovato
il tempo in cui la sorte premurosa
gli svelò un fiore che si chiama rosa
e del rosso il colore inesplicato.

Questa pioggia che acceca il mio balcone
rallegrerà in un perduto rione
la nera uva di pergola in un orto

di un patio ora scomparso. La bagnata
sera ha la voce, la voce anelata
di mio padre che torna e non è morto.

L’ingenuo
Da La moneda de hierro (1976). Sonetto. Doppi settenari per lo più di ritmo giambico, rimati secondo lo schema ABBA ABBA CCD DEE.

Ciascuna aurora (dicono) ordisce nuove imprese
capaci di piegare l’ostinata fortuna;
orme d’uomo han tracciato misure sulla luna
e l’insonnia devasta i secoli e le attese.

Nell’azzurro si spengono gli incubi di un paese
che ottenebrano il giorno. Non si dà al mondo una
cosa che non sia altra, o contraria, o nessuna.
A me solo m’inquietano le semplici sorprese.

Mi incanta che una chiave possa aprire una stanza,
mi incanta che il mio palmo davvero abbia sostanza,
mi incanta che la greca saetta del teoreta

raggiungere non possa l’impossibile meta,
mi incanta che la spada crudele sia armoniosa,
e che la rosa emani l’odore della rosa.

Poesia congetturale
Da El otro, el mismo (1964). Canzone libera. Endecasillabi non rimati.

Il dottor Francisco Laprida, assassinato il giorno 22 settembre 1829
dai guerriglieri di Aldao, pensa prima di morire:

Fischiano i colpi nella sera ultima.
Soffia il vento e la cenere nel vento,
si disperdono il giorno e la battaglia
deforme, e la vittoria è di quegli altri.
Vincono i bruti, vincono i mandriani.

Io, che ho studiato i codici e le leggi,
io, Francisco Narciso de Lapida,
la cui voce annunciò l’indipendenza
di queste province crudeli, vinto,
di sangue e di sudore sporco il viso,
senza speranza né timore, perso,
verso il sud fuggo per sobborghi ultimi.

Come quel duca che nel Purgatorio
fuggendo a piedi e insanguinando il piano
fu accecato e atterrato dalla morte
dove un oscuro fiume perde il nome,
così devo cadere. Oggi è la fine.

La notte laterale dei pantani
mi insidia e mi rallenta. Sento il passo
della mia calda morte che mi cerca
con cavalieri, con segugi e lance.

Io che volevo essere un altro, un uomo
di sentenze, di libri, di dettami
a cielo aperto giacerò nel fango;
ma a Dio mi eleva il petto inesplicabile
un giubilo segreto. Infine incontro
il mio destino sudamericano.

A questa amara sera mi portava
il labirinto multiplo di passi
che tessero i miei giorni fin da un giorno
remoto dell’infanzia. Infine scopro
la recondita chiave dei miei anni,
la sorte di Francisco de Laprida,
la cifra che mancava, la perfetta
forma che Dio conobbe dal principio.

Dentro lo specchio di stanotte trovo
inatteso il mio volto eterno. Il cerchio
ora si chiude. Attendo che ciò avvenga.

Pesta il mio piede l’ombra della lancia
che mi cerca. Beffa della mia morte,
cavalieri, criniere, palafreni
mi sono addosso… E già il primo fendente,
già il duro ferro che mi squarcia il petto,
già l’intimo coltello nella gola.

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Un commento su “Tre traduzioni di J. L. Borges in metrica

  1. guidoq
    17/02/2017

    L’ha ribloggato su Guido Q.

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Questa voce è stata pubblicata il 17/02/2017 da in poesia argentina, traduzioni con tag , .
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