perìgeion

un atto di poesia

Rossella Pompeo: La donna che faceva crescere gli alberi

 

 

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di Giorgio Galli

 

C’è una tendenza, nell’editoria e nella scrittura contemporanee, verso una prosa media intesa non come lingua piana e atticistica, ma come prosa che “non disturba” il lettore, che si tiene in disparte rispetto agli eventi narrati: una prosa simile alla miglior giornalistica, ma meno nervosa, senza il profumo del “fresco di stampa”. E’ il segno patente di una sfiducia nelle parole che accomuna lettori, editori e scrittori -un controsenso questo, perché cosa può aggiungere alla letteratura uno scrittore che non crede alle parole? Ma tale controsenso si spiega alla luce di un’operazione caratteristica degli ultimi vent’anni: la trasformazione di tutta la letteratura in narrativa, come l’ha definita Emanuele Trevi (Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012), vale a dire il depotenziamento della bomba della letteratura, del suo potere perturbante e critico, in favore del più rassicurante intrattenimento. La totale sottomissione, anzi la resa dell’affabulazione alla fabula.
La crisi delle ideologie ha avuto un ruolo in questa mutazione. Se prima si credeva di poter modificare il mondo col pensiero, oggi si tende ad accettarlo e a modellare su di esso il pensiero. Il non poter più credere in affermazioni universali impedisce di credere alla possibilità di incidere e di agire. Da forza critica, la letteratura si fa compiacente compagna della realtà così com’è.
Ma nulla di tutto questo avviene in Rossella Pompeo. La sua parola sprigiona la fiducia -talvolta un’ingenua fiducia- di poter trasformare il reale col pensiero. Questo romanzo contiene due messaggi. Quello esplicitato dall’autrice nell’ “arboreo” epilogo e un altro, più segreto, che tenteremo un po’ per volta di penetrare. Si può condividere o meno l’entusiastica adesione dell’autrice a un ottimismo misto di elementi magici e utopie sociali, ma non si può restare estranei alla forza di una parola che crede ancora di potersi fare strumento di trasformazione dell’uomo e del mondo.
Ne La donna che faceva crescere gli alberi (Robinson Edizioni, 2016) sorprende la melvilliana polifonia delle voci, voci comprese nel loro ritmo, denudate nelle sconnessure e nei lapsus che ne rivelano agitazioni, crisi e lutti. Sorprende l’adesione della scrittrice a tutte le voci di questa polifonia, un’adesione quasi priva di ogni banalità mimetica e che mira piuttosto a delineare ogni parlante attraverso la musica del suo parlare; un’empatia stilistica che dà luogo a una straordinaria libertà, che accoglie sia gli anacoluti del parlato che le raffinatezze di una libgua poetica francesizzante e talvolta innervata di neologismi alla Boris Vian; né l’autrice ha paura della giustapposizione o mescolanza di registri.
La stessa libertà la si riscontra nel rapporto tra l’autrice e la sua materia. Ci sono momenti in cui Rossella Pompeo aderisce totalmente al narrato, altri in cui si disancora e contempla dall’alto il coro che ha creato, senza smettere però di ascoltarlo, senza perdere il contatto con la realtà che fa da centro gravitazionale del narrare. Se certe soluzioni narrative, certe improvvise irruzioni del magico fanno l’effetto di un corteo che s’incammina sopra le nuvole, questo corteo è semopre pronto a riscendere a terra. Rossella Pompeo è come una musicista che intesse arditi cromatismi sopra un tessuto armonico di furiosa e tetragona coerenza.
Queste caratteristiche, del resto, erano già presenti nella forma condensata dei racconti di Roma è come Asmara (Zona, 2009), che sembranio scritti da qualcuno che ha dimenticato un registratore acceso sulla metropolitana e lo riascolta attraverso i filtri di Belli e di Fellini -generando allucinazioni alla Artaud. Nella produzione lirica della Pompeo poi, e in particolare nella poesia d’amore impetuosa e anticonformista -una poesia che si proietta tanto più in alto quanto più ancora l’amore a un corpo- le sconnessure, i salti logici, i neologismi, le sgrammaticature e le afasie vengono alla ribalta rivelando una tremenda lotta contro il silenzio, un pericoloso e coraggioso corpo a corpo tra memoria e oblio, tra la forza plastica della realtà e il perturbante ingombro dei fantasmi e degli avatar della post-realtà.
Adottando una struttura a spirale, fatta di narrazioni multiple e concentriche che gemmano l’una dall’altra, Rossella Pompeo rende quasi visibile, nel suo romanzo, il rovello fondamentale del suo lavoro: che è l’indagine del limite fra l’assoluito e il nulla. La spirale si arricchisce in maniera potente o estenuata, a ogni tratto rischia di crollare e a volte non si sa come uscirne. Il troppo e il nulla sono sempre dietro l’angolo. L’intreccio complica la fabula frammentandola. Si va avanti e indietro nel tempo, si spazia dal romanzo storico alla parabola esistenziale, si scava nell’interiorità dei personaggi -o, per meglio dire, delle voci- e nelle loro eterogenee storie sociali e culturali, ci si trova nella valle del Po negli anni della Contestazione, in Australia negli anni dell’emigrazione italiana, fra i Griot negli anni in cui l’emigrazione viene verso l’Italia. Come in un film di Bellocchio, la cronologia degli avvenimenti e le personalità dei protagonisti vanno ricostruite a poco a poco, per accumulo di frammenti poeticamente sfocati o crudamente realistici.
Alla fine, tutti convergono verso una guarigione. Una rigenerazione che coinide con un ritorno alle origini. La donna che per anni si è rifiutata di far crescerer gli alberi torna al mestiere dei suoi avi; il Nero che si è aggirato come un marziano nella società razzista italiana, che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di cancellare il suo nome e di sbiancarsi la pelle, riacquista autostima proprio grazie a quel nome e a quella pelle. La guarigione -che, nel suo travolgente ottimismo, Rossella Pompeo concede a tutti perché tutti, per odiosi che siano i loro atti, hanno sempre le loro ragioni- avviene quando all’origine si affianca la coscienza dell’origine. Anche per questo il romanzo disegna un itinerario a spirale: si torna sempre ad un punto, ma in quel ritorno si procede oltre. Il percorso ottimistico della narrazione pulsa per la tensione di una prosa che pare voler lavorare alla cura degli alberi, che scende tra i personaggi a guidarli, dopo averli ascoltati, verso il riscatto esistenziale e sociale. La narrazione è innervata da una narratrice così partecipe che si fa operaia delle vite narrate, che acchiappa i suoi personaggi con la forza per portarli nella direzione voluta, contravvenenedo a ogni realismo, a ogni plausibilità, a ogni consequenzialità dell’azione, ma in compenso rendendoci partecipi di questa sfrenata fiducia, di questo insopprimibile bisogno di giustizia e di poesia. Se la bellezza salverà il mondo, ogni parola ha un peso sulla bilancia dell’etica oltre che su quella dell’estetica. Ed è con questa lezione che Rossella Pompeo ci lascia alla fine di un romanzo che, più che un romanzo, è una spericolata esplorazione delle le possibilità del romanzo.

 

 

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6 commenti su “Rossella Pompeo: La donna che faceva crescere gli alberi

  1. Giorgio Galli
    01/03/2017

    Grazie. Credo che le scritture “diverse” come quella di Rossella Pompeo vadano incoraggiate e ci arricchiscano tutti.

    Liked by 1 persona

  2. Una lettura intensa di pagine che davvero meritano molta attenzione. Grazie per questo focus a Giorgio Galli e a Perigeion,
    Annamaria Ferramosca

    Liked by 1 persona

  3. Pingback: Rossella Pompeo: La donna che faceva crescere gli alberi – La lanterna del pescatore

  4. iole
    08/03/2017

    Convincente apertura su un libro e un’autrice che non conosco.
    In particolare, mi ha agganciata la formulazione della parola che “disturba” che si può fare “fastidiosa”, che può insomma pungolare. E’ il compito che ogni scritto dovrebbe assolvere.

    grazie.

    Liked by 2 people

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