perìgeion

un atto di poesia

Eliza Macadan, Passi Passati

 

agosto_

 

di Francesco Tomada

 

Abbiamo già avuto la fortuna di ospitare i versi di Eliza Macadan su Perigeion qualche tempo fa; l’occasione per ritornarci oggi è la pubblicazione di Passi Passati (Joker, 2016), che segue a breve distanza di tempo Anestesia delle Nevi (La Vita Felice, 2015). Eppure, anche se è trascorso soltanto un anno, Passi Passati è una raccolta dalla fortissima identità, che rafforza e ridefinisce la poetica di Eliza Macadan – ricordiamo che la poetessa scrive e pubblica in italiano, romeno e francese – arricchendola di nuovi dettagli e particolari.

Il mondo in cui si muovono i versi è necessariamente sempre lo stesso: è il mondo di Eliza ed è il nostro mondo, che appare contrassegnato dalle miserie umane, spesso dal dolore, più spesso ancora dall’incomunicabilità, dalla difficoltà immensa di un punto di contatto: “io sto da questa parte del tempo / tu dall’altra / fra noi l’eternità”. Questa eternità, questo spazio vuoto fra gli opposti sembra essere lo spazio dove germina la poesia, che non è altro che una “piccola verità”, ma pur sempre verità, ed è già tantissimo. E’ lo slancio di una persona che scava nella distanza fra le persone così come in quella fra le lingue (“qualcuno molto ironico / mi ha dato un’altra lingua invece della mia / poi mi ha lasciato cercare”) e piega le proprie parole per dare voce al distacco, all’attrito del tempo rispetto al proprio ideale.

A volte la ricerca pare risolversi in una immobilità quasi disperata (“non so più cosa sono / il dolore mi annega / fino alle ossa”), altre in un’amarezza paradossale (“lasciamo così un posto libero / per un altro mondo / migliore”), altre ancora assume, come in alcuni testi verso la conclusione della sezione ìnversi, l’andamento di una stralunata filastrocca. Quello che non cambia, invece, è il coraggio dello scavo, tanto nei testi più personali quanto in quelli più propriamente civili: va detto, infatti, che in Passi Passati spesso lo sguardo si sposta dalle singole persone all’umanità, in particolare a questa Europa così incapace di una propria identità da apparire incapace di prendere posizione sui vasti movimenti politici così come sulle grandi tragedie, come quella dei migranti.

Il linguaggio, che Eliza Macadan sa costruire con padronanza assoluta, a volte si fa volutamente impoetico, raggiungendo in questo modo picchi di intensità altissimi, come nella splendida Lettera da Bucarest; nell’ultima sezione invece, che ha il medesimo titolo della raccolta, diventa ipnotico, ripetitivo, cadenzato e più rarefatto che in precedenza. Sono però sfaccettature di un percorso poetico coerente negli intenti, indubbiamente amaro nei contenuti ma non privo di una speranza che risiede anche nel gesto stesso dello scrivere poesia, laddove la scrittura nasce nella crepa tra un uomo/donna e il proprio tempo, perché “il più bel verso si scrive / con la pistola alla tempia e gli occhi verso il cielo”.

***

 

ma ci pensi?

oggi sono uscita nuda di casa

sotto la pioggia isterica

isterizzata dal fine ottobre

nemmeno un anello al dito

nessuno mi guardava

solo foglie distratte s’incollavano

al mio corpo nudo qua e là

in cerca di un punto d’appoggio

prima di sbattere sul marciapiede

ma ci pensi?

a nessuno interessa un corpo

ancora giovane

 

***

 

canti mortuari

si alzano dalla torre

le campane oggi

suonano l’inizio della fine

tamburi di guerra

inghiottiscono quel poco rimasto

dall’ultima estate

tra bene e male non c’è più

differenza

confusi dalle filosofie già fatte

dai discorsi che scorrono

nei nostri cervelli

dal levar del sole al coricar della luna

siamo un esercito di morti che camminano

ci scaviamo da soli la tomba comune

andiamo dritti dentro

lasciamo così un posto libero

per un altro mondo

migliore

 

***

 

qualcuno molto ironico

mi ha dato un’altra lingua invece della mia

poi mi ha lasciato cercare

vai da questa parte – potresti trovare un silenzio

che se ne frega della lingua

dall’altra vivresti senza nemmeno accorgerti

sto al bivio e prego per un altro po’ di tempo

per poter ascoltare tutti i silenzi

e parlare in lingue

prima o poi

 

***

 

Lettera da Bucarest

 

Oh, caro,

non chiedermi come sto oggi

sto male

tornando dalla biblioteca dell’accademia

lasciate lì le poesie di un connazionale

scomparso da tempo

mi sono presa un caffè dal distributore all’angolo

e mi sono seduta su una panchina

per scriverti queste righe.

mi chiedevi ieri se ci sono ancora

bambini e giovani nelle fogne,

a Bucarest.

Non solo ci sono, ma ogni giorno di più –

ora anche in superficie

sulle strade

certo non nei quartieri che visitate voi

occidentali, quelli del turismo d’affari

dei pranzi e delle cene di lavoro

o quelli del piacere.

Qui vicino al centro dove abito io

qui proprio adesso mentre ti scrivo

un vecchio ha appena rovesciato

un cassonetto sul marciapiede

e sta cercando fra la spazzatura

il suo pranzo

l’uomo sta appoggiato sul gomito – vedendolo

credo sia caduto – prova ad alzarsi, ma non riesce

mi sono avvicinata per vedere la sua faccia,

ma non ha più una faccia ha solo il colore del terrore.

Sta lì e mangia.

Mangia qualcosa da una busta di plastica

che ha preso dal cesto capovolto.

le sue mani sono piene di pustole rossastre.

La sua faccia d’asfalto è fusa nel catrame.

I suoi pantaloni non sono di stoffa, ma incerati

anche se zuppi di piscio. Una puzza cocente

si alza dal posto i passanti girano la testa

dall’altra parte si coprono il naso.

A due passi

un cane randagio sta facendo la siesta –

avrà mangiato dalla stessa pattumiera

ma prima del vecchio oppure solo più velocemente

i resti migliori

il cane non sa che il governo ha appena emesso

una circolare eutanasica per la razza canina

che girovaga per le strade – ciò perché un

suo simile ha ucciso giorni fa un bambino nel parco

dopo aver cercato inutilmente un cesto rovesciato.

Caro amico, qui si uccide per legge.

Centinaia di tonnellate di cianuro sono state scaricate

a soli 400 chilometri da Bucarest

per l’estrazione di un’ingente quantità d’oro.

Una multinazionale vuole quell’oro subito,

non ha tempo da perdere

così ha comprato la benevolenza della gente del posto,

i terreni, le case e anche il governo,

per concludere in fretta l’affare.

Così si vive qui. O così si muore.

 

p.s.

in questi giorni ci sono le elezioni: si voterà per chi

ammazza più lentamente…

 

p.p.s.

non so per quanto tempo rimango ancora

 

***

 

il falò incendia

l’orizzonte rimasto a bocca aperta

su lungomare della salute questa ragazza sa di donna

questa madre sa di amante

un delirio antico scompone movimenti

passi passati

questa danza sa di africa

le onde si fanno ponti

verso le origini i sessi sentono tamburi di guerra

la fame passa al pensiero dell’altra riva

 

gli zingari non mi hanno mai portata via con loro

eccomi qui brucio in un frame del falò

la notte balla ad occhi chiusi

come il presente

 

***

 

la vita canta per me

in una chiave sconosciuta

lascia una nebbia sulle cose sulla gente

sul cuore rimane il pensiero

indisturbato arrotolato sul mattino

schiantato sotto le ruote del tempo

mi perdo nei suoni

nell’orecchio sinistro passi passati

qualcuno spegne la luce

 

il più bel verso si scrive

con la pistola alla tempia e gli occhi verso il cielo

 

 

coppassi

 

***

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Un commento su “Eliza Macadan, Passi Passati

  1. Un libro bellissimo, che rende vana la distinzione fra poesia “lirica” e poesia “civile”. Lo spazio della vita in cui siamo inseriti , anzi “gettati”, espone alle ferite, “urtica” – scriverebbe la Zambrano – eppure è spazio d’incontro, il solo possibile. Forse non c’è, dopo tutto, “un mondo migliore”. Siamo (e tanto più la generazione a cui appartiene Eliza Macadan lo è) il portato di un secolo che ha condotto la storia al suo esaurimento. Ma il poeta può creare un mondo di versi, e in questi versi la poesia è un’emergenza che si fa strada nella lucidità del pensiero, il ritmo è un miracolo irrompente in distese d’immagini accoglienti come prosa. Il futuro, che non si osa neppure più immaginare, è il volo inevitabile della mente sopra i passi passati, sopra il passato che non passa, eppure può ancora segnare il cammino. Alessandra Paganardi

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Questa voce è stata pubblicata il 06/03/2017 da in poesia, quale Europa?, recensioni, scritture con tag , , .
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